di Sergio Cimino

Dario Lanzardo, La rivolta di Piazza Statuto. Torino, luglio 1962, Feltrinelli, 1979, pp. 212.

Gli scontri di Piazza Statuto a Torino, che si protrassero dal 7 al 9 luglio del 1962, furono il punto in cui conversero in uno spazio e tempo determinato, quelle forze generate da due anni di intense lotte operaie, che non avevano trovato più dinanzi a loro, la possibilità di essere incanalate nella normale dialettica sindacale.
Dario Lanzardo – ferroviere, militante della Cgil, della corrente di sinistra del Psi e del collettivo dei Quaderni Rossi, poi fotografo e scrittore – ha un rapporto duale con quell’evento.
Da una parte è uno dei partecipanti agli scontri, nonché testimone diretto delle reazioni da essi suscitate in ambito sindacale e politico. Dall’altro è autore di un libro, La rivolta di Piazza Statuto, che scrive a distanza di 17 anni dai fatti.

Proprio questa sua duplice presenza e il fatto di tornarci a riflettere in un contesto profondamente mutato dalle trasformazioni avvenute nel tempo trascorso, ampliano la portata di senso del saggio, ben oltre il perimetro di una pregevole e suggestiva ricostruzione storica. Gli anni successivi al secondo dopoguerra, caratterizzati da un impetuoso sviluppo economico, erano stati accompagnati da una serie di contraddizioni, che poi saranno alla base di crescenti tensioni sociali.
Nelle fabbriche, a fronte di un aumento della ricchezza collettiva, vengono vissuti come sempre più inaccettabili l’esiguità degli aumenti salariali e il mancato miglioramento delle condizioni di lavoro. Nel 1962 a Torino la ripresa di una maggiore conflittualità operaia sfocerà nei due scioperi alla Lancia e alla Michelin. Si tratta di mobilitazioni molto dure, che si protrarranno per mesi, e che assumono rilevanza storica perché prefigurano le caratteristiche che connoteranno la lotta di classe nel decennio successivo. La composizione sociale della classe operaia è profondamente mutata dopo un decennio di sviluppo industriale disancorato da una visione d’insieme e da una crescita collettiva ed equilibrata.
Molti operai sono di origine meridionale, affluiti al Nord in seguito alle massicce migrazioni per far fronte alla necessità di manodopera. Unitamente ai cambiamenti tecnologici che impatteranno sui processi produttivi, ciò condurrà all’emergere della figura dell’operaio massa, dequalificato, che accanto allo sfruttamento nella fabbrica, si vede escluso dai modelli di consumo che si affermano, relegato ai margini della vita sociale e ghettizzato nei quartieri degradati di città cresciute nel disordine urbanistico.
Questa classe operaia di nuova formazione si mostrerà meno incline a delegare le proprie istanze di lotta sociale e politica alle organizzazioni del movimento operaio. A Piazza Statuto si assiste proprio al primo acuirsi di questa divaricazione.
Già negli scioperi di cui si diceva, alla Lancia e alla Michelin, la determinazione degli operai scavalca le cautele dei sindacati. A questi ultimi, viene riservata la funzione di trattare con la direzione, non di dirigere la lotta.
La mobilitazione non resta circoscritta ai lavoratori di quelle specifiche aziende, ma vede il coinvolgimento di altri operai, a volte la fusione con agitazioni sindacali nate altrove (come quella della Rabotti), la solidarietà dei commercianti, l’organizzazione di una lotta di quartiere, con il sorgere di comitati di difesa, casse di resistenza, appoggio logistico. A tutto ciò si aggiungerà infine la protesta degli studenti.

È questo il retroterra che fa da sfondo agli scioperi di giugno del ’62 che coinvolgono la Fiat e che rompono un lungo periodo di assenza dalle lotte, dei lavoratori del gigante automobilistico. Salta il modello di integrazione-repressione che ha reso monche dell’apporto degli operai dei più importanti stabilimenti industriali italiani, le mobilitazioni degli anni precedenti.
L’epilogo della vertenza, con la firma di un accordo separato al ribasso tra la Fiat e i sindacati Uil e Sida, nonostante la riuscita dello sciopero, sarà la miccia che farà esplodere la rivolta di piazza.
Quella che si configurerà come una vera e propria battaglia urbana andrà avanti per tre giorni e in un certo senso sarà il naturale proseguimento delle modalità in cui era stato portato avanti lo sciopero, con l’organizzazione di picchetti particolarmente determinati nel non permettere l’ingresso di nessuno.
Le pagine di Lanzardo fanno parlare i protagonisti.1 L’insieme dei tasselli va a comporre un quadro in cui è possibile riconoscere un abbozzo di coordinamento strategico dei protagonisti degli scontri. È significativo in tal senso, l’apporto di quegli operai che erano stati partigiani e che misero a disposizione le loro esperienze e cognizioni militari.
La trasformazione della lotta sindacale in una lotta popolare di più ampio respiro verrà interpretata dal Partito comunista e dalla Cgil con la finalità di dimostrare l’estraneità agli scontri dei militanti delle proprie organizzazioni, se non per casi singoli, lasciatisi trascinare con leggerezza nella degenerazione dei disordini. La tesi su cui si reggerà questa posizione è quella del cambiamento della composizione sociale della piazza: questa, solo al principio sarà caratterizzata dalla presenza massiccia degli operai, mentre in un secondo momento vedrà il prevalere di agenti provocatori, giovani teppisti, se non di fascisti tout court, in molti casi pagati da padronato e partiti di destra, con lo scopo di gettare discredito sullo sciopero e sulle organizzazioni del movimento operaio. La stessa linea sarà mantenuta durante i processi tenutisi per direttissima, durante i quali gli avvocati del Pci arriveranno nel migliore dei casi a esprimere una comprensione paternalistica nei confronti degli imputati, senza mai riconoscerne l’appartenenza a partiti e sindacati di sinistra, anche di fronte alle evidenze contrarie.

Nella disamina di queste posizioni, Lanzardo allarga la sua osservazione a quelle espresse negli anni successivi. Con i sommovimenti del 1968 e l’esplodere delle lotte operaie e studentesche si assiste da parte di esponenti del Pci a una legittimazione a posteriori di Piazza Statuto. Ne viene riconosciuta la radice operaia e inquadrato quello che all’epoca era stato stigmatizzato come lo sprigionarsi di una brutalità da condannare – nel migliore dei casi estranea al movimento operaio, nel peggiore frutto di una preordinata strategia provocatoria -, come l’inizio di quel processo che avrebbe poi portato alle lotte e all’avanzata delle organizzazioni del movimento operaio di fine decennio.
Ma, come si è detto al principio, il punto di osservazione di Lanzardo è situato in un momento ulteriormente successivo, cosa che gli permette di dubitare che vi sia stato un cambiamento politico sostanziale alla base del recupero della rivolta di Piazza Statuto.
Per suffragare questa conclusione, Lanzardo cita il fatto che uno schema analogo di rigetto, viene applicato alla radicalizzazione delle lotte degli anni 68-77, con il riemergere delle consuete categorie: aggettivi quali, provocatori, anarchici e persino fascisti, vengono affibbiati ai militanti della sinistra extraparlamentare, nei momenti di maggiore scontro con la linea di responsabilità nazionale fatta propria dal Partito comunista e dalla Cgil, negli anni successivi al compromesso storico e alle politiche di austerity.
Utile strumento per approcciarsi criticamente non solo a eventi che sono stati cruciali nella storia sociale di questo Paese e come chiave interpretativa per demistificare l’apparente mutevolezza di certe evoluzioni politiche, La rivolta di Piazza Statuto ci conduce anche a una riflessione più generale sul rapporto tra tempo e coscienza politica, fatto che, nella congiuntura che viviamo e che porta le tracce della più che quarantennale regressione della classe lavoratrice, assume un ulteriore grumo di senso rispetto alla stesura del saggio.
Ci invita infatti a evitare nelle nostre analisi lo schiacciamento sul presente. Schiacciamento che, se nei tempi analizzati dal libro di Lanzardo, ossia in una fase di forza del movimento dei lavoratori, poteva dirsi condizionato dall’opportunismo e dal collaborazionismo degli organismi dirigenti del movimento operaio, oggi vede un ulteriore fattore generativo in un distorto e semplicistico utilitarismo binario, che subordina l’agire collettivo, alla necessità di risultati immediatamente tangibili, ignorando completamente le innumerevoli e imprevedibili variabili che vengono coinvolte nella deflagrazione della lotta e che, il più delle volte, non sono legate a avanzamenti e risultati, da una linea retta di facile percezione e comoda spendibilità mediatica.


  1. L’insieme delle numerose testimonianze raccolte da Lanzardo costituiscono un tessuto narrativo che, al di là del valore storico, imprigiona il lettore nell’evocazione dell’atmosfera di quegli anni, stabilendo un coinvolgimento emotivo che rivaleggia con le più riuscite pagine di romanzi e racconti d’ispirazione sociale. Così, ad esempio, c’è il momento di sospensione del tempo prima del turno di lavoro che permetterà di capire la riuscita dello sciopero; gli operai che piangono nel constatare il successo della mobilitazione dopo aver vissuto il carico della repressione alla Fiat del decennio precedente; o infine, la gioia di Gerardo nel constatare che gli scontri ai quali lui ha partecipato e che lo hanno coinvolto nel procedimento giudiziario, hanno contribuito, quantomeno, alla crescita della coscienza politica della madre, fino ad allora succube del modello familiare paternalista e che, seppur votava comunista, lo faceva “perché glielo diceva [suo] padre”. Una testimonianza che pare ricordare in certi momenti, l’evoluzione del rapporto tra Tom Joad e la madre, nel capolavoro di Steinbeck.