di Sandro Moiso

Ron Rash, Serena, traduzione di Valentina Daniele, La Nuova Frontiera, Roma 2025, pp. 375, 20 euro

Serena sollevò il bicchiere di vino.
«Alle società e a tutto ciò che è possibile» disse «Il mondo è maturo e lo coglieremo come una mela dall’albero.»
«Pura poesia» esclamò Calhoun.

Gli Appalachi, o Appalachian Mountains, sono una catena montuosa situata nella parte orientale dell’America del Nord che si estende da Terranova, in Canada, a nord, fino allo stato dell’Alabama, a sud, attraversando 17 degli stati della federazione statunitense, e culmina nel Monte Mitchell (2.037 metri) nella Carolina del Nord. Sviluppandosi quasi parallelamente alla costa orientale atlantica, a partire dal golfo del fiume San Lorenzo per 3.300 chilometri.

Negli Stati Uniti, separano la pianura costiera atlantica (a est) dal bacino del fiume Mississippi e dai Grandi Laghi (a ovest) e si estendono per oltre 2.200 km di lunghezza e costituiscono una delle zone economicamente più depresse degli Stati Uniti. Da sempre, dopo la cacciata delle tribù dei nativi, sono stati abitati, specialmente nella porzione centro-meridionale, da gruppi sociali di origine scoto-irlandese dediti ad attività lavorative scarsamente retribuite, ma intensivamente sfruttate dai datori di lavoro, come minatori, operai o boscaioli1.

Le stesse regioni centrali e meridionali, sono uno dei luoghi più ricchi di biodiversità del Nord America e la flora degli Appalachi è estremamente diversificata. La conifera dominante a nord e ad alta quota è l’abete rosso (Picea rubens), che cresce a oltre 1.200 metri sul livello del mare nel nord del New England e nel sud-est del Canada. Cresce anche verso sud lungo la cresta della catena di montagne fino alle altitudini più alte di quelle meridionali, come nella Carolina del Nord e nel Tennessee.

Gli Appalachi ospitano anche varie specie di abeti, come l’abete balsamico boreale (Abies balsamea) e l’abete di Fraser (Abies fraseri) endemico delle parti più alte dei Monti Appalachi meridionali, dove insieme all’abete rosso forma un fragile ecosistema noto come foresta di abeti rossi degli Appalachi meridionali. L’abete di Fraser si trova raramente al di sotto dei 1.700 metri e diventa il tipo di albero dominante a 1.900 metri. Queste specie, insieme a molte altre, tendono ad occupare siti sabbiosi, rocciosi e con terreno povero, che sono per lo più di carattere acido.

Non si preoccupi il lettore, non si vuole qui dare inizio ad un trattato di carattere geografico e naturalistico sulla parte orientale degli Stati Uniti, ma soltanto fornire alcuni dati necessari alla visualizzazione del territorio posto al confine tra Nord Carolina e Tennessee in cui si svolgono gli avvenimenti narrati nel romanzo di Ron Rash, Serena (ed. originale americana 2008), pubblicato da La Nuova Frontiera nel 2025 e precedentemente edito in Italia nel 2014 da Salani Editore con il titolo Una folle passione, sempre nella traduzione di Valentina Daniele. Romanzo dal quale, nel 2014, è stato tratto anche un film diretto da Susanne Bier, con Jennifer Lawrence e Bradley Cooper, purtroppo poco fedele alla trama originale.

Una tragedia americana che affonda, però, le sue radici sia nei drammi elisabettiani che nella tragedia greca; fatto quest’ultimo confermato dalla presenza di un autentico “coro” destinato a commentare gli avvenimenti, talvolta in funzione comica, ma spesso rivolto a sottolineare gli effetti devastanti causati dalle scelte dei principali protagonisti. Coro composto dai boscaioli e dai capi squadra dei lavoratori che, anche a costo della vita, lavorano per i due imprenditori posti al centro della trama: George e Serena Pemberton, marito e moglie, insaziabilmente rivolti all’accumulo di ricchezze e potere, che, appena giunti da Boston, mostrano di avere come unico obiettivo quello di costruire un impero del legname nel cuore selvaggio degli Appalachi e piegare la montagna alla loro volontà.
A qualsiasi costo, umano o ambientale.

Gli avvenimenti si svolgono a partire dal 1929, agli inizi della Grande Depressione che, insieme ai fallimenti di numerose banche e società finanziarie, porterà nei campi della società, la Boston Lumber Company, dedita al disboscamento della parte alta degli Appalachi meridionali una miriade di vagabondi e disoccupati che attraversano gli Stati Uniti in treno per cercare lavoro. Anche se ad alto rischio e mal retribuito.

Non vi è pietà o speranza di redenzione, sia da parte dei due coniugi entrambi trentenni, dei quali il marito si rivelerà essere la parte più debole del connubio, che per i dipendenti, letteralmente falciati dagli incidenti causati da un lavoro condotto in situazioni estreme, in cui la morte può arrivare dal morso di un crotalo oppure dalla caduta di un albero, come da una banale disattenzione o da un ramo che cade improvvisamente in verticale tra le scapole di qualche malcapitato. Mentre altre volte volte può arrivare, e non soltanto per i salariati del campo, per mezzo di una lama di coltello maneggiato con ferocia ed abilità.

Al centro della trama troneggia comunque, come una dark lady scespiriana o una figura della mitologia greca più ancora che come una protagonista di un romanzo noir, Serena, moglie e imprenditrice avida, spudorata e feroce. Un’immagine di donna forte e determinata fino all’assassinio che rimarrà a lungo nell’immaginazione del lettore, avendo ben pochi altri paragoni possibili nella letteratura o nel cinema, se non nella Janine “Smurf” Cody della serie televisiva Animal Kingdom, anche se quest’ultima opera in tutt’altro contesto epocale, sociale e famigliare.

Il suo passato, prima dell’arrivo a Boston dove si è sposata con George, dopo essersi letteralmente impadronita della sua mente del suo corpo, non è del tutto chiaro, anche se lei narra di essere nata in Colorado, sulle Montagne rocciose, e di aver vissuto lì fino ai sedici anni, «figlia di un commerciante di legname che le aveva insegnato a stringere la mano come si deve e a guardare gli uomini negli occhi, oltre che a sparare e ad andare a cavallo. Era venuta a Est solo dopo la morte dei genitori», avvenuta insieme a quella di tutti gli altri famigliari a causa di un’epidemia, e dopo aver bruciato la casa di famiglia mentre se ne allontanava.

Una figura circondata da un’aura di sensualità, ambiguità e maledizione che se da un lato ha travolto il marito, dall’altro si impone sia sui soci in affari che sui boscaioli, affascinandoli e terrorizzandoli allo stesso tempo. A rivelarne la personalità basta un breve dialogo posto nelle prime pagine del romanzo.

Serena disse: «Ci sono molti giaguari da queste parti?»
«Niente affatto, signora Pemberton» rispose Wilkie in tono rassicurante. «Sono lieto di dirle che l’ultimo di questo stato fu ucciso nel 1920.»
«Eppure gli abitanti credono che ne sia rimasto ancora uno» disse Buchanan. «Girano parecchie leggende, che gli operai conoscono bene, non solo su quanto è grande ma anche sul colore, che va dal fulvo al nero inchiostro. Io sarei contento se restasse una leggenda, ma suo marito la pensa diversamente. Lui vorrebbe che fosse vero, per potergli dare la caccia.»
«Questo prima del matrimonio» osservò Wilkie. «Ora che Pemberton è un uomo sposato, sono certo che preferirà passatempi meno pericolosi della caccia ai giaguari.»
«Spero invece che gli dia la caccia e rimarrei delusa se facesse altrimenti» disse Serena, parlando sia a Pemberton che ai suoi soci. «Pemberton è un uomo che non teme le sfide: è il motivo per cui l’ho sposato.» Fece una pausa, con un piccolo sorriso. «E il motivo per cui lui ha sposato me»2.

