di Gioacchino Toni

Ingrid Anastasia Pedrazzini, Tessitori di rivolte, prefazione di Marco Aime, elèuthera, Milano, 2026, pp. 176, € 16,00

«Non cantare più le tue vecchie rime sull’audace Robin Hood, / le sue gesta ammiro poco. / Canterò le imprese del generale Ludd, l’attuale eroe del Nottinghamshire» General Ludd’s Triumph, Ballata dei tessitori del 1812.

Eric Hobsbawm è stato tra i primi, a partire da metà del secolo scorso, a evidenziare come le insorgenze luddiste del primo Ottocento, nel prendere di mira i macchinari della produzione, si scagliassero contro una trasformazione che stava riscrivendo le comunità spezzando i legami sociali e riformulando il senso stesso dell’attività lavorativa. Agli studi pionieristici dello storico britannico si sono poi aggiunti, nei decenni successivi, quelli di autori come Edward P. Thompson, Harry Braverman e Stephen Marglin, volti a rimarcare come nelle pratiche luddiste sia individuabile un’embrionale presa di coscienza circa la non neutralità delle tecnologie, il loro rivelarsi funzionali all’esercizio del controllo sugli individui, dunque al loro sfruttamento da parte capitalista.

Tale filone di studi ha mostrato come fosse fuorviante la narrazione dominante che dipingeva la stagione luddista come un’irrazionale insorgenza tecnofoba aprioristicamente contraria al progresso. Secondo questi studiosi, i lavoratori guardavano con ostilità alla diffusione delle macchine perché queste, oltre a demolire i loro modelli di vita tradizionali e la rete sociale, li spremevano e li espropriavano del loro sapere produttivo. È nel solco di questo approccio critico che si pone il recente volume Tessitori di rivolte (elèuthera, 2026) di Ingrid Anastasia Pedrazzini.

I padroni delle fabbriche e gli ambienti politici loro vicini vedevano nel luddismo una minaccia allo sviluppo capitalista in quanto muoveva da istanze inconciliabili con il suo sistema valoriale. Per stroncare il fenomeno luddista non si fece ricorso soltanto a una violenta repressione militare – a sedare i disordini scoppiati tra Leicester e York nell’estate del 1812 furono impiegati più di dodicimila soldati – e legislativa – con la promulgazione del Frame-Breaking Act del 1812 venne introdotta la pena di morte per i distruttori di macchinari –, ma anche attraverso un’efficace strategia di delegittimazione culturale, che continua a operare ancora ai giorni nostri, tesa a presentare gli insorti come una masnada di ingenui sprovveduti inclini alla violenza gratuita. Insomma, a lorsignori occorreva un processo di decostruzione del luddismo che lo marginalizzasse.

La propaganda utilitarista «si configurò come uno strumento atto a fornire un sistema globale di spiegazione della realtà e basato sulla costruzione di un mito o, meglio, di una teologia, totalizzante quale fu quella capitalista. Attraverso l’imposizione dogmatica di tale metafisica si realizzò una rappresentazione globale intuitiva e suscettibile di una sola, univoca interpretazione, escludendo ogni possibilità di divergenza» (p. 66). Indubbiamente il luddismo rappresentava per il capitalismo inglese dei primi decenni dell’Ottocento «un problema in quanto fondato su un mito alternativo, disorganico e potenzialmente destabilizzante per l’ordine costituito. Per contrastarlo si rese necessario promuovere un nuovo mito, quello della macchina e del progresso scientifico, elevati a simboli assoluti del bene collettivo. Per questa esigenza, dunque, l’atto di distruzione delle macchine finì per essere considerato non più come semplice ribellione, ma come manifestazione di resistenza reazionaria e antiprogressista» (p. 67).

È importante guardare ancora oggi a quella esperienza di lotta «contro l’impoverimento materiale e morale» strutturatasi attorno alla figura di Ned Ludd in quanto, scrive Pedrazzini, «la sua leggenda, adottata come vessillo, ci parla della necessità di resistere non solo al cambiamento imposto dall’alto, ma anche alla narrazione unica del progresso come destino ineluttabile e benefico. Il mito di Ned Ludd non è solo un artificio retorico: è un dispositivo collettivo per dare voce a chi non ne ha, una scusa per costruire alleanze, per irradiare ironia e dissenso là dove l’ordine sociale sembra inscalfibile» (p. 12). La studiosa evidenzia come l’insorgenza luddista tendesse a «trasformare la protesta in rito: travestimenti, maschere, segni di riconoscimento», un vero e proprio «carnevale sovversivo» capace di sovvertire «le gerarchie e confonde il potere, mettendo in scena il disordine come strumento di lotta». In tali pratiche di lotta «si annida una memoria collettiva che sopravvive alla repressione, una cultura della resistenza che si trasmette ben oltre il tempo dell’insurrezione» (p. 12).

