di Franco Pezzini
Igino Ugo Tarchetti, Fosca, nota alla lettura di Matteo Strukul, pp. 216, € 14, Rizzoli Bur, Milano 2025.
È sempre bello quando anche i grandi editori tornano sulla letteratura fantastica e visionaria, come ora Rizzoli con questa nuova collana Bur Weird: e si può serenamente archiviare la questione che questi testi, almeno i primi usciti, fossero già reperibili con facilità. Per chiarirsi: quando un editore – specialmente se ben distribuito – ripropone in una collana graficamente accattivante come questa, nell’ambito di un progetto coerente, classici già da molto tempo sugli scaffali, ottiene che finiscano in mano anche a un pubblico che finora non li aveva letti. Il che è prezioso. Le prime uscite, poi, fungono anche da manifesto di presentazione: e poco importa che Il re in giallo fosse già presente in altri cataloghi, considerando la qualità particolare, giustamente e finemente letteraria, di questa nuova traduzione (di Massimo Scorsone, consulente della collana), o che Alle porte dell’incubo offra un florilegio dall’opera di Poe – certo iperproposto, ma patrono necessario di una simile operazione. Che poi Il mistero di Udolpho fosse già presente coi suoi frattali gotici nel catalogo Bur nell’edizione già curata da Viola Papetti poco importa, è un riconoscimento a Mamma Radcliffe utile a portarla nelle biblioteche di lettori più giovani. Il quarto titolo è Fosca di Tarchetti, un classico italiano che nuovamente merita di essere offerto. A partire, se vogliamo, anche dagli equivoci che lo riguardano.
La storia è nota. Il sensibile, tormentato e bel Giorgio ama Clara – malmaritata, ma capace di dargli serenità e stabilità – salvo cadere vittima di Fosca, creatura malata e (alla faccia del bodyshaming) di pirotecnica, mitologica bruttezza: resta invischiato nella morbosa passione da lei concepita per lui e ne avrà la vita travolta.
Ho usato l’aggettivo mitologica, perché non ci è affatto chiaro quali siano i connotati di tale spiacevolezza fisica, che sconfina nell’astrazione: a parte gli occhi in sé vividi sappiamo di un insieme scheletrico, una testa troppo grossa, un volto scavato fino al teschio, ma in realtà è tutto molto vago. Prevale la respingente, aggressiva sensazione di malattia (in effetti Fosca è sempre lì lì per morire), ma il quadro clinico sembra evocare l’epilessia, qualche patologia autoimmune o magari la famigerata consunzione, termine che nell’Ottocento etichettava una confusa costellazione di mali polmonari – anche se in realtà la donna non pare patire problemi di respirazione (per esempio strilla come un’aquila). In più è trasparentemente afflitta da un altro male d’epoca, l’isteria (“convulsioni isteriche. Già, il fondamento de’ suoi mali è l’isterismo, un male di moda nella donna, un’infermità viziosa che ha il doppio vantaggio di provocare e di giustificare”) laddove noi parleremmo di disturbi mentali e neurologici, forse di anoressia, plausibilmente di depressione. Di certo è una persona sensibilissima e colta il cui carattere è segnato da un intollerabile, vertiginoso buco nero di sofferenza: non pericoloso per la gente un po’ rozza che le stava attorno prima del sensibile Giorgio, ma fatale per lui.
Di qui la sorpresa che a un certo punto Giorgio arrivi ad amarla, a cadere nella rete dell’innamoramento di lei, fino ad avere un amplesso – nell’unico capitolo, va detto, non di mano dell’autore morto nel frattempo, ma del suo sodale Salvatore Farina grazie agli appunti di Tarchetti – è rimasta nella storia delle letture di Fosca come la chiave più disturbante dell’opera. Fosca insomma come la donna vampiro manipolatrice (ricatti affettivi, una consumazione progressiva di Giorgio da cui lei pare invece trarre energie e salute, in ultimo un contagio della deflagrazione interiore), la femme fatale che assurge a idolo di perversità – una perversità non morale ma psicologica – e sorta di maelstrom in cui si frantuma inabissandosi la vita interiore dell’amato. Questa è la lettura che di solito si offre del testo, una linea interpretativa critica ricorrente.
Ma è questa – o solo questa – la chiave per capire? Se ascoltiamo Giorgio, anche nel capitolo fatale scritto da Farina, si ha la sensazione che qualcosa non torni, o almeno non basti.
Riprendiamo il romanzo dall’inizio. L’ipersensibile Giorgio dalle “passioni eccezionali” riesce a farsi amare da Clara con una forzatura solo più lieve di quella poi esercitata da Fosca verso di lui, confessando di averla “vinta” (si noti il verbo) con “l’attrattiva della sventura”. A colpi di “Io sono infelice, io sono malato, io soffro”, “Io sono malato, io non guarirò se non vi vedo, venite” (biglietti del Nostro a Clara): “Le scrivevo tutto il giorno, le scrivevo cose strane, immense, inaudite. Ero spaventato di me medesimo” eccetera. In effetti la portatrice di salute Clara è speculare alla predatrice di salute Fosca, e Giorgio riceve salute da una e ne è privato dall’altra. Così Clara, malmaritata e commossa dal povero bel giovane, viene vinta, trascinata in una storia passionale ed evidentemente di sesso. Ma tutto questo è dimenticato dal lettore quando a Giorgio viene (diciamo) resa la pariglia da Fosca: di nuovo appelli a un amore di patetismi, di vittimismo manipolatorio. Però Fosca è tanto brutta, dunque eccoci a rimarcare gli aspetti patologici del tutto – dimenticando che era già stata la ricetta di lui.
Poi si tratta di chiarirsi. Giorgio scrive: “Ho avuto due grandi amori, due amori diversamente sentiti, ma ugualmente fatali e formidabili. È con essi che si è estinta la mia gioventù; è per essi” (i caratteri antitetici sono resi fin dai nomi delle due donne, Clara e Fosca – cioè Chiara e Scura, Luminosa e Buia). E a riguardo di uno dei due, per Fosca, “Quell’amore io non l’ho sentito, l’ho subito” – corsivo mio. In effetti, nel fatale capitolo in cui Giorgio arriva a confessare un amore per l’antieroina, si tratta di capire il contenuto del termine: la scena dell’amplesso è evocata – in modo ellittico, vaghissimo – comunque con una ripugnanza tale da lasciar escludere che Giorgio contraccambi anche solo vagamente un eros di lei, nel senso più proprio della parola. Il fatto è che è accaduto qualcosa di ben diverso: Clara l’ha scaricato, e l’enormità della delusione lo getta tra le braccia di Fosca. Una sorta, se non banalmente di ripicca, almeno di reazione eguale e contraria dove Fosca resta un oggetto del gioco di emozioni. A dispetto delle estasi nobilitanti con cui Giorgio cerca di offrire a se stesso una presentabile etichetta per quella scelta sgangherata cui il suo stesso corpo si ribella: “Fosca soltanto aveva meritato il mio amore, ella sola mi aveva amato, ella che aveva sfidato il ridicolo, il disprezzo, la collera, ella che aveva rinunziato al suo orgoglio di donna, domandando per pietà ciò che le altre danno per debolezza, per vanità o per vizio” (così nel capitolo scritto da Farina in base agli appunti di Tarchetti). Una scelta che comunque chiuderà la partita, perché Fosca – lui sa bene – non sopravvivrà a lungo a quell’amplesso… In sostanza, Giorgio non lo ammetterebbe neppure con se stesso, ma il tributo all’amore che Fosca ha continuato a portargli svela in filigrana una reazione di stizza verso Clara, motore indiretto (e in fondo vera donna fatale, da quel punto tumulata nel suo cuore), e soprattutto verso le affettate e retoriche virtuosità con cui l’ex-amante ha motivato il proprio ritrarsi.
Insomma, facciamocene una ragione, non si tratta per lui di una paradossale e fatalissima, divorante – o piuttosto divorata – attrazione per Fosca, quanto di una perdita di controllo di sé e di sdegno verso chi l’ha scaricato. Che poi il riconoscimento “ella sola mi aveva amato” come forma di amore – tra conati di disgusto fisico – rappresenti una sorta di nobilitazione a posteriori, rientra solo nell’ambito di una retorica degli ideali che affligge tutti i personaggi dell’opera.
Il fatto è che Tarchetti mette in scena uno psicodramma complesso, dove perdere un tassello significa fraintendere tutti gli altri – e Fosca è solo l’antieroina che porta idealmente il peso di tutti. Di Giorgio, patologico quasi quanto lei, ma uomo, di bell’aspetto e socialmente collocabile, il che fa dimenticare i suoi sbarellamenti. Di Clara, che gronda ambiguità non tanto nell’irregolarità del rapporto con Giorgio, ma nei meccanismi per cui lo permette – accettandone la manipolazione vittimistica da povero me, amàtemi, alla base in fondo anche di recenti femminicidi – come poi nel modo stesso in cui lo conclude: forse uno storytelling inevitabile visto il profilo lagnoso del partner che lascia, ma con una spendita di argomentazioni dall’apparenza tanto virtuosa (il marito è finito in povertà…), di pelosa retorica degli ideali, che convince ben poco sia Giorgio sia il lettore.
E ancora: del medico, vero responsabile del fatto che Giorgio permetta a Fosca di avvicinarsi, con l’appello loscamente buonistico che lo incastra (“Quella donna si lascia morire per voi, e…”) consigliandogli di simulare amore, e le raccomandazioni tardive e inutili. Del colonnello cugino di lei, un brav’uomo dai discorsi tanto nobili ma sufficientemente ottuso da non aver intuito nulla del dramma che si stava consumando dietro le sue spalle, e che di fronte all’esplodere del caso cade dal pero imponendo frettolosamente un duello (in cui resterà ferito): dove la categoria della bontà manifesta, quella presentata – anche con relativa, bovina sincerità – a una tavola ben apparecchiata, esce a fette dall’opera…
E Fosca, poi. Dotata di ingegno e di cultura – anche se legge tutto in asfittico riferimento alle proprie categorie esistenziali, e dunque ingombrante, aggressiva, lamentosa, autocentrata e priva d’ironia. Insomma no, nessun fascino personale della fatale poverina, se non nella scintillante capacità letteraria di Tarchetti (quella sì!) di rendere il personaggio: le reazioni di Fosca sono quelle di chi, malato, cerca un appiglio per non affogare e non riesce, non può evitare di supplicare, questuare, in ultimo pretendere attenzione e amore. Fatale, certo, come figure della vita reale alle quali spesso non osiamo avvicinarci per non restarne arpionati, per non doverne subire le disperazioni, le pressioni, a volte le stramberie. E che finiscono col trascinarsi tutto il peso lugubre del proprio particulare, mentre il mondo attorno si bea di discorsi elevati, grandi proclami di nobiltà morale, nevrosi non minori ma soltanto più socialmente accettate. Lasciando disinvoltamente gestire i casi scomodi dal Giorgio di turno… La tragica vertigine di tale romanzo geniale è anzitutto questa, con la grandiosa raffigurazione di un tipo di vampirismo tristemente reale.
Fosca è del 1869, interrotto dalla morte dell’autore (1839-1869) che in quelle pagine ha potuto notomizzare in onestà autocritica, nei panni di Giorgio, il rapporto fatale intercorso per un periodo – novembre 1865 – con una dama di aspetto spiacevole (nome incerto: Carolina? Angiolina?), malatissima ma tale da colpirlo: e che comunque gli sopravvivrà. D’altra parte – e prevedibilmente, anche alla luce delle motivazioni accennate – Tarchetti è anche Fosca, la dama-morte bisognosa d’amore a cui lui stesso, malato di tisi, sta andando incontro.
Tarchetti conosce bene il mondo militare di Giorgio: si è arruolato giovane nell’esercito, partecipando alle campagne contro il brigantaggio in Italia Meridionale (ciò che permette di meglio capire alcuni cenni del romanzo: “siamo poco meno che tra i Pellirosse”). E vive visceralmente, tra bisogno d’amore e crudo realismo, quella primissima Italia che legge alle lenti degli amati Hoffmann e Poe. Anzi, a fronte delle allegorie d’epoca dell’Italia – si pensi solo ad Hayez, La Meditazione (due versioni, 1850-1851, almeno una avrebbe dovuto intitolarsi L’Italia nel 1848) – effigianti una giovane bella e malinconica, meditabonda e di dignitosa, burrosa nudità, il ritratto tanto diverso di Fosca che agghiaccia il dubitoso amante tra tisi e isteria sembra dire qualcosa del paese appena unito. O forse di quello che ai nostri orrendi giorni n’è rimasto.