Ron Rash (Chester – South Carolina, 1953) è autore di romanzi, racconti e raccolte di poesia. Uno scrittore di una certa fama negli Stati Uniti, dov’è considerato un classico della letteratura del Sud, le cui opere sono state tradotte in numerose lingue.
Nel 2010 ha vinto il Frank O’Connor International Short Story Award mentre è stato due volte vincitore del O’Henry Prize. Attualmente insegna alla Western Carolina University e vive a Clemson, in Carolina del Sud. Con La Nuova Frontiera ha pubblicato Un piede in paradiso (2021), La terra d’ombra (2022) e Il custode (2024), tutti tradotti da Tommaso Pincio.

Probabilmente Serena può essere considerato il suo romanzo più maturo e completo, anche se sono numerose le sue opere in prosa e in versi non ancora pubblicate in Italia. Il paragone fatto spesso con William Faulkner e Cormac MaCarthy è, a giudizio di chi scrive, forse un po’ forzato o azzardato, sia per la vena sperimentale che ha sempre caratterizzato la scrittura del primo che per la secchezza essenziale del secondo, ma non si può assolutamente negare che la forza evocativa trasmessa dalle pagine di Rash sia di grande effetto. A partire da quelle che descrivono la Lady Macbeth degli Appalachi mentre monta il suo cavallo arabo bianco per seguire le squadre di boscaioli su per le montagne più alte, mentre porta sul braccio un’aquila di grandi dimensioni in grado di cacciare qualsiasi serpente o altro animale.

A contrapporsi a lei, pur essendo costretta a fuggire dalla sua vendetta, sarà un’altra figura di donna, poco più che adolescente, Rachel Harmon, madre del figlio illegittimo di George. Povera, abbandonata da bambina da una madre incapace di vivere tra quelle oscure montagne e resa orfana del padre da George, che lo uccide proprio all’inizio della narrazione, porta in sé un attaccamento alla vita e alla natura che la circonda che le permetterà di affrontare difficoltà apparentemente insormontabili. Rappresentando in qualche modo l’alter ego vitale di Serena, incapace o impossibilitata invece a procreare e destinata a perdere il figlio che avrebbe voluto o dovuto dare a George.

Due figure che sembrano essere, nella loro essenza, uscite dal mito, sullo sfondo di una lotta condotta dai due imprenditori non soltanto contro i propri soci e coloro che da Washington vogliono espropriarli per dare vita a quel Parco Nazionale delle Great Smoky Mountains che sarà poi inaugurato nel 1934 sui territori in cui è ambientata la vicenda, ma anche contro la Natura stessa che contribuiscono con la loro avidità a devastare e distruggere.

Fu la squadra di Snipes a tagliare l’ultimo albero. Quando un noce americano di dieci metri cadde sotto la sega di Ross e Henryson, la valle e i crinali ricordavano la pelle scuoiata di un animale enorme. Gli uomini radunarono seghe e cunei, blocchi e asce. Si fermarono un istante, poi scesero giù dalla Shanty Mountain per un sentiero tortuoso.
[…] Ai piedi della montagna, gli uomini si riposarono a riposare sulle rive del Rough Fork Creek prima di arrancare per l’ultimo tratto in piano fino al campo. Steward si inginocchiò accanto al ruscello, si portò un po’ d’acqua alla bocca con la mano e la sputò.
«Sa di fango.»
«Una volta questo ruscello aveva l’acqua più dolce della zona» disse Ross. «I castagni vicino alla fonte le davano un sapore dolce quasi come il miele.»
«Tra poco non ne troverai più di castagni su questi monti» commentò Henryson «e non ci sarà più nemmeno una goccia d’acqua così dolce»3.

E’ un senso di colpa quasi biblico che accompagna le riflessioni dei boscaioli, consci del fatto che anche l’istituzione del parco non migliorerà la loro condizione umana.

«Io ho fatto la mia parte per questo.»
«Abbiamo delle famiglie da sfamare» disse Henryson.
«Infatti» convenne Ross. «E mi domando come faremo, ora che non ci sono più alberi e il lavoro se ne va.»
«Almeno gli animali rimasti hanno un posto in cui scappare» disse Henryson.
«Il parco, dici?» disse Stewart.
«Sissignore. Il problema è che non ci faranno stare con loro.»
«A mio zio, a Horsetrough Ridge, hanno detto che deve andarsene dal suo terreno entro la primavera prossima» disse Stewart «e lui è ancora più in là sul versante del Nord Carolina di noi qui.»
«Cacciare la gente per rimetterci gli animali» disse Ross «Che follia.»
Snipes, che aveva ascoltato con attenzione ma senza commentare, si mise gli occhiali e guardò la valle
«Mi sembra come quella volta in Francia, quando i capi ci hanno detto di smettere di combattere. Ho la stessa sensazione qui.»
«Che sensazione ?» chiese Henryson.
«Hanno ammazzato e distrutto tanto che non ci sarà mai più vita. Anche per quelli che non c’erano quando è successo, sarebbe un peso pure per loro. Sarebbe come cercare di vivere in un cimitero.»
Ross annuì. «Ci sono stato solo tre mesi quando stava per finire, ma hai ragione. C’era una sensazione, in quei posti dove sono morti degli uomini. La terra è morta con loro»4.

In queste considerazioni c’è qualcosa che manca sia in Faulkner che in Mc Carthy: la condanna dichiarata apertamente di un modo di produzione che distrugge ogni cosa in nome del profitto, sia con la guerra che con lo sfruttamento di ogni possibile risorsa ambientale. Una distruzione che corrisponde anche a quello delle società umane e a cui anche un tardivo ecologismo di facciata, come l’attuale green deal, non fa che aggiungere la beffa al danno. Un danno spesso irrecuperabile, come sembra sentenziare il coro degli sfruttati: «Tu che ne pensi, predicatore?» […] «Credo che la fine del mondo sarà così» disse McIntyre, e nessuno tra gli altri aprì la bocca per obiettare5.

A trionfare infatti nella vicenda, al di là delle scelte spietate oltre ogni limite di Serena, è sempre l’implacabile processo di distruzione e accumulazione che sta alla base dello “sviluppo” figlio del capitalismo, non solo americano, e della sua storia di espropri e massacri. Così che anche il parco nazionale sviluppatosi tra Nord Carolina e Tennessee, oggi quello più frequentato degli Stati Uniti con 14,1 milioni di visitatori all’anno, ha una storia iniziata ben prima di quella narrata da Ron Rash.

Infatti, in precedenza, le Great Smoky Mountains erano abitate dalla tribù indiana dei Cherokee che ne mantennero il controllo fino alla prima metà del XIX secolo, quando il loro destino fu segnato dal presidente Andrew Jackson che emanò un ordine di rimozione di tutti i nativi americani che vivevano a est del fiume Mississippi. La maggior parte dei Cherokees si adeguò e si trasferì a ovest, mentre solo alcuni gruppi sopravvivono ancora nei dintorni del parco.

Non sorprende che, dopo l’allontanamento dei Cherokees, il disboscamento sia diventato un’industria importante in tutta la regione. Una storia tragica si sarebbe così sommata ad un’altra, creando lo sfondo su cui si muovono i disoccupati e gli hobo creati dalla crisi del 1929. Anche loro in attesa di essere comprati e distrutti come le foreste che li circondano al loro arrivo al campo.

Ormai la processione degli uomini che venivano a cercare lavoro al campo era continua. Alcuni si accampavano in mezzo ai tronchi tagliati, aspettando per giorni che riportassero dai boschi un operaio mutilato o ucciso, sperando di prenderne il posto. Questi e altri, più di passaggio, si riunivano per sei mattine alla settimana sul portico dello spaccio, e cercavano ciascuno a suo modo di distinguersi dagli altri quando passava Campbell. Alcuni si presentavano a torso nudo per mostrare i fisici possenti, mentre altri avevano in mano asce portate dalle fattorie o da altre segherie, pronti a cominciare in qualsiasi momento. Altri ancora portavano con sé delle Bibbie e leggevano con grande concentrazione, per dimostrare che non erano farabutti o comunisti ma uomini devoti. Alcuni avevano pezzi di carta malconci che attestavano il loro talento e la loro affidabilità di boscaioli, o anche documenti di congedo dal servizio militare, e tutti si trascinavano dietro storie di bambini affamati, fratelli, sorelle, genitori o mogli malate6.

Un autentico mercato di schiavi “volontari” che ben riproduce le leggi implacabili del mercato del lavoro, soprattutto in tempi di crisi, capaci di distruggere qualsiasi tipo di solidarietà di classe. Anche di fronte a incidenti gravi o mortali, rispetto ai quali non resta ai lavoratori che ricorrere a rimedi antichi e discutibili.