Rileggere le insorgenze luddiste guardando alle reali motivazioni che hanno spinto uomini e donne a contrastare le macchine e le tecnologie contribuisce a contrastare una narrazione tossica che, ancora oggi, addita come ingenuo, nostalgico e passatista chi osa mettere in discussione il mito della crescita illimitata, lo stesso mito che sta minando la vita degli esseri umani e dell’intero pianeta. «Nel cuore di questa riflessione sta la questione ontologica della macchina: nel capitalismo industriale, la tecnica non è più uno strumento neutro nelle mani dell’uomo, ma diventa soggetto storico, agente che trasforma e determina il mondo» (p. 13) in funzione della logica della massimizzazione del profitto.

Non si tratta soltanto di rileggere il passato al fine di contrastare il racconto fuorviante che di esso è stato fatto dal capitalismo, ma di cogliere come quelle stesse contraddizioni siano ancora attuali in un presente, scrive l’autrice del volume, in cui «la digitalizzazione, l’automazione, l’intelligenza artificiale stanno ridefinendo i confini della vita sociale. La domanda resta attuale: siamo noi a governare la tecnologia, o è la tecnologia che plasma silenziosamente le nostre abitudini, i nostri desideri, la nostra stessa idea di futuro?» (pp. 13-14).

Oggi, come ieri, non si tratta di rifiutare la tecnologia per partito preso, ma di muovere una critica radicale nei confronti della convinzione che vuole ogni trasformazione di per sé positiva e ineluttabile. Al luddismo, al sabotaggio e a tutte le modalità a cui hanno fatto ricorso uomini e donne nel tentativo di sottrarsi alla logica dello sviluppo illimitato, si deve guardare non con un sentimento nostalgico, ma per smontare una narrazione fuorviante, ridare dignità al dubbio e valorizzare le alternative possibili. In ogni esitazione davanti a quanto viene presentato come progresso, sostiene l’autrice del volume, «c’è la linfa di chi, martello in mano, ha osato domandare quale sentiero ci attenda oltre il domani. Così il luddismo diventa fiamma discreta, custode di una sapienza inquieta che ci invita, ancora e sempre, a interrogarci su cosa significhi davvero andare avanti, senza mai smettere di attraversare la notte alla luce ostinata del dubbio» (p. 15).

L’autrice tratteggia le origini del luddismo a partire dalla celebre mobilitazione, repressa nel sangue, contro l’abbassamento dei salari organizzata dai tessitori nei dintorni di Nottingham dell’11 marzo del 1811 che avrebbe dato luogo alla distruzione di numerosi telai. Lungi dall’essere dettata da astratto spirito meccanoclasta, l’insorgenza luddista che ha attraversato l’Inghilterra a inizio Ottocento ha preso le mosse dalla percezione di quanto fossero ingannevoli le promesse di splendore del capitalismo e ha operato valorizzando il legame con la comunità di provenienza. È in tale contesto che si è diffusa tra i tessitori inglesi la leggenda del generale Edward “Ned” Ludd ispirata, probabilmente, a un gesto di ribellione di un giovane nei confronti dei telai. «La scelta dei rivoltosi di utilizzare questo eponimo per designare sé stessi è significativa perché indica una scelta di campo, quella di restare aggrappati alle sfere del fiabesco, del fantastico e del mitologico ma rinnovandole; o meglio, innestandole con elementi presi dalla storia del loro presente, dalla contemporaneità che essi stavano vivendo» (p. 24).

Se i mascheramenti a cui si sottoponevano i luddisti nel compiere le loro azioni rispondevano a un’ovvia esigenza di anonimato, non di meno, sottolinea l’autrice, è possibile guardare a questi travisamenti «come codificazione di una postura originale nei confronti della realtà, come pratiche che aprono a una dimensione altra. Quasi come se esse fossero porte di accesso a uno spazio inabituale, in cui l’identità soggettiva riesce a preservarsi comunque anche mentre si collettivizza nella dimensione del gruppo» (p. 36). La tendenza a rappresentare il generale Ludd con abiti da donna nel suo travisamento da battaglia sembrerebbe sovvertire l’immaginario maschile che percepiva il femminile come portatore di disordine, irrazionalità e impulsività. In tal caso i luddisti avrebbero operato una sorta di ribaltamento trasformando in valori quelli che si era soliti vedere come disvalori propri del genere femminile.

Analogamente alla pratica del travisamento, l’agire nel buio della notte, oltre a permettere una maggiore libertà di azione, consentiva ai luddisti di capovolgere la loro condizione diurna di sfruttati liberandoli così «dal loro ruolo abituale per diventare altro-da-sé». Nei rituali del travisamento carnevalesco e dell’azione notturna, insomma, può essere colta la predisposizione dei luddisti a «profanare il loro presente» e «a compiere un atto sacrilego contro l’ordine costituito», entrando «nel dominio dell’illecito, del non-consentito» (p. 36).

L’avversione nei confronti delle autorità non mancava di venire espressa dalle comunità nemmeno in occasione delle impiccagioni dei luddisti e dei loro funerali. I corpi dei loro compagni giustiziati esplicitavano meglio di ogni altra cosa come per i capitalisti, la loro legge e la loro polizia, le macchine valessero più della vita degli esseri umani.

Gli assalti alle fabbriche e la distruzione dei macchinari in Inghilterra raggiunsero l’apice nel biennio 1811-1812, poi le azioni luddiste si fecero più sporadiche sebbene, almeno fino al 1816, si registrino ancora episodi di attacco organizzato alle strutture produttive. Nel corso dell’intero decennio furono frequenti anche i furti di armi e di materiale da cui ricavarle. Di certo l’introduzione del Frame-Breaking Act del 1812, che puniva con la pena di morte la distruzione dei macchinari, concorse a frenare le gesta luddiste portate avanti a livello comunitario lasciando spazio alla disperazione, al radicalismo inglese dell’ala sinistra del liberalismo e alle azioni estemporanee di sparuti gruppi di ribelli ormai allo sbando.

Pedrazzini ricorda come in Inghilterra, come in altri paesi europei, si fossero dati episodi di distruzione degli strumenti di lavoro già sul finire del Seicento come forma di contrattazione collettiva dei salari. Lo studioso Peter Linebaugh ha evidenziato come le lotte dei popoli nativi e le insorgenze degli schiavi nei Caraibi e negli Stati Uniti del Sud ricorressero frequentemente ad azioni di sabotaggio delle attrezzature agricole opponendosi alla mercificazione della terra e del lavoro, dunque come anche queste forme conflittuali siano ricollegabili al luddismo del primo Ottocento. Riguardare alle insorgenze luddiste con spirito critico consente di cogliere come la stessa rivoluzione industriale sia stata possibile grazie allo sfruttamento coloniale e come il capitalismo abbia accettato la fine della schiavitù non certo obbedendo a una presa di coscienza morale, bensì in quanto «funzionale a nuove forme di sfruttamento, più sottili ma non meno pervasive. Il lavoro salariato, imposto come modello universale, mantiene una continuità inquietante con i meccanismi coloniali: alienazione, disciplinamento, controllo del tempo e dello spazio» (p. 14). In questa prospettiva, scrive Pedrazzini, «il sabotaggio come pratica di autotutela si dilata e si espande oltre i confini della storia dell’industrializzazione e si presenta come risposta universalmente accettata e immediata a una condizione di dominio» (p. 76).

Ciò che contraddistingue i luddisti del primo Ottocento non è la distruzione di strumenti da lavoro, ma il fatto che tale pratica viene a darsi nel contesto storico del macchinismo che tende a sostituire «l’artigiano vivente» con la macchina, un lavoratore «più rapido e inanimato», in ossequio alla ferrea volontà di «adattare i mezzi allo scopo» (p. 77).

In altre parole, i luddisti furono tra i primi a opporsi alla macchina proprio nel momento in cui questa iniziò ad assumere un ruolo diverso da quello di semplice oggetto e a diventare, per usare un’espressione di Carlyle, campana di vetro che circonda e imprigiona. Ovvero, quando cominciò a configurarsi all’orizzonte la Macchina, con la lettera maiuscola, intesa come sistema, teorico e pratico, generatosi dai valori capitalisti e composto da premesse, implicazioni ed effetti collaterali talvolta imprevedibili (p. 78).

Per certi versi, sostiene Pedrazzini, l’entrata in vigore del Frame-Breaking Act sottolinea il passaggio da una concezione del sabotaggio degli strumenti di lavoro come pratica di contrattazione salariale ad una in cui «il distruttore di macchine era diventato un oppositore politico proprio in quanto distruttore di macchine» (p. 79).

In altri termini, nel momento in cui le esigenze del capitalismo trasformarono radicalmente le dinamiche produttive e, di conseguenza, quelle sociali, si realizzò un profondo rovesciamento nel rapporto tra essere umano e macchinario: ciò che era stato uno strumento passivo finì per elevarsi a soggetto storico, mentre la persona, in misura inversa, subì un graduale processo di oggettivazione. Più il mezzo tecnico assumeva centralità e iniziativa, più l’umano veniva ridotto a cosa, a semplice funzione tra altre funzioni. […] Da questa prospettiva, il lavoratore, ormai privato delle sue competenze fondamentali, si ritrova costretto ad accettare il suo declassamento ontologico (pp. 84-85).


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