di Gioacchino Toni
Nell’introdurre il volume Immaginari distopici contemporanei (Edizioni di Storia e Letteratura, 2025), i curatori Manuela Ceretta, Alessandro Dividus e Federico Trocini sottolineano come il pessimismo contemporaneo derivato dalla percezione di vivere in un mondo segnato dall’ingiustizia e dall’assenza di futuro abbia strutturato un immaginario distopico all’insegna del fatalismo e dell’arrendevolezza nei confronti del deteriorarsi della realtà attuale e prossima, un immaginario che non prospetta opzioni di lotta collettiva finalizzate ad alternative migliori.
Dopo aver guardato, in uno scritto precedente, ai saggi raccolti nelle sezioni Distopie e società digitale e Corpi, immagini ed emozioni, viene di seguito fatto riferimento agli interventi raggruppati negli ultimi due blocchi del volume: Economia, lavoro e ambiente e Potere, conflitti e violenza. In apertura del primo di questi ultimi blocchi, Maria Pia Paternò si sofferma sulle modalità con cui viene affrontato l’universo lavorativo e la disoccupazione nel romanzo distopico La scuola dei disoccupati (2006) di Joachim Zelter. Ad essere messa in scena è una struttura finalizzata alla creazione di soggetti prestazionali che, pur differenziandosi dai classici luoghi concentrazionari totalitari non manca di rinviare ad essi. In tale spazio gli ospiti sono sottoposti a una sorta di tabula rasa che, insieme alla cancellazione, prevede una riscrittura dell’individuo alla luce della prestazione relegando all’impotenza coloro che rifiutano di integrarsi.
Valentina Romanzi mette a confronto le distopie anticapitaliste che si riscontrano in Ubik (1969) di Philip K. Dick e in Pane non autorizzato (2019) di Cory Doctorow. Se Dick si preoccupa maggiormente «di trasmettere la “non conciliabilità” del reale, di cui lo stesso capitalismo è una delle manifestazioni, Doctorow propende invece per una denuncia diretta e ben più esplicita di due dei principi della società occidentale contemporanea: il potere spropositato delle mega-corporazioni e il trattamento disumano riservato ai rifugiati» (p. 163).
Mentre in Ubik viene messo alla berlina il consumismo degli anni Cinquanta e Sessanta, in Pane non autorizzato viene criticata la mercificazione della conoscenza della società post-industriale. «Il disprezzo di Dick per il sistema capitalista americano è evidente; in Ubik, tuttavia, non si spinge fino al punto di suggerire una qualche forma alternativa sul piano dell’organizzazione socio-economica» (p. 169). Per quanto irrida e denunci i processi di reificazione nella società consumistica della seconda metà del Novecento, in cui vige il primato assoluto del Prodotto sulla vita degli individui, nel suo romanzo Dick non ne prospetta il superamento. Se in Ubik tutto viene ridotto a prodotto, in Pane non autorizzato ogni cosa è trasformata in servizio commercializzabile, persino l’atto di pirateria informatica. «Mentre il potenziale critico di Ubik finisce per smarrirsi nelle riflessioni ontologiche che costituiscono parte fondamentale del romanzo di Dick, in Pane non autorizzato l’obiettivo polemico è chiaro ed esorta a non rassegnarsi alla presunta inesorabilità del sistema capitalistico» (p. 174).
Le distopie meritocratiche e i timori egualitari sono al centro del saggio di Alessandro Dividus che prende il via guardando al racconto distopico The Rise of Meritocracy (1958) con cui il sociologo Michael Young denuncia i pericoli di una società democratica orientata a una ridistribuzione del potere su base meritocratica. A partire dagli anni Novanta del secolo scorso si sono moltiplicate le narrazioni distopiche incentrate sulla questione meritocratica con la sua incidenza sulle disparità sociali e sul concetto stesso di cura. Se nel suo racconto Young aveva insistito su come la logica meritocratica potesse perpetuare le diseguaglianze sociali creando nuove forme di aristocrazia, in Mater Class (2020) di Christina Delacher si denunciano i rischi derivanti da un’organizzazione sociale meritocratica che, con l’ausilio dell’eugenetica, si propone di eliminare l’ineguaglianza. Dividus si sofferma anche su Genus (2011) di Jonathan Trigell e The Ten Percent Thief (2023) di Lavanya Lakshminarayan, come esempi di romanzi incentrati sui rischi derivanti dai sistemi gamificati basati sugli incentivi che alimentano la logica meritocratico-competitiva. In conclusione del suo saggio, lo studioso evidenzia come nella narrativa distopica incentrata sulla questione meritocratica si sia passati da un’analisi di tipo politico, come quella proposta da Young sul finire degli anni Cinquanta, a un’interiorizzazione del tema nei romanzi più recenti «che, pur mettendo in guardia dalle distorsioni sociali generabili, non propone vere e proprie soluzioni a livello politico-istituzionale, bensì drammi esistenziali di protagonisti inermi di fronte a un meccanismo irrefrenabile» (p. 187).
Guardando al manga Devilman (1972) di Kiyoshi ‘Go’ Nagai e al suo adattamento di Masaaki Yuasa per la piattaforma Netflix intitolato Devilman Crybaby (2018), Augusto Petter indaga l’idea di apocalissi indotta dall’umanità e la scomparsa di ogni netta distinzione tra bene e male. Tale universo distopico, che ha nello sviluppo tecnologico una delle cause principali della rovina dell’umanità, è segnato da un cupo pessimismo, tanto che gli appelli all’assunzione di responsabilità individuale e collettiva non evitano la distruzione totale dell’umanità.
L’ultimo blocco di scritti – Potere, conflitti e violenza – si apre con un intervento di Angelo Arciero che guarda alle modalità con cui, nel corso dei decenni, le narrazioni distopiche si sono rapportate con l’immaginario introdotto da Nineteen Eighty-Four (1949) di George Orwell. Lo studioso delinea tre differenti fasi in cui può essere distinta la percezione dell’opera orwelliana: la fase della “sorveglianza di Stato”, compresa tra la metà Novecento, quando viene scritto il celebre romanzo, fino alla metà degli anni Ottanta del medesimo secolo; la fase della “società della sorveglianza”, da metà anni Ottanta al cambio di millennio; l’attuale fase della “cultura della sorveglianza” contraddistinta dal fatto che ognuno è al contempo sorvegliato e sorvegliante.
Nel corso della prima di tali fasi, le narrazioni distopiche restano sostanzialmente aderenti ai canoni orwelliani nel riproporre le tensioni tra Stato e individuo sebbene presentino un crescente depotenziamento ideologico. Le ansie che attraversano tali narrazioni risultano via via rafforzate dall’introduzione di nuovi strumenti tecnologici che divengono fondamentali nella fase della società della sorveglianza che, pur continuando a richiamare l’immaginario orwelliano, tende a focalizzarsi sullo sviluppo della sorveglianza nella società dello spettacolo e sul crescente ruolo che vengono ad assumere le logiche commerciali; emblematico in tal senso è The Truman Show (1998) di Peter Weir in cui il narcisismo collettivo sfruttato dalla società dei consumi tende a sostituirsi all’ansia del controllo visivo di matrice totalitaria. L’isola dei senza memoria (1994) della scrittrice giapponese Yōko Ogawa può, secondo lo studioso, essere visto come esempio di narrativa di transizione che conduce, nel nuovo millennio, a immaginari distopici in cui gli aspetti specificatamente incentrati sulla sorveglianza e sulle degenerazioni autoritarie si intrecciano con le questioni demografiche, i disastri ambientali, i movimenti migratori, la crisi delle identità nazionali, le problematiche genetiche e gli effetti culturali e sociali dei social network. Le distopie del nuovo millennio, in cui non sempre le componenti autoritarie costituiscono l’elemento centrale delle narrazioni, tendono spesso ad essere caratterizzate da un ripiegamento intimistico in cui il conflitto tra potere e individuo assume forme assai differenti da quelle prospettate dall’opera di Orwell, come nel caso dei romanzi The Circle (2013) e The Every, (2021) di Dave Eggers.
Federico Trocini prende in esame due romanzi, uno statunitense ed uno italiano, che, per quanto differenti per contesto e modalità narrativa, riflettono alcune ossessioni che agitano l’Occidente legate al suo avviarsi al tramonto in balia di culture e civiltà altre. Sul versante statunitense viene fatto riferimento in particolare al romanzo The Turner Diaries (1978) di William Luther Pierce, figura di primo piano del suprematismo bianco nordamericano degli anni Settanta. Nonostante lo scarso valore letterario, il romanzo continua ancora oggi ad avere una certa diffusione negli ambienti della destra radicale. Pur rifacendosi a un genere distopico a sfondo razziale che vanta una solida tradizione negli USA a partire dalla prima metà dell’Ottocento, l’opera di Pierce prende a modello sia The Iron Heel (1908) di Jack London, per la trama e per alcuni espedienti narrativi, sia il Catechismo del rivoluzionario (1871) del nichilista russo Sergej Nečaev, da cui trae il profilo del “perfetto rivoluzionario”.
Attraverso l’espediente del ritrovamento di un diario, Pierce ripercorre la lotta tra un movimento popolare di resistenza e un Sistema ordito dal “giudaismo internazionale” attraverso la manovalanza afroamericana che ha preso il potere negli Stati Uniti. Se negli scenari distopici immaginati da London la lotta ha basi socio-economiche, in quelli di Pierce ha base razziale. Per quanto si tratti di un romanzo fantapolitico, anche se risulta difficile stabilire fino a che punto possa rientrare nel genere distopico, scrive Trocini, di certo The Turner Diaries eccede la sua funzione romanzesca presentandosi come “breviario del perfetto terrorista” e “manifesto ideologico”. Oltre a farsi promotore di un viscerale razzismo, il testo si contraddistingue anche per una feroce critica nei confronti della cultura liberale, accusata di essere la principale causa di disgregazione della società tradizionale.
Rispetto al panorama statunitense, in Europa la narrativa che si rifà allo “scontro di civiltà” guarda maggiormente al pericolo islamico. Trocini ricorda a tal proposito romanzi di autori come i francesi Michel Houellebecq e Laurent Obertone, la russa Elena Chudinova e gli italiani Roberto Vacca, Giuseppe Fraschetti, Paolo Frusca, Italo Bonera, Davide Longo, Sione Farè e, in particolare, Pierfrancesco Prosperi, autore di una trilogia fantapolitica che prospetta la graduale islamizzazione del Paese e la perdita dell’identità occidentale. Trocini sottolinea come nelle opere di Prosperi non venga messa in scena l’invasione dell’Italia da parte di un soggetto statale esterno, quanto piuttosto una graduale conquista dall’interno derivata da una sorta di suicidio politico-culturale operato dalle classi dirigenti italiane, dagli intellettuali progressisti e da esponenti della Chiesa.
Nonostante le tante differenze, Trocini si dice convinto che ad accomunare le narrazioni di Pierce e Prosperi sia una critica radicale alla cultura liberale e alla sua povertà valoriale. «Se per Pierce la cultura liberale rappresenta infatti l’arma tramite cui gli ebrei si propongono di infiacchire gli americani, eroderne la purezza razziale e, così facendo, perpetuare il proprio dominio mondiale, per Prosperi essa finisce, sia pure lungo strade diverse, per svolgere una funzione analoga, a beneficio di un’altra minoranza, gli immigrati di fede islamica, che, al pari degli ebrei, intende nondimeno porsi come se fosse maggioranza» (p. 235).
Alla letteratura russa guardano gli scritti di Lara Righi e di Dontaella Possamai. La prima affronta l’universo postatomico che ha ricondotto gli abitanti di Mosca a sopravvivere cibandosi di topi in una città rurale e arcaizzata a un paio di secoli da una tremenda catastrofe atomica raccontato dalla scrittrice russa Tat’jana Tolstaja nel suo romanzo Kys (2000). Dopo aver indagato il tema del degrado ambientale in relazione alla rappresentazione del corpo umano e i passaggi incentrati sull’oppressione e la violenza domestica a cui sono sottoposti soprattutto i personaggi femminili, la studiosa si sofferma sulle modalità con cui viene rappresentata la figura del leader e le strategie attraverso cui esercita il potere. Righi mette in luce come nel caso della scrittrice russa il genere narrativo distopico divenga un espediente per alludere ai grandi cambiamenti che hanno attraversato il Paese nel passaggio dalla sua storia sovietica a quella post-sovietica con particolare attenzione a come è cambiata la figura dello scrittore nel corso di questa trasformazione epocale.
Rimanendo in Russia, al sistema culturale e alla tradizionale importanza riservata alla letteratura non solo in ambito cultuale, ma anche politico e sociale, Possamai esamina le narrazioni distopiche e apocalittiche che, ultimamente, sembrano permettere, più di altri generi, forza critica grazie anche alla maggiore diffusione del genere. Secondo la studiosa, la produzione russa contemporanea definibile utopica si snoda lungo due assi principali che vanno da una polarità anti-utopica, espressione di rassegnazione, passività e arrendevolezza, a una che, invece, contempla la possibilità umana di giungere alla realizzazione di eutopie postdistopiche in cui viene prefigurata una possibile salvezza e rinascita.
Se nella Russia post-sovietica diverse articolazioni del fantastico conoscono un certo successo già negli anni Novanta del secolo scorso, le narrazioni post-apocalittiche iniziano a diffondersi soprattutto nel nuovo millennio, come attesta il grande successo ottenuto dalla trilogia Galassia Metro (dal 2005) di Dimitrij Glukhovsky – capace di dare il via a una interminabile serie di romanzi a cui hanno concorso molteplici altri autori – o alle due opere dello stesso scrittore Post (2022) e Post. Spastis’ i sokhranit’ (2023) con cui Glukhovsky si sposta dalla polarità anti-utopica, in cui l’umanità è letteralmente in balia della catastrofe, a quella utopica che lascia intravedere una possibilità di salvezza per il genere umano.
A chiudere la sezione, e con essa il volume, è uno scritto di Gabriele Catania che indaga la difficoltà con cui le narrazioni distopiche delineano scenari geopolitici credibili più o meno prossimi nel tempo. Difficoltà riconducibili, secondo lo studioso, sia al fatto che il genere tende solitamente a porsi come monito rivolto ai contemporanei, sia alla complessità del mondo contemporaneo che rende arduo prospettare futuri plausibili. Catania sottolinea come letteratura distopica e geopolitica non siano però due universi inconciliabili: report del National Intelligence Council statunitense e del NATO Defense College, ad esempio, prospettano scenari non così dissimili da quelli immaginati dalla fiction distopica che si dimostra dunque un’importante palestra mentale per “pensare l’impensabile” che, però, potrebbe darsi.
Immaginari distopici contemporanei. Distopie e società digitale. Corpi, immagini ed emozioni