Alcuni uomini cominciarono a portare al collo croci di legno intagliate a mano mentre altri si munirono di zampe di coniglio e magnetite, sale, castagne, punte di freccia e perfino ferri di cavallo. Altri ancora portavano talismani contro pericoli specifici: calcoli di cervo per contrastare il veleno, vischio per evitare i fulmini, agata per prevenire le cadute e monete porta fortuna di tutti i tipi, carte da gioco dal due all’asso infilate nei nastri dei cappelli. Molti uomini erano Cherokee e portavano con sé i loro talismani, stauroliti e piume, certi tipi di piante. Secondo qualcuno la miglior risposta agli incidenti era una scorta di whisky. Altri adottarono i colori vivaci di Snipes e si vedevano fin da molto lontano mentre salivano su per i pendii; non sembravano tanto taglialegna quanto una tribù di giullari in disgrazia in viaggio verso una corte più ospitale. Molti minacciarono di andarsene. La maggior parte si fece più cauta, ma altri lo divennero ancor meno, rassegnati a una fine violenta7.

Oppure reagire con il tipico umorismo spaccone della Frontiera, di cui abbondano i dialoghi tra i lavoratori del coro. Come quello riguardante le condizioni di un operaio devoto, soprannominato il Predicatore, traumatizzato da un morso di serpente.

«Ho sentito che il tuo predicatore era nell’orto l’altra sera» disse Henryson a Stewart. «Deve stare un po’ meglio.»
«Sta meglio, ma non ci sta con la testa. Sua zia gli aveva trovato un funerale dove fare una predica a Cullowhee, pensando che l’avrebbe tirato su, ma lui ha detto di no.»
«Be’, non c’è niente come veder mettere qualcuno sottoterra per farsi tornare il sorriso» ironizzò Ross.
«A lui faceva bene» replicò Stewart. «Una volta mi ha detto che l’unica cosa che odiava della morte era che non avrebbe potuto predicare al suo funerale.»
[…] «Se i funerali lo mettono di buon umore, non c’è posto migliore di questo» commentò Ross. «Ci sono più morti che alberi caduti.»8.

E in effetti tutto il romanzo è accompagnato da un’aria malsana e maledetta, cui nessuna legge può porre rimedio, se non quella della vendetta, anche se tardiva.

Prima ancora che la prima baracca fosse stata piazzata sul Bent Knob Ridge, o la mensa, lo spaccio o i binari fossero stati costruiti, un acro di terra tra Cove Creek e Noland Mountain era stato adibito a cimitero. Come per riconoscere la facile transizione tra vivi e morti al campo, intorno al cimitero non c’era recinto, né cancello per entrare. Le uniche indicazioni erano quattro pali di legno. Quando marcirono, c’erano abbastanza tumuli sul terreno da rendere inutile qualunque demarcazione. Di tanto in tanto un operaio morto veniva trasportato dalla valle fino al cimitero di famiglia, ma la maggioranza veniva sepolta al campo. Il legname, che li aveva portati qui, li aveva uccisi e ora li racchiudeva, segnalava la gran parte delle tombe9.

Qui finiscono le drammatiche vicende scatenate dai Pemberton, in un crescendo di tensione che vede il destino di una comunità operaia intrecciarsi con quello della coppia, mentre il confine tra ambizione, ossessione e rovina si fa sempre più sottile, consegnando ai lettori una storia che, fino all’ultima pagina, rivela come ad ogni impresa del capitale non corrisponda altro che un orizzonte di rapina, distruzione e guerra: tra gli individui, le classi, il profitto e l’ambiente, la vita e la morte.


  1. Si veda: J.D. Vance, Elegia americana, Garzanti, Milano 2024.  

  2. R. Rash, Serena, La Nuova Frontiera, Roma 2025, pp. 16-17.  

  3. R. Rash, op. cit,. p. 336.  

  4. Ivi, p. 338.  

  5. Ibidem, p. 339.  

  6. Ibid., p. 206.  

  7. p. 191.  

  8. pp. 304-305.  

  9. p. 252.