di Luca Baiada
Paolo d’Altan, Francesco Zamboni, Giacomo & Giacomo. Matteotti e il coraggio della verità, Carthusia Edizioni, Milano 2024, pp. 36, euro 21,90.
Un fumetto raffinato dedicato «a tutti coloro che hanno il coraggio di far sentire la loro voce di fronte alle ingiustizie». Che parli proprio di bullismo è necessario: è un male che alleva fascisti e rassegnati al fascismo, quindi è un addestramento.
Realizzato col contributo della Fondazione Anna Kuliscioff, Giacomo & Giacomo offre nelle illustrazioni di Paolo d’Altan resa grafica limpida e immediata, buon uso di margini netti o sfumati, alternanze significative di colore e bianco e nero, anche nella stessa immagine. Dialoghi e didascalie, col tracciato narrativo e i testi di Francesco Zamboni, non potrebbero essere più pertinenti. Il piacere è garantito a tutte le età, ma per l’effetto formativo è ideale quella dei giovanissimi.
Il piccolo protagonista – si chiama Giacomo come il socialista e vive nel 1970 – è un introverso e ama lo studio. In Matteotti qualche tratto di questo modo di essere, però senza esclusione limitante, lo rivelano le lettere di Velia Titta, specie quelle dei primi anni, in cui lei sente la forza vulcanica dell’uomo che ha incontrato e lo chiama ad aprirsi. Velia lo sprona, lo rassicura, lo invita all’amore e all’impegno secondo le sue convinzioni (eppure, lei per formazione non è socialista). Vuole che Giacomo non senta ostacoli ai suoi interessi e progetti: «Una vita di solo amore, non potrebbe mai bastare a un uomo come te»[1]. Questa donna innamorata si renderà conto dei rischi, lo dimostrano certe parole del 1921: «Più difficile mi è persuadermi che arrivato a questo punto non ti è ammessa nessuna viltà, anche se questo dovesse costare la vita; ma certo che bisogna dimenticare tutto il resto»[2].
C’è bisogno di dire di che colore sono, i bulli? Il piccolo Giacomo è accerchiato dai figuri nerovestiti. Inconfondibili nell’eterna prepotenza, nell’autostima gonfiabile, nel ghigno, nell’essere gruppo contro uno. I loro modi sono quelli dell’intrusione, dell’appropriazione oltraggiosa. Certo, a Velia, vedova Matteotti, dopo il 1924 andò peggio: l’Ovra le mise in casa un agente che fingeva di essere un amico, e che invece spiava e manipolava i figli per portarli al regime; il patrimonio del marito fu rosicchiato da vicini e fittavoli che approfittarono della situazione.
Eppure, quanto soffre un giovanissimo? Anche senza considerare casi di violenze estreme o di devastazioni psichiche che portano al suicidio, il bullismo è una piaga atroce. I bulli, con spavalderia, fermano Giacomo e frugano nel suo tascapane – si sente, a quell’età, l’importanza di un piccolo spazio proprio, di segreti fatti di tutto e di nulla. Ciò che rubano, in fondo, è poco, ma quel che pesa è la sfrontatezza, la ricerca di qualcosa di personale, il gesto che vuole arraffare nell’intimità, togliere un piacere, snudare qualcosa. È facile colpevolizzare chi è solo, e i prevaricatori sanno trovare i pretesti.
Il piccolo Giacomo non ne può più dei compagni di scuola persecutori: «Mi sono chiesto per molto tempo quale fosse il modo migliore per farli smettere». Così si interroga ogni vittima. L’ossessione difensiva – fitta di contraddizioni e congetture – è sbagliata, anche se incolpevole, perché incrina l’anima: così il persecutore colonizza la vita interiore di chi prende di mira. È la condizione di tutti gli accerchiati, di quelli che sanno di valere eppure, a volte proprio per questo, sono messi ai margini. Magari capiscono più degli altri, ma ricevono irrisione, negazione, squalifica profonda da chi li opprime.
Il fumetto coglie la povertà del Polesine nei primi anni del Novecento, le lotte sociali durissime, l’impegno incessante di Matteotti, la sua posizione contro la guerra e per i lavoratori, l’energia inesauribile che gli aveva fatto meritare quel soprannome: «Tempesta». C’è la sostanza: «L’avevano ucciso perché avevano paura di lui». E c’è l’attualizzazione, soprattutto con l’identificazione del piccolo Giacomo nella storia di chi si oppone: «Questo Matteotti, che si chiamava Giacomo come me, era davvero forte! Ma soprattutto, non aveva avuto paura di fare la cosa giusta. Anzi, forse di paura un po’ ne avrà pure avuta, in fondo chi non ce l’ha?».
La risposta viene dal passato e serve a progettare il futuro. È qui che la narrazione per immagini va ben oltre le parole: il viaggio nel tempo è segnato dall’ingresso in un diario del 1924. Sono le pagine scritte da un giovanissimo testimone del delitto, uno dei ragazzini che giocavano sul lungotevere Arnaldo da Brescia, a Roma, e videro il rapimento. Il testimone è sentito dalle guardie e anche fra loro c’è un antifascista; il piccolo racconta, poi chiede: «È normale avere paura?»; la risposta della guardia onesta è quella buona: «Certo. È per questo che esiste il coraggio!».
La sostanza del discorso di Matteotti alla Camera, quello celebre del 30 maggio 1924 prima di morire, viene da un assaggio della chiusa, con parole risorgimentali. Qui le parole leggiamole tutte:
Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Molto danno avevano fatto le dominazioni straniere. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità[3].
Quel discorso con ogni probabilità fu improvvisato, perché fu preceduto da una pretesa dei fascisti – per i trucchi elettorali hanno un tic nervoso ancora adesso – non preannunciata e contraria alle regole: volevano convalidare in blocco il risultato delle elezioni appena svolte, senza farlo analiticamente per circoscrizioni e deputati.
Nel 1924 le parole del socialista colgono la barbarie del fascismo e la sua falsa modernità politica: esprimono la previsione, rivelatasi esatta, che il regime avrebbe compromesso quanto realizzato con l’Unità. Neanche due anni dopo la Marcia su Roma, ben prima del Concordato, dell’Impero, delle leggi razziali e della disfatta bellica, causa dell’ingresso nel paese di forze militari che non sarebbero più andate via, Matteotti – politico, giurista, economista, poliglotta e attento alle relazioni internazionali – aveva capito l’arrivo di danni durevoli: il disastro dell’Italia. E pensare che adesso vogliono farsi chiamare patrioti.
Il piccolo Giacomo non tace la prepotenza subita, e fa bene: l’aggressore conta sulla vergogna della vittima. Matteotti, quando i fascisti fanno circolare la voce di averlo stuprato e alla Camera lo prendono in giro, è limpido:
Devo per conto mio apertamente dichiarare che accennano a cose perfettamente, assolutamente false. Se fossero vere, io stesso le avrei denunziate perché rappresenterebbero non la vergogna della vittima, ma la vergogna di una fazione arrivata a tali estremi[4].
Il Giacomo del 1970 troverà il cammino giusto per il suo coraggio, e questo conferma il pregio del libro: «Tutti noi possiamo essere importanti, e trovare la strada per essere davvero liberi. Basta seguire l’esempio di chi l’ha già tracciata». Squisita, l’immagine. Matteotti è un’ombra pallida, un Grillo parlante di Pinocchio fuori del tempo, sulla porta di casa a Fratta Polesine. È una dimora che tocca il cuore, nel verde, a pochi passi da dove gli austriaci nel 1818 arrestarono i carbonari, poi deportati allo Spielberg: fra loro c’erano i patrioti che Silvio Pellico avrebbe incontrato qualche anno dopo, dove scrisse Le mie prigioni. Da quella casa, nel 1913, il socialista scrive a Velia parole dall’eco cechoviana: «Anche il mandorlo tutto fiorito ch’è subito qui sotto la mia finestra, scosso dal vento e contro le nuvole grigie, non par più così vaporoso e lieto, come egli vuole, e può in altri giorni»[5]. Passano dieci anni, e quando Giacomo è trattenuto lontano dagli impegni parlamentari e dalla caccia all’uomo degli squadristi, è lei a scrivergli: «Rientrare in queste stanze dove ho passato con te le prime emozioni, mi da una grande melanconia che non posso ancora vincere. Mi sembra sempre di vederti in tinello o nell’orto e di poterti aspettare come allora»[6]. Chi ha assaporato l’atmosfera di quel giardino appartato e profondo sa che tutto vi parla di Matteotti, della sua formazione e delle sue traversie, ma anche della sua famiglia, di Velia e del loro grande amore.
Il senso più alto di questo libro godibile e convincente è che ogni bullismo è un microfascismo, cioè un fascismo. Vediamo la cosa dal lato buono. Se ogni vittima di bullismo ha chiaro questo e ne trae le conseguenze, le scuole diventano formidabili vivai di antifascisti. Per fortuna ci sono insegnanti di valore che lo sanno bene.
[1] Velia Titta Matteotti, Lettere a Giacomo, a cura di Stefano Caretti, Nistri-Lischi, Pisa 2000, p. 62, Roma, 13 luglio 1913.
[2] Ivi, pp. 214-215, Roma, 25 gennaio 1921.
[3] Giacomo Matteotti, Contro il fascismo, Garzanti, Milano 2019, p. 50.
[4] Marzio Breda, Stefano Caretti, Il nemico di Mussolini. Giacomo Matteotti, storia di un eroe dimenticato, Solferino, Milano 2024, pp. 18-20.
[5] Giacomo Matteotti, Lettere a Velia, a cura di Stefano Caretti, Nistri-Lischi, Pisa 1986, p. 50, Fratta Polesine, 26 marzo 1913.
[6] Titta Matteotti, Lettere a Giacomo, cit., pp. 261-262, Fratta Polesine, 16 maggio 1923.



