La Sinistra Negata e gli anni ’90 a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.
(Questa seconda parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate e questa è la prima puntata)

Pace Parte seconda/1: quale comunismo?

 

1. LA COSA INDESCRIVIBILE.

È curioso che l’espressione “comunismo” abbia subito durante l’ultimo decennio i contraccolpi di crisi e di trasformazioni di forze sostanzialmente estranee ai suoi contenuti. Il PCI, anche prima di liberarsi di quella denominazione, aveva cessato da svariati decenni di essere un partito che si batteva per il “comunismo”; quanto ai regimi dell’Est europeo, crollati come birilli a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90, nessuno di essi si era mai definito “comunista” (il che sarebbe stato, alla luce del marxismo, un falso grossolano), ma unicamente “socialista”. Si trattava dunque della morte del socialismo, come l’estrema sinistra italiana aveva sempre pronosticato e sperato; il comunismo propriamente inteso non era nemmeno in questione.
Ma cos’è il comunismo? Potremmo produrci in pagine di citazioni dai testi canonici, parlare del «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente», di estinzione dello Stato, del soddisfacimento dei bisogni di tutti non correlato alle prestazioni lavorative, dell’autogoverno delle comunità e così via. Sarebbe però un esercizio vano: sia perché è già stato tentato, sia perché la definizione sarebbe sempre vaga. Il comunismo assoggettato a descrizioni si converte infatti in utopia; e l’utopia è l’opposto del comunismo, la sua stessa negazione.

Possiamo però dire, evitando la trappola, che il comunismo rappresenta il prodotto dell’intervento cosciente del proletariato sul capitalismo maturo, per portare a pieno sviluppo, con l’esercizio della forza, quelle linee di tendenza in esso già operanti che vanno nella direzione della soppressione delle classi sociali, della riduzione del lavoro umano, dell’ eliminazione della divisione del lavoro, dell’annullamento delle funzioni politiche e repressive statali. In tal senso, le forme di azione concreta del proletariato sono già comunismo all’opera, e solo in esse è leggibile lo scopo, che di per sé non può essere descritto senza cadere nell’astrazione. Rischio, quest’ultimo, cui non è riuscito a sottrarsi neppure chi come Toni Negri – in Il comunismo e la guerra, Milano, 1980 – meglio di altri, e soprattutto meglio dei tristi teorici della sinistra istituzionale, ha saputo mantenersi fedele all’impostazione marxiana del problema comunismo.

Va detto che solo la sinistra rivoluzionaria – intendendo, come sempre, unicamente quella di ascendenza “operaista” – può legittimamente definirsi “comunista”, avendo fin dalle origini regolato i conti con l’idea stessa di “socialismo”, e cioè con l’idea di transizioni che la storia ha dimostrato destinate a cristallizzarsi e a riprodurre il peggio del sistema che asserivano di voler abolire. Proprio perché il comunismo è leggibile negli sviluppi del reale e nella trama delle azioni di lotta, esso non ha nulla a che spartire con alcunché si presenti nelle forme dell’immobilità, sia pur spacciata come “transitoria”. Esso stesso è “transizione”, nel senso che modificando il presente inietta in esso gli elementi per il superamento del capitalismo; e la forza che le classi subalterne esercitano a tal fine costituisce ciò che si suole definire “dittatura del proletariato” – “dittatura” esercitando la quale il proletariato nega se stesso quale classe subalterna, muovendo così all’abolizione delle altre classi che da quella subalternità venivano definite.
Ciò posto, occorre chiedersi non tanto cosa sia il comunismo oggi, quanto piuttosto come possa oggi manifestarsi un’azione delle classi subalterne che sia “comunista” non solo per autodefinizione, ma perché esprime una precisa allusione ad un diverso ordinamento sociale, definibile appunto come “comunista”.

2. CHI DECIDE PER CHI?

Nella propria storia, il proletariato ha sempre espresso un chiaro rifiuto delle forme della politica, intesa come delega ad un ceto selezionato di professionisti (eletti o meno poco importa) delle decisioni concernenti la vita sociale del gruppo, della collettività, della nazione o dell’assieme di nazioni. Ovunque le classi subalterne si siano ribellate, come prima cosa hanno costituito istanze di democrazia diretta e capillare, denominate di volta in volta comuni, soviet, consigli degli operai e dei soldati, comitati di difesa civica ecc., fino alle assemblee permanenti, ai “collettivi”, ai comitati di base della stagione di lotta apertasi attorno al ’68 e protrattasi negli anni successivi.

Non tutte le esperienze del genere possono dirsi riuscite; anzi, va detto con franchezza che raramente sono durate a lungo, risultando più efficaci come arma di distruzione di un potere ingiusto che come cellula per l’edificazione di un diverso ordinamento. Sta di fatto che, dalla Comune di Parigi in poi, la ricerca di forme d’espressione e di decisione non mediate si è manifestata come bisogno primario ogni volta che il proletariato ha potuto agire in piena autonomia. Se, come dicevamo, il concetto di “comunismo” va letto in trasparenza nei comportamenti di lotta delle classi subalterne, ne consegue che il suo connotato primario, e non accessorio, è la democrazia intesa in senso letterale (si rammenti che, nel greco antico, demos indicava non il “popolo” in senso lato, ma gli strati inferiori delle masse popolari).

A ben vedere, dunque, il tratto che distingue più vistosamente il “comunismo” dal “socialismo” è il diverso accento posto sulla democrazia: concetto vitale e fondante nel primo, concetto secondario nel secondo, che al proprio centro pone invece il soddisfacimento dei bisogni materiali e l’equità sociale. Ciò aiuta ad illuminare anche l’intima perversione dei regimi “socialisti” dell’Est: capaci sì di soddisfare, meglio della maggior parte dei regimi capitalistici, i bisogni elementari di sopravvivenza, ma incapaci di far fronte all’esigenza primaria di libertà che nel “comunismo” è racchiusa. E poiché tale esigenza è storicamente la prima istanza dell’insubordinazione proletaria, il “socialismo”, volto a privilegiare altri interessi, nasce sul soffocamento di quell’istanza ed è morto per averla troppo a lungo soffocata.
L’azione proletaria di massa, la democrazia diretta ed assembleare, la mobilitazione con cui frammenti di classi subalterne prendono in mano i propri destini, sono di per sé “comunismo” nel suo farsi, allusione dinamica ad una meta dinamica, mai statica. Per questo l’idea comunista va fatta risalire alla Rivoluzione francese: ma non a Robespierre o ai freddi modelli utopistici di Babeuf e Buonarroti, bensì alla fitta vita democratica e popolare delle sezioni e dei clubs, poi integralmente ripresa, e volta in senso genuinamente proletario, dalla Comune di Parigi del 1871.

Ciò in Marx è chiaramente espresso, senza tuttavia che l’idea si risolva in un’acritica esaltazione della democrazia diretta di impronta rousseauiana. Il rischio permanente insito nella democrazia diretta, la quale per sua natura non può esercitarsi che su un ambito limitato della società civile, è quello del localismo e della conseguente limitatezza degli obiettivi, tale da accordare oggettivamente eccessiva autonomia ai poteri centrali. D’altro canto, la democrazia diretta in sede locale deve necessariamente essere moderata in sede centrale, onde evitare il pericolo che si traduca in dittatura della maggioranza sulle minoranze, che è l’antitesi della democrazia (H.E.Kaminski, nel volume Quelli di Barcellona, Milano, 1966, ha fornito un’agghiacciante ricostruzione dell’autoritarismo regnante, durante la guerra civile spagnola, nelle comunità anarchiche della Catalogna – autoritarismo esercitato dalla maggioranza della popolazione sui “devianti”).

Marx prevedeva invece una compenetrazione tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa, che contemplasse tanto la “comune” quanto il suffragio universale, tanto l’associazione dal basso quanto l’elezione di deputati revocabili; e contrapponeva a Bakunin, quale modello di un’organizzazione della società diversa sia dall’anarchia che da qualsiasi schema autoritario, la struttura delle Trade Unions britanniche, a quel tempo fondate su un largo assemblearismo di base e su forme di rappresentanza, controllabili dal basso, ai vertici (cfr. K. Marx, Estratti e commenti critici a “Stato e anarchia” di Bakunin, in K. Marx, F. Engels, Critica dell’anarchismo, a cura di G.Backhaus, Torino, 1972, p.356). “L’estinzione dello Stato”, su cui tanto si è equivocato (cfr. in proposito: V. Evangelisti, Il Leviatano morente, in Progetto Memoria n° 2), nasceva dal fatto che in un simile modello la funzione politica si sarebbe diluita nella società, togliendo ad un corpo di “specialisti” il monopolio del potere e dell’uso della forza.

Che Marx prevedesse questo, comunque, ci interessa tutto sommato abbastanza poco. Quel che più importa è che il proletariato, ogni volta che si è mosso in piena autonomia, ha agito proprio in quella direzione, organizzando strutture antitetiche a quelle, fondate sulla delega in bianco, della liberal-democrazia borghese. E così continua a muoversi anche ai giorni nostri, se è vero che le forme di rappresentanza fittizia, di cooptazione burocratica, di coagulo di corpi di professionisti della decisione per conto terzi ricevono duri colpi tanto all’Ovest che all’Est.
Bene, noi chiamiamo tutto ciò “comunismo”. E cioè allusione, nel vivo del movimento reale, ad una società in cui chiunque sia intenzionato a partecipare alle decisioni e a interloquire sulle scelte di fondo possa farlo in prima persona, attraverso l’autorganizzazione.

(Ne La Sinistra Negata 10 seguirà la parte seconda di Quale Comunismo? Concludendo le puntate dell’opera)

Le puntate precedenti le trovate: 01 qui, 02 qui, 03 qui, 04 qui, 05  qui, 06 qui, 07 qui e 08 qui

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