di Sandro Moiso
Che cosa sei tu, Libertà?
Oh, potessero gli schiavi
rispondere dalle tombe in cui vivono
a questa domanda!
I tiranni fuggirebbero come vaghe immagini di sogno […]Voi che soffrite pene indicibili,
[…] Fate una vasta adunata,
che con grande solennità
dichiari con parole acconce che voi
siete, come Dio vi ha fatti, liberi.E queste parole allora diverranno
come la tonante sorte dell’Oppressione
che rintocca in ogni cuore e cervello,
ancora…ancora…ancora.Levatevi come leoni dopo il torpore
in numero invincibile,
fate cadere le vostre catene a terra
come rugiada che nel sonno sia scesa su di voi.
Voi siete molti, essi sono pochi.
(Percy Bysshe Shelley – The Masque of Anarchy, 1819)Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente (K. Marx, F. Engels – L’ideologia tedesca, 1845)
Se nel 1960 il regista cecoslovacco Jiří Weiss aveva realizzato il film Giulietta, Romeo e le tenebre (Romeo, Julia a tma), una versione dark del dramma shakespeariano ambientato nella Praga del 1942 occupata dai nazisti, il secondo film dell’attrice e regista americana Margalit Ruth Gyllenhaal, meglio conosciuta come “Maggie”, potrebbe tranquillamente intitolarsi Bonnie e Clyde delle tenebre, anche se il riferimento alle vicende della coppia di gangster degli anni Trenta fa sì che la versione filmica della loro storia realizzata nel 1967 dal regista Arthur Penn, Gangster Story, appaia al confronto innocente e puerile.
La sposa! (The Bride!), questo il titolo del film prodotto, sceneggiato e diretto dalla Gyllenhaal, vede infatti come protagonisti della storia, ambientata comunque negli anni Trenta, non due giovani delinquenti destinati ad una tragica fine, ma due umanissimi mostri usciti dalla penna di Mary Shelley e dal cinema di serie B dello stesso periodo, ovvero la creatura di Frankenstein, interpretata nel film del 1935 (The Bride of Frankenstein) da Boris Karloff, e la sua altrettanto resuscitata sposa. Una narrazione sempre sospesa tra horror e commedia nera che, come sempre più spesso accade, riesce in virtù della sua proiezione fantastica a far sprofondare lo spettatore nelle contraddizioni della realtà e della sua quotidiana violenza di genere.
Una vicenda di rinascita, amore, morte, violenza e ribellione che offre moltissimi punti di riflessione e altrettanti piani e chiavi di lettura. A partire dal fantasma di Mary Shelley che compare fin dalle prime immagini per cercare di rivelare una volta per tutte perché una giovane donna del primo Ottocento abbia finito con il diventare l’autrice di una delle storie più drammatiche e disperate della fantascienza, di cui forse fu la vera fondatrice, e della letteratura fantastica.
Sicuramente una ribellione contro l’ordine maschile del mondo, anche nell’ambiente disinvolto e apparentemente “libero” del Romanticismo inglese di Byron e di Percy Bysshe Shelley, che la giovane figlia di Mary Wollstonecraft, forse la prima autrice e pensatrice femminista non soltanto britannica, sfidò con un’opera talmente audace, tanto da suscitare ancora oggi un gran numero di svariate e contraddittorie interpretazioni, da essere in seguito attribuita per molti anni al marito.
Quel Percy Bysshe Shelley, con il quale era fuggita a soli sedici anni, che nel 1819, un anno dopo la pubblicazione di Frankenstein, or The Modern Prometheus, avrebbe composto il poema a sfondo politico sull’anarchia, posto qui in esergo, in seguito al massacro di operai a Peterloo, che avvenne nello stesso anno che, però, sarebbe stato pubblicato soltanto nel 1832. Tanto per chiarire da quale ambiente derivavano le idee libertarie dell’autrice inglese (1797-1851) che aveva scritto quel romanzo a soli diciotto anni.
Un’opera non finita, ci rivela il fantasma demoniaco della scrittrice, che soltanto nel ribaltamento dell’ordine sociale patriarcale e nella definitiva liberazione della componente femminile di Prometeo potrà trovare la sua reale conclusione e definizione. Un’anticipazione di quel demone del comunismo che il giovane Marx vedeva attivarsi nella Storia attraverso tutto i movimenti sociali, economici e politici destinati a rovesciare, anche inconsapevolmente, l’esistente.
