di Franco Pezzini

Bianco, testo e regia di Susanna Gianandrea, con Antonio Strollo, Roberto Carelli, Maria Teresa Cavalli, Lorelaj Stefanelli, Artisti Associati Paolo Trenta, Torino, 2026.

“[…] un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso” denuncia il salmo 64, opportunamente richiamato tra gli incipit al foglio di presentazione di questo spettacolo. Per quanto consumatosi ormai parecchi anni fa, nel 1993, l’affaire Romand non smette di interpellare: non a caso ha ispirato saggistica, opere letterarie (“L’Adversaire” / “L’avversario” di Emmanuel Carrère, 2000; “Rouge, pair, impasse” di Ysa Dedeau, 2005), filmiche (L’Emploi du temps / A tempo pieno di Laurent Cantet, Francia 2001; L’Adversaire / L’avversario, trasposizione del romanzo, diretta da Nicole Garcia, Francia-Svizzera-Spagna 2002, con Daniel Auteuil; La vida de nadie di Eduard Cortés, sempre 2002; più puntate di serie tv e vari documentari), radiofoniche, musicali e teatrali (Le Signal du promeneur del Raoul collectif, 2012, e la trasposizione L’Adversaire a cura di Frédéric Cherbœuf del romanzo di Carrère, 2016). All’elenco del teatro si aggiunge ora questo magnifico Bianco scritto e diretto con efficacia e profondità da Susanna Gianandrea. Un testo che però non si esaurisce nella contingenza del singolo caso criminale, ampliando liberamente la visuale e lo spettro – come ricordato da un po’ tutto l’impianto e comunque dalla pagine letta in chiusura dalla stessa regista.
Partiamo dal caso Romand, spaventoso nella sua paradossalità. Il 9 gennaio 1993 a Prévessin-Moëns (Ain, nel Rodano-Alpi) Jean-Claude Romand, classe 1954, considerato fino a quel momento uomo dolce e affettuoso, ammazza la moglie e i due figli. A distanza di non molte ore, a Clairvaux-les-Lacs nel Giura, uccide anche i genitori, poi cerca di uccidere l’ex-amante, ma alla fine la risparmia raccontandole che un tumore al cervello condiziona il proprio comportamento; quindi incendia l’abitazione e tenta – senza successo – di suicidarsi. L’inchiesta svelerà una verità straniante: per diciotto anni Romand ha mentito alla famiglia, si è finto medico raccontando di essersi laureato in medicina e di lavorare come ricercatore prima all’INSERM e poi all’OMS a Ginevra: in effetti iscritto a medicina, ha iniziato a mentire clamorosamente dalla fine del secondo anno di università, quando non si è presentato agli esami, pur sostenendo a casa di averli superati ed essere stato ammesso al terzo anno. In realtà sembra che fin da adolescente se ne fosse uscito in pirotecniche panzane, a partire dal racconto della presunta aggressione da parte di uno sconosciuto, forse una fantasia per attirare l’attenzione su di sé. Da allora ha iniziato a condurre una vita farlocca, spettrale, senza speranze per il futuro, con il panico di essere scoperto, trascorrendo fuori casa il tempo del presunto lavoro, e ingegnandosi di raccattare egualmente danaro. Mitomane, nel tanto tempo libero Romand – che qualche numero ce l’ha – ha tempo per costruirsi una maschera di cultura che impressiona amici e conoscenti e lo fa stimare: ma nonostante le sbandierate partecipazioni a congressi medici internazionali all’estero, l’impostore finisce col passare intere giornate nei parcheggi delle autostrade vicino al Lago di Ginevra. Verrà condannato all’ergastolo, e dopo ventisei anni di reclusione rilasciato in libertà condizionale nel 2019, soggetto a vari obblighi e divieti.
Sembra che il punto di rottura vada individuato nel momento in cui la verità stava per emergere in modo esplosivo, per i sospetti incrociati della moglie e di un amico. Del resto, già molto strana era stata la morte incidentale del suocero a cui Romand doveva dei soldi, e pare che il padre avesse già mangiato la foglia sulla sua troppo disinvolta gestione delle sostanze di famiglia affidategli.
La vergogna che gli sarebbe derivata andrebbe dunque riconosciuta come causa della strage e del tentato suicidio. Un peso remoto nella vicenda può averlo avuto l’educazione dell’immaturo Jean-Claude, la pressione delle aspettative e il diktat moralizzante da parte dei genitori di non mentire mai: come evidenzia Alice Miller in Libres de savoir: Ouvrir les yeux sur notre propre histoire (2001) a proposito della ricostruzione di Carrère, un bambino intrappolato in un simile clima familiare si trova però obbligato a mentire proprio per conformarsi alle attese di riuscita e obbedienza che gli premono addosso. A quel punto, in assenza di input esterni che permettano di ripensare i meccanismi di tale educazione, lo sforzo di stare nel modello richiestogli inibisce la possibilità di riconoscersi come un mentitore, in un progressivo slittamento dalla realtà. La ricostruzione ha il pregio di ricordare che da un lato esiste certo una dimensione straniante e in ultimo deumanizzante della menzogna, come uno specchio deformante in cui si consuma distruttivamente lo scarto da una realtà fattuale; ma dall’altro fare della verità un feticcio – cioè non riconoscere uno spazio di verità alternativa, “permessa” rispetto a quella concessa/imposta dal “regime”, anche solo familiare, e che condiziona comportamenti e approvazioni – comporta un inevitabile proliferare di menzogne, “necessarie” o meno.
Anche attraverso contatti con Romand, in apparenza contento che qualcuno lo aiuti a capire la verità su se stesso (ma è difficile sapere quanto ciò sia genuino e quanto appartenga al solito bisogno di approvazione), Emmanuel Carrère cercherà di ricostruirne il profilo, arrivando con angoscia a ritrovare in se stesso ombre delle pulsioni del suo soggetto – come sussurrate all’orecchio dall’Avversario per antonomasia, il diavolo. E indubbiamente, se un soggetto come il diavolo può esistere (in teologia il tema della persona diaboli – una persona / non persona – ha offerto riflessioni novecentesche di estremo interesse), si tratta del Senzafaccia che si pone addosso quella degli uomini, caricando di mistero uno sciame di banalità, rifiuti, inibizioni, coazioni, paure, menzogne più o meno assurde.
Fin qui il caso: ma Bianco va oltre, in modo tale da rendere il tutto una macchina per pensare di più ampio interesse – anche politico. Tutto qui parte dalla figura di un amico affezionato e impotente, chiamato A (Roberto Carelli, in un’interpretazione sofferta e sconcertata) che prende a scrivere all’assassino in carcere: ne ha bisogno per capire – un tempo lo stimava, ora si sente in colpa per non aver sondato di più, per non essere stato abbastanza vicino da (hai visto mai) disinnescare lo tsunami – e cerca di aprire spazio al logos. Forse scrive anzitutto a se stesso, per non perdersi davanti a quell’evento che travolge tutto e cercare un filo e una logica, o forse solo un appiglio di verità innocente che soccorra il senso del loro legame e lo assolva dalla sua scarsa attenzione a qualcosa che lentamente ma su tempi lunghissimi stava suppurando.
Il problema è che l’assassino, B (Antonio Strollo, bravissimo – e che ben rende la sovreccitazione del finto uomo di successo alla conta delle proprie menzogne) non permette spazi di dialogo: il suo è un monologo disperato, dove le vittime (moglie e figli, qui tre manichini, più un altro su cui traccia a pennarello segni rossi) sono semplici oggetti e l’identità si frantuma a colpi di menzogne. Perché non è andato a dare quell’ultimo esame universitario? E giù a citare motivi cangianti – malattia, aggressione… – ignorando ogni gancio dialettico dell’amico. C’è un rapporto tra quel nonsenso e l’antico bisogno di approvazione dei genitori, il contemporaneo “starvi” e sfuggirne; tra quell’orrore e l’urgenza di mostrarsi uomo riuscito e anzi “perfetto”, privo di fratture e di fallimenti; tra quella solitudine in fondo compiaciuta e la derubricazione degli altri a semplici oggetti e in ultimo corpi, destinatari al massimo di un po’ di facile sentimentalismo a proprio uso e consumo. Resta il bianco – non certo della purezza, ma semmai più vicino all’orrore del bianco evocato da Melville (il cap. 41 di Moby Dick ci sprofonda in tale dimensione) con la sua sensibilità di americano dell’Ottocento:

Forse, con la sua indefinitezza, la bianchezza adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero dell’annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della via lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore, quanto l’assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l’amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c’è una vacuità muta, piena di significato, in un gran paesaggio di nevi, un omnicolore incolore di ateismo che ci ripugna? […]
E, andando  ancora oltre, ricordiamo che il cosmetico misterioso che produce tutte le tinte del mondo, il gran principio della luce, rimane sempre in se stesso bianco e incolore, e se operasse sulla materia senza mediazione, darebbe a ogni oggetto, anche ai tulipani e alle rose, la sua tinta vuota. […]
E di tutte queste cose, la balena albina era il simbolo.

La “tinta vuota” è quella dell’inferno: non quello di Dante o di Milton, ma la dimensione in cui, incapaci di apprendere o concepire un senso, scolorisce ogni possibilità di amore, pietà, e degli stessi felicità e dolore. Tutto ciò per l’incapacità di autodefinirsi in rapporto agli altri e di vivere secondo parametri, attese, aspettative (più o meno oppressive) di famiglia e società. Fino a morirne o – in mancanza delle stesse categorie di dolore e rimorso – appunto a uccidere… Il risultato è che l’amico si rende conto di quanto sia labile il confine e quanto il peso del fallimento in una società tanto richiedente come l’odierna possa essere fatale. Il torpore dell’amico e l’angoscia nevrotica dell’assassino finiscono in fondo col rappresentare due facce della stessa banalità del vivere e del gran vuoto apparecchiatoci dal mondo attorno.
La scenografia è del resto astratta, uno spazio con parole emblematiche proiettate sul fondo, alcuni attrezzi – i manichini bianchi, una carriola pure bianca per trasportare i corpi, una forca e una corda troppo spessa per riuscire a farne un cappio decente (e infatti c’è anche la pantomima di un suicidio non riuscito) ma che rende l’idea di un legame soffocante… il tutto a evocare, abbastanza trasparentemente, uno spazio interiore. Dove peraltro si agitano due figure oniriche con maschere bianche, Bibi e Bobo (Maria Teresa Cavalli e Lorelaj Stefanelli – la prima, per inciso, già apprezzata qualche anno fa come straordinaria, emozionante Cassandra in un altro grande spettacolo di Gianandrea, Ossa): sorta di Zanni da Commedia dell’arte ma emerse da un terreno tutto interiore (all’inizio, immobili, si confondono tra i manichini) intente a far esplodere i discorsi offerti, rimarcarne le ambiguità e le zone d’ombra, rendere nelle loro schermaglie la dialettica frantumata non solo della mente dell’assassino ma di un qualunque spazio di “confronto” con il mondo attorno, a partire dall’amico. Abbiamo insomma la possibilità di affacciarci su uno spazio mentale, in qualche modo condiviso, giustamente sconnesso e smaniante, e incontrarne i demoni che tormentano o piuttosto intrattengono l’assassino in un gioco allegramente tragico sopra i corpi-manichini.
Preso atto dell’orrore consumato, dello sbiancamento (si sarebbe tentati di dire sbianchettamento) di ogni parola di dialogo/ragione, dello scolorire di qualunque dimensione autenticamente umana nell’adolescenzialissimo regno delle potenzialità aperte – senza rispetto d’impegni, in un quadro che si pretenderebbe eternamente vergine – capiamo a questo punto che il discorso non riguarda solo un singolo caso criminale. Resettando la realtà e inventando menzogne che via via sono recepite dagli altri e scompaiono nel deserto della sua vita, B non è solo il Romand della cronaca nera, ma il frutto di una società che pompa il narcisismo di consumo, il mediocre che fa storytelling compiaciuto sui social, nei media o comunque nel quotidiano, il portatore di quelle maschere che non sono strumenti vitali per provocare se stessi ma mistificazioni predatorie (non a caso Bibi e Bobo sono mascherate, sono maschere): e la maschera va gestita, pena il suo gorgonesco autonomizzarsi e pietrificare.
Di fronte alle infinite e impunite mistificazioni della cronaca e della politica, alle “verità” proclamate e poi disinvoltamente dimenticate nel deserto che abbiamo intorno (chi andrà a contestare affermazioni politiche false o magari criminali di qualche tempo prima?) è legittimo chiedersi quale prezzo sarà da pagare e fin dove si potranno spingere i tanti B sulla piazza. Senza dimenticare che la prassi pubblica diventa pedagogia – o antipedagogia: anche al netto degli aspetti più atroci, quanti B trovano modelli nelle menzogne spudorate proclamate ogni giorno da politicanti compiaciuti, scribacchini di regime, faccendieri di moda? Con la differenza che B finisce annichilito, calcinato nella sua solitudine ossessa, mentre i suoi fratelli meglio accreditati trovano nel mondo il proprio riconoscimento. E opportunamente la regista legge nel finale le parole del Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin:

Carnefice? Credevo che il mondo li incoraggiasse. Non costruisce forse armi con l’unico scopo di commettere carneficine? Non ha forse fatto saltare in mille pezzi bambini, donne e uomini innocenti con precisione scientifica? Uccidere è l’impresa attraverso la quale prospera il sistema… Guerre, conflitti, tutti affari… un omicidio è delitto, un milione è eroismo. Il numero legalizza.

Pensando alla disinvoltura con cui le verità ufficiali vengono cucinate e alle loro ricadute orrende, a menzogne e disinformazioni tramite sussiegoso silenzio, al prevalere della chiacchiera (il presunto comico presente o meno al festival di Sanremo) su un’agenda di effettive urgenze pubbliche e impellenze umanitarie, alla sordina interessata su catastrofi non più di moda (solo un nome, Gaza), la cifra di un certo biancore mistificante merita d’essere tenuta ben presente.