di Francisco Soriano
Note su un saggio di Roman Jakobson
Personalmente ritengo che esista per la poesia, e non solo quella russa, un prima e un dopo Vladimir Majakovskij. L’importanza deflagrante e decisiva della presenza di questo straordinario poeta nel percorso compiuto dalla letteratura, soprattutto negli anni del suo gesto artistico, è ancora oggi tema di riflessione. In questo solco, necessaria è la rilettura di uno dei migliori e più disvelanti saggi che delineano la profondità della poesia majakovskijana.
Il saggio in questione ha un titolo chiarificatore ed emblematico: Una generazione che ha dissipato i suoi poeti. Come ben sostenuto da Vittorio Strada nell’introduzione al testo di Jakobson, «più ancora per la ben umana penetrazione del testimone [Jakobson e Majakovskij si conoscevano ed erano amici], di chi ha appartenuto, anche se in disparte e a distanza, alla “generazione che ha dissipato i suoi poeti”, questo libro assume una feconda prospettiva di analisi filologica e storica degli eventi».
Jakobson pone in esergo alle sue argomentazioni una domanda netta: «come parlare della poesia di Majakovskij adesso che dominante non è il ritmo, ma la morte del poeta […]?»1. Per questo motivo Jakobson sente la necessità di argomentare a partire da «ciò che è stato perduto e di chi ha perso» e, senza dubbi di sorta, nel testo afferma: «chi ha perso è la nostra generazione»2. Egli parla soprattutto di coloro che si catapultarono nella rivoluzione già maturi e con la forza della trasformazione ancora intatta, in uno stato di sublimante energia creativa. Tuttavia, prima di addentrarsi nel tema, egli chiarisce che Velimir Chlebnikov fu il primo vero poeta a dare alla poesia russa un epos, che fondeva ad arte nel poema narrativo. Per queste ragioni tuttavia egli fu sempre un po’ lontano dal consumatore di massa. In questa ottica lo stesso Majakovskij incarnò totalmente lo spirito lirico della sua generazione e Jakobson, infatti, ci ricorda quando lo stesso poeta tentò la strada dell’epica con alcuni suoi componimenti come «la sanguinosa Iliade delle rivoluzioni e l’Odissea degli anni di fame» che, al contrario, non produssero quanto desiderato, ma partorirono «una lirica eroica di un diapason immenso: a piena voce»3.
In questo epicedio composto il 5 giugno 1930, a poco più di un mese dal suicidio di Majakovskij (avvenuto il 14 aprile di quell’anno), Jakobson sembra abbandonare la sua abituale organicità nello scrivere: il suo non è semplicemente un canto funebre di chi ha conosciuto davvero Majakovskij, ma la testimonianza fedele dell’attraversamento dolorosissimo di un’epoca di poeti raffinatissimi che a un certo punto abbandonarono la loro missione artistica, decretando una rottura con quanto avevano perdutamente creduto. Lunga è «l’agonia spirituale» e la perdita, a cominciare dal primo amore poetico di quella generazione fra tormenti fisici e psichici: a cominciare da Blok (1880-1921), poi Chlebnikov (1885-1922) e la fucilazione di Gumilëv (1886-1921), infine i suicidi di Majakovskij (1894-1930) ed Esenin (1895-1925), e aggiungerei a questi ultimi Cvetaeva (1892-1941) e Mandel’štam (1891-1938), morto nei pressi di un lager (quest’ultimo tuttavia, non aveva mai creduto nella Rivoluzione d’Ottobre e aveva scritto una lirica contro Stalin: Il montanaro del Cremlino). Quasi come una condanna, cadono la maggior parte, uno a uno, i poeti che pur nella rivoluzione si erano formati, ineluttabilmente. Eppure Majakovskij era forse intimamente convinto che la Russia di Stalin avrebbe ridotto lui stesso a una bandiera o a un vuoto vessillo, come in effetti avvenne alla sua morte, lasciando passare il messaggio che il suicidio fosse l’effetto della contraddizione interiore del poeta di unificare l’ode epica rivoluzionaria alla lirica intimista dell’amore. Per questo motivo Jakobson stabilisce su pietra che «la creazione poetica di Majakovskij, dai primi versi […] fino alle ultime righe, è una e indivisibile»4. Necessario è affermare che l’Io del poeta è prorompente: «anche quando in un suo poema nella parte del protagonista si ha una collettività di 150.000 uomini, questo si trasforma in un unico Ivan collettivo, […] il quale a sua volta acquista i noti tratti dell’Io del poeta»5. È chiaro che l’Io di Majakovskij non è certo quello melenso del dolore in amore e non è da considerarsi all’interno della realtà empirica nel senso lato del termine. L’Io è spirito che travolge, trapassa le anime, i muscoli, e si veste dell’eterna rivolta. L’Io insomma rappresenta uno spirito scatenato senza nome. Egli avverte invece l’Io tanto piccolo che «qualcuno dal mio didentro si vuole liberare ostinatamente»6: «Nuovo nome / svincolati / e vola / nello spazio della dimora mondiale; / cielo basso / millenario / vattene, tu, azzurro deretano. / Sono Io, / Io, Io, / Io / Io / Io / Io / della terra svuotacessi ispirato…»7.
A questo punto entrano in gioco due concetti specifici, quelli di «futuro» e di «presente»: il primo contiene uno «slancio creativo», il secondo stabilizza e rimane invariato. Il presente si incrosta di «vecchiume inerte», e si spegne «della vita entro angusti schemi irrigiditi». A questo proposito Jakobson ricorda alcuni versi del poeta che così recitano: «in uno / riconobbi / – somiglianti come gemelli – / me stesso: / ero / io»8. Inoltre la vita quotidiana ammuffisce, sedimenta, annienta. Come ricorda Jakobson, è la nemica di sempre, mentre «il grasso invade le fessure della vita quotidiana e si rapprende, quieto e largo». Infatti, parafrasando ancora il poeta, «all’ordine del giorno mettete il problema della vita quotidiana»: «D’autunno / d’inverno, / di primavera, / d’estate, / sveglio e / addormentato, / non accetto, / odio tutto / ciò. / Tutto / ciò che in noi / ha inculcato il passato da schiavi, / tutto / ciò che in uno sciame meschino / s’è calato / e depositato come vita quotidiana / anche nella nostra / schiera di bandiere rosse»9.
Un tema chiaro nella poesia di Majakovskij è la primordiale unità fra la sua poesia e il tema della rivoluzione ma, ci fa notare Jakobson, ce n’è un altro, quello della rivoluzione e la sua morte. E qui il discorso diventa interessante perché la questione è completamente spostata sul futuro e, in particolare, sul ruolo dell’arte nel futuro. Il poeta intravede il futuro senza che gli sia concesso entrarvi, e per questo vuole annichilire ogni contraddizione, soprattutto vorrebbe risolvere il problema della «disunione fra la costruzione concreta e la poesia»10. Per Majakovskij il futuro è una sintesi dialettica. Nella sua opera incompiuta La Quinta Internazionale egli poneva il problema dell’arte del futuro. Infatti veniva sostenuto che, nella prima tappa, la rivoluzione nella sua funzione di «rivolgimento sociale mondiale» aveva esaurito la sua missione: l’umanità «si annoia» perché «la vita quotidiana è sopravvissuta». Per questo motivo il poeta teorizzava la Quinta Internazionale, cioè la rivoluzione dello spirito in nome di un nuovo ordine di vita, di arte e di scienza. Dunque Majakovskij ordina di bandire le bellurie del verso e consiglia «la brevità e l’esattezza delle formule matematiche e della logica inconfutabile»: «si dà un esempio di costruzione poetica svolta secondo il modello di un problema logico»11. Jakobson narra che Majakovskij in merito a questa questione gli disse con un sorriso: «Ma hai notato che la soluzione del mio problema è transmentale? (linguaggio transmentale teorizzato dai cubofuturisti)»12.
Anche l’antinomia razionale/irrazionale occupa nel poeta rivoluzionario un aspetto teorico rilevante. Egli vorrebbe fonderli e in questa poesia citata da Jakobson se ne intravede il tentativo: «Io mi sento / una fabbrica sovietica, / che produce felicità. / Non voglio / che mi si colga / come un fiorellino nei prati / dopo le grane di un giorno di lavoro. / Voglio / che come superstipendio / il cuore / riceva un gigantesco amore. / Voglio / che alla fine del lavoro / il comitato di fabbrica / chiuda le mie labbra / con un lucchetto. / Che come sulla ghisa / e la lavorazione dell’acciaio, / sul lavoro dei versi, / a nome del Politbjuro, / faccia rapporto / Stalin. / “Le cose, dirà, stanno così / e così… / E siamo saliti / alle vette più alte / dei tuguri operai: / nell’Unione / delle Repubbliche / la comprensione dei versi / è superiore / alla norma prebellica…”»13. Infatti il tema dell’affermazione dell’irrazionale è molto presente, e il suo tema principale è l’amore. Un elemento che mette in crisi tutto e «disperde come una burrasca». Se l’amore viene esautorato dal quotidiano allora si capisce che al pari della poesia è inseparabile dalla vita di tutti i giorni, non può esistere se in disunione con essa. Così anche la costruzione pianificata di macchine e del progresso tecnico può trasformarsi in uno spazio abitato da provincialismo laddove non vi è slancio, energia, sogni. Dunque il punto è questo: «la rivoluzione sociale mondiale si è compiuta, ma la rivoluzione dello spirito è ancora da venire»14. Non è possibile che la dialettica venga sostituita dal compromesso, anche perché come dice Jakobson la riconciliazione meccanica degli opposti, in Majakovskij, è impossibile. Non a caso il sarcasmo del poeta verso i burocrati, gli scribi del potere, i produttori invincibili di documenti timbrati si tinge di odio.
Il tema del suicidio torna spesso nelle opere di Majakovskij. Ricorda ancora Jakobson che alla morte di un giovane comunista suicida il poeta avrebbe esclamato: «Come mi assomiglia! È spaventoso»15. È il risultato della immagine che Majakovskij dava di sé era testualmente definita: «Attraverserò la città, lasciando l’anima sulle lance delle case, un brandello dietro l’altro»16. Al suicidio vengono dedicati i poemi più pregnanti di tensione, come L’uomo del 1916 e Quella cosa del 1923. Majakovskij dunque non sarà mai un uomo del presente, calamitato dalle vuote stanze del potere, dal vanesio e consapevole volto di chi la rivoluzione l’ha fatta per davvero. Il suo sguardo sulla vita è di una onestà impareggiabile fino alle estreme conseguenze. In Quella cosa egli dirà: «Io non darò la gioia di vedere che da solo con una pallottola mi sono fatto tacere»17.
Dunque Jakobson traccia un quadro straordinario sul poeta della rivoluzione senza il quale noi non avremmo potuto capire molto. Tragico e chiaro come mai nessuno lo è stato sul «caso Majakovskij», ci tramanda un testo ineludibile e profondo: «noi ci siamo gettati con troppa foga e avidità verso il futuro perché ci potesse restare un passato. S’è spezzato il legame dei tempi», scrive Jakobson18. Così, in una iperbole del poeta, ben si evince quello che a questa generazione era accaduto: «l’altra gamba corre ancora nella via accanto». E allora che sia non un monito, questo meraviglioso testo di Jakobson, e una vera e drammatica consapevolezza sulla sconfitta nel presente e nel quotidiano senza utopie, né sogni, tantomeno afflati. Maestose queste parole dell’«amico di Majakovskij», perché anche del passato pare non restare più traccia, egli ci svela un ultimo e finale giudizio: «quando i cantori sono uccisi, e le canzoni trascinate nel museo e attaccate con uno spillo al passato, ancora più deserta, derelitta e desolata diventa questa generazione, nullatenente nel più autentico senso della parola»19.
Roman Jakobson, Una generazione che ha dissipato i suoi poeti. Il problema Majakovskij, Einaudi, Torino 1975, p. 3 ↩
Ibid. ↩
Ivi, p. 4. ↩
Ivi, p. 6. ↩
Ivi, p. 8. ↩
Ibid. ↩
Ibid. ↩
Ivi, p. 12. ↩
Ivi, p. 10. ↩
Ivi, p. 14. ↩
Ivi, p. 15. ↩
Ibid. ↩
Ivi, p. 16. ↩
Ivi, p. 17. ↩
Ivi, p. 27. ↩
Ibid. ↩
Ivi, p. 29. ↩
Ibid. ↩
Ivi, p. 42. ↩