Cosa che la Shelley del film, interpretata dalla stessa Jesse Buckley che veste anche i panni del personaggio di Ida, la “sposa rinata” in laboratorio e in cui si reincarna, dopo la morte violenta di quest’ultima per mano di un uomo, urla fin dall’inizio. Una Mary Shelley che, come un demone, dall’oltretomba o dall’oscuro limbo in cui è imprigionata cerca di animare la coscienza della novella sposa di Frankenstein, dopo che la dottoressa Cornelia Euphronious (Annette Bening) ne avrà rivitalizzato il corpo nel suo laboratorio. Per portare nella Chicago e nell’America degli anni Trenta la voce, come affermerà lei stessa, dell’insurrezione, del tumulto e della ribellione, prima di tutto femminile.
Il film, lasciatelo dire, magnifico di Maggie Gyllenhaal riesce a donare agli spettatori il senso del miracolo della rivolta e della rivincita, anche là dove queste, post mortem, sembrerebbero impossibili sotto tutti i punti di vista. Ma il suo, almeno in questa occasione, è cinema di miracoli e sogni, di cui la settima arte è, forse, la più grande espressione.
Da qui l’immedesimazione di Frank, la creatura del Dott. Frankenstein che del padre rivendica l’ereditarietà del cognome e che la dottoressa Euphronious abbrevierà nei suoi dialoghi con il mostro interpretato di Christian Bale, con Ronnie Red, l’attore e ballerino interpretato da Jake Gillenhaal e ispirato senza dubbio a Fred Astaire, di cui va a vedere ossessivamente tutti i film.
Film in cui si immagina ballerino al posto di Ronnie, mentre è evidente il riferimento al tip-tap del mostro nel film Frankenstein Junior di Mel Brooks (1974), ma che, esattamente come le canzoni d’amore per Arthur Fleck alias il Joker del film di Todd Phillips (Joker: Folie à Deux – 2024), rappresenta il suo modo di immaginare l’amore, la gioia e la vita. Una vita immaginata che, come ha affermato Mario Vargas Llosa, regala a chi non ha nulla, in questo caso neanche una vita propria e naturale, l’unico conforto e l’unica autoaffermazione possibile.
Chi cerca nella finzione ciò che non ha, dice, senza la necessità di dirlo, e forse senza saperlo, che la vita così com’è non è sufficiente a soddisfare la nostra sete di assoluto. E che dovrebbe essere migliore. Inventiamo storie per poter vivere in qualche modo le molte vite che vorremmo avere quando invece ne abbiamo a disposizione una sola. Senza la finzione saremmo meno coscienti dell’importanza della libertà affinché la vita sia più vivibile dell’inferno in cui invece si converte quando viene oppressa1.
Ed è davvero un inferno quello da cui scappano incessantemente i due protagonisti, soprattutto Ida che nella sua vita di prostituta ha visto le violenze di cui sono capaci gli uomini e il potere. Ben rappresentata dalla collezione di lingue femminili tagliate e conservate in formalina dal boss mafioso Lupino, che proprio di Ida vuole la testa.
Ecco allora trionfare nel film le scene di balli scatenati e disarticolati di Frank e Ida, che molto devono cinematograficamente alla scena di ballo, sulle note di Goo Goo Muck dei Cramps, di Jenna Ortega alias Mercoledì nell’omonima serie televisiva di Tim Burton ma che, in questo caso, assumono la forma più limpida della rivolta. Soprattutto femminile.
Donne che sono già trattate come mostri da zittire e schiacciare e che, però, sull’esempio di Ida/Mary Shelley, accettano di esserlo accentuando i caratteri del mostruoso con un detournement ribelle che porterà, nelle strade di Chicago, gli uomini del patriarcato mafioso e i poliziotti corrotti, capaci soltanto di recitare osceni e lascivi versi goliardici mentre palpano le donne fermate, a pagare con il sangue il loro precedente e arrogante predominio.
Lo richiede con un urlo e con la pistola in pugno Ida, affiancata da Frank, in quella che può essere considerata la scena madre del film: Insurrezione, tumulto, ribellione!
Mentre Myrna Malloy (Penelope Cruz), l’unica donna detective, ne coglie le ragioni e spera nella sopravvivenza dei due, dopo averli inseguiti a lungo a fianco del più corrotto e vile degli agenti.
Così il lampo abbagliante che illumina l’ultima scena potrebbe far ben sperare che la fuga da un mondo ingiusto, in cui tutti i diversi sono mostri per antonomasia, possa continuare ancora a lungo. Oltre i limiti della vita concessi, più che dalla Natura, dalla società patriarcale e del capitale.
M. Vargas Llosa, Elogio della lettura e della finzione, Einaudi, Torino 2011, pp. 7-34. ↩




