di Sandro Moiso
Laura Antonella Carli, Nicola Erba ( a cura di), Atlante storico della mala milanese 1963-1993, Milieu edizioni, Milano 2025, pp. 512, 36 euro
Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
A San Vittur a ciapaa i bott,
dormì de can, pien de malann!…
Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
sbattuu de su, sbattuu de giò:
mi sont de quei che parlen no!
Mi parli no! (Ma mi – Giorgio Strehler, Fiorenzo Carpi, Ornella Vanoni 1959)
Ruggero Bonghi, meridionale di origine e direttore del giornale «La Perseveranza», nel 1881 durante la Fiera industriale, definì Milano “capitale morale” d’Italia dando così vita al mito di una città modello di operosità, solidarietà, civismo e pragmatismo, Una città vista come il cuore produttivo, laborioso e civile del Paese, portatrice di un “buon senso” alto, in contrapposizione alla, già allora intesa come corrotta, “capitale politica”: Roma.
In realtà a Milano di soldi ne son girati davvero tanti e continuano a girare nelle le sue vie, nei suoi istituti finanziari, nelle grandi opere come l’Expo, nei giochi olimpici invernali del 2026, tra i suoi plurimiliardari che, secondo stime recenti, sono 115mila, uno ogni 12 abitanti. Più che a New York e Londra. Forse meno industriale e operaia di un tempo, con le grandi fabbriche e le botteghe artigiane sostituite da studi televisivi, laboratori della moda internazionale e catene di negozi di lusso, dopo esser stata “da bere”, ricollegandosi a quella Roma da cui aveva sempre soltanto preso le distanze, non ha comunque mai cessato di produrre enormi contraddizioni sociali di cui le lotte operaie e studentesche del passato sono state solo una delle manifestazioni possibili.
Un’altra, che prende invece oggi forma nelle periferie e in quella parte di popolazione che non appartiene certamente all’8% più ricco, è quella dei giovani immigrati, ma non soltanto, di seconda generazione, mediaticamente e superficialmente riassunta nel termine “maranza”, assolutamente insufficiente per spiegarne comportamenti, azioni e scopi. Una sorta di microcriminalità soltanto apparentemente deviante rispetto alle condizioni venutesi a creare a causa delle forme del lavoro salariato, allo stesso tempo moderne e arcaiche, di un mondo in cui il tradizionale proletariato urbano è spesso, troppo spesso, simile a quel lumpenproletariat o proletariato marginale di marxiana memoria che naviga a vista tra gli scogli della disoccupazione, di redditi e lavori precari e di un’immensa offerta di merci le cui vetrine non sono più soltanto quelle lussuose di via Montenapoleone, ma anche quelle, ben più invasive e pervasive di Amazon e di tutte le altre catene di distribuzione on line.
Una promessa di lusso, consumo, benessere e spesa rateizzata che, già come nel passato di cui parla l’Atlante edito da Milieu nella collana «Banditi senza tempo», obbliga settori non del tutto minoritari di giovani uomini e donne a misurarsi col problema degli scarsi introiti riconducibili al lavoro legale rispetto a quelli possibili con lavori di tipo illegale. Il tutto in un contesto in cui, adesso come allora, la concentrazione finanziaria e di ricchezze spesso smodatamente esibite attirano, oltre che l’occhio di chi sta ai margini, anche l’attenzione delle grandi organizzazioni criminali, mafie di ogni genere in primis.
«Follow the Money!» avrebbe ancora suggerito Marx per comprendere come la presunta capitale morale sia diventata in realtà il ricettacolo di ogni abuso edilizio, di ogni truffa finanziario, di ogni spreco di denaro pubblico, suscitando al contempo le mire di chi cercava individualmente o in gruppo di riappropriarsi di una parte della ricchezza socialmente prodotta e individualmente esibita e maneggiata.
Investimenti enormi e sfruttamento del lavoro su vasta scala da un parte e spaccate, scippi, furti, rapine e rapimenti dall’altra sembrano essere i due poli attorno a cui girano da un lato l’accumulazione del capitale e la ricerca di una fortuna personale,individuale o di banda, dall’altro. Due forme di sfruttamento dell’occasione che dipendono, inizialmente soltanto dalla collocazione nella parte alta o basa della scala sociale prodotta dal modo di produzione capitalistico. Inutile cercare quindi di gestire o interpretare la cosa da un punto di vista etico o morale.
Per questo motivo, tornando al tema del libro curato da Laura Antonella Carli e Nicola Erba e arricchito dai contributi di molti protagonisti e testimoni dell’epoca, rapine clamorose, guerre tra bande, sequestri di persona, durante gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, rappresentano uno dei periodi più turbolenti della storia criminale italiana, e lo sono ancora di più a Milano, città-simbolo del boom economico e humus sociale di una criminalità sempre più organizzata, che per tre decenni ha visto susseguirsi episodi violenti e figure leggendarie come Francis Turatello, Renato Vallanzasca e Angelo Epaminonda.
L’Atlante storico della mala milanese ricostruisce, attraverso cronache d’epoca, mappe tematiche, fotografie rare e testimonianze esclusive, una visione d’insieme approfondita del mondo che ha ispirato le cosiddette “canzoni della mala” e fatto da sfondo a tanti romanzi di Giorgio Scerbanenco e a tanti, ma forse meno belli e interessanti, film del genere poliziottesco che imperversò nella sale cinematografiche italiane tra gli anni Settanta e Ottanta, giungendo a ispirare poi Quentin Tarantino.
Un viaggio nella Milano notturna delle case da gioco, degli incontri clandestini e dei regolamenti di conti, che riporta alla luce vicende e protagonisti spesso dimenticati, restituendoli al loro autentico contesto urbano e sociale. Magari insieme a quelle case di ringhiera da cui alcuni dei protagonisti provenivano, così come all’ambiente sociale e culturale di quartieri come la Comasina e Lorenteggio.
Uno sguardo inedito su trent’anni di storia criminale, dalla vecchia ligéra ai gangster metropolitani, fino alla trasformazione della malavita tradizionale in criminalità organizzata moderna. Un’opera corale che si propone di superare letture stereotipate e nostalgiche, privilegiando un’analisi che racconta Milano, la sua evoluzione e le sue contraddizioni attraverso il prisma del crimine. Non dimenticando nessuno, sia uomini che donne.E lasciando comunque al centro figure dall’innegabile carisma mitopoietico come Francis Turatello e Renato Vallanzasca, prima in competizione poi alleati nella spartizione dei territori e delle attività.
Lo scontro diretto avviene in via MacMahon: Vallanzasca e Cochis vanno a cercare Turatello. Renato a piedi con un fucile a pompa e Cochis che lo copre in macchina. Davanti al locale della sorella dell’attrice Agostina Belli riconoscono le Bmw di Turatello e compari. Ma proprio mentre Renato si avvicinava, le auto ripartono, Inseguiti, raggiunti a un incrocio, i due gruppi si scambiano raffiche a distanza ravvicinata. Nessuno cade, ma una delle Bmw resta ferma in mezzo alla strada, col parabrezza sfondato e il sangue sui sedili.
La fuga di è un numero da equilibrista: sparisce sotto un cavalcavia, poi si sdraia in mezzo all’asfalto, fucile puntato. Quando Turatello capisce di essere finito nel mirino, ordina l’inversione di marcia. Una ritirata, seppur momentanea. Quella sera, Francis sa di aver rischiato davvero la pelle.
[…] Qualche settimana dopo, un mediatore noto come Carletto “tre pistole” propone un incontro: un faccia a faccia in una pizzeria. Turatello però non si presenta. Al suo posto arriva Franchino Restelli, uomo di fiducia. Vallanzasca rimane fuori dalla porta a fumare. Restelli spiega che è venuto per verificare che tutto sia a posto e per fissare un appuntamento definitivo. Aggiunge che Turatello propone il mercoledì successivo, a mezzanotte, presso la Tour d’Orient, un locale situato nei pressi della Stazione Centrale. Vallanzasca accetta, però avverte che se Turatello la prossima volta non dovesse presentarsi, brucerà Milano. Tuttavia, l’incontro decisivo tra i due non avrà mai luogo e la rottura si ricomporrà solo in seguito, non in un locale alla moda ma dietro le sbarre1.
La storia ha inizio nel 1963, quando da qualche anno a Torino ha iniziato la propria attività una delle batterie più famose e politicizzate che proprio a Milano compirà il suo ultimo e forse più celebre e sanguinoso colpo: la banda Cavallero, ma sembrano essere gli anni compresi tra i Settanta e l’inizio degli Ottanta quelli posti maggiormente sotto il segno dell’illegalità di cui si occupa il libro. Basti vedere l’elenco dei sequestri di persona elencati nell’Atlante che ne enumera complessivamente 118 tra il 9 dicembre 1963 e il 29 febbraio 2000, di cui soltanto quattro di carattere politico. Di questi però, compresi quelli “politici”, 113 hanno avuto luogo tra il 3 marzo 1972 e 25 novembre 1983.
Si è parlato prima anche delle donne che fecero parte del “milieu” criminale non soltanto in qualità di mogli, amanti e compagne oppure prostitute nel vasto mercato del sesso milanese, ma anche di protagoniste, come nel caso di Angela Corradi, che nel quartiere Comasina chiamavano l’Angelina, che ha attraversato mezzo secolo di storia criminale: prima come rapinatrice e donna di Vito Pesce, poi come suora laica che assisteva i tossicodipendenti e trattava con i sequestratori. La stampa l’aveva dipinta come la “pupa della mala”, ma l’Angelina non è mai stata solo una “compagna”.
Nata ad Affori da una famiglia di artisti circensi- la madre Bruna era trapezista del circo Corradi, il padre acrobata della moto – Angela cresce tra pedane, gabbie dei leoni e trampolini. «La vita del circo è crudele e pericolosa», ripeteva il padre, che sognava per la figlia un futuro diverso da quelo degli artisti girovaghi. Ma a sedici anni Angela molla tutto: scuola, famiglia, il futuro che i genitori avevano immaginato per lei. Le due stanzette di via Osculati 6 ad Affori le stanno strette. Sogna «i macchinoni e la bella vita».
Lascia il lavoro di commessa e la sera se ne va sempre nella latteria vicino a casa in via Cialdini […] «dove stanno gli “sbandati del quartiere”, vestiti alla moda della beat generation». Con gli amici fonda la banda della mezzanotte. Furtarelli, rapinette, poca roba per una ragazza che punta in alto. Il salto di qualità arriva nel 1971, quando conosce gli uomini della batteria Vallanzasca. Diventa prima la donna del capo, poi quella del luogotenente Vito Pesce. Renato la ricorda così: «L’Angeliona, com’era conosciuta da tutti, la mia amata sorellina, è stata la donna che in quanto a coglioni, dava dei punti a tanti cazzuti maschietti. Una forza della natura. Bella, intelligente, simpatica, capace di essere dolcissima. Ma quando si trattava di dimostrare carattere e coraggio, pure l’uomo con cui stava faceva bene a non contraddirla».
Si fa tatuare una svastica, per alcuni su una spalla, secondo altre fonti sulla schiena – «se l’è fatta fare in Turchia assieme a un altro tatuaggio sul dito medio della mano sinistra: una croce sovrapposta a una N, iniziale di nazista». A quanto si dice nell’ambiente quei simboli avevano poco di politico: erano soprattutto una provocazione. Per la stampa dell’epoca diventa “Angela della svastica” e “la pasionaria della Comasina”2.
La sua storia da fuorilegge era iniziata con una rapina nel 1969, cui sarebbero seguiti arresti, processi e galera. Nel 1976 venne arrestata dopo la sparatoria di piazza Vetra e fu la seconda donna ad essere individuata dalla polizia «come componente effettiva della gang». Dopo il suo incontro con la fede nel 1978, fu ancora sospettata negli anni Ottanta di aver aiutato due evasi, di rapina, associazione a delinquere e sequestro di persona. Così nel febbraio del 1984 fu raggiunta alla testa da tre colpi di pistola mentre era alla guida di un’auto. Pur avendo visto che l’aveva aggredita, una volta sopravvissuta, non volle mai rivelarne l’identità e sarebbe morta a settantatré anni nel 2024 ad Affori, da cui non era riuscita a fuggire mai del tutto.
Questa, però, è soltanto una delle decine di vicende e vite narrate nel bel libro edito da Milieu, che già in passato nella stessa collana aveva pubblicato le storie di numerosi banditi, non soltanto italiani, facendo così emergere un’altra Storia della società occidentale della seconda metà del ‘900 e oltre.
La Milano del dopoguerra era una città piena di armi e vuota di certezze. Le macerie delle case bombardate, i solai e le cantine dai muri scrostati nascondevano Sten britannici smontati pezzo per pezzo, Beretta 34 sottratte alle caserme e bombe a mano SRCM Mod.35 che nessuno aveva il coraggio di spostare. Molte erano state conservate dai partigiani, altre abbandonate dagli eserciti in ritirata, altre ancora erano l’ultimo segreto di ex repubblichini. Tra rovine e cantieri, le bande armate nascevano come funghi: si fondevano e si sfaldavano sotto gli occhi delle forze dell’ordine, che -almeno in parte- tolleravano questa economia sommersa detta più dalla fame che dall’avidità.
Mentre le sirene delle fabbriche scandivano il ritmo della ricostruzione, le “cento gru” del Piano Marshall ridisegnavano lo skyline della città […] Ma questa era sola facciata trionfalistica di una città dalle molte anime.
Un’altra Milano pulsava nelle pieghe dei quartieri popolari, dove i regolari convivevano con i balordi nelle case di ringhiera, tra cortili comuni e ballatoi […] A guerra finita, i pochi soldi se ne andavano quasi interamente per mangiare: dal 1945 al 1948, il novanta per cento del salario operaio e l’ottanta per cento delle retribuzioni statali finivano dal panettiere, dal droghiere, dal pizzicagnolo, «molto raramente dai macellai», più spesso alla borsa nera perché il cibo era razionato per tutto il 1946 […] Giambellino, Isola, Lambrate, Ticinese sono descritti come «coacervi di rovine bombardate, bottiglierie frequentate da malfattori e case d’appuntamento di infimo livello ove è bene non recarsi dopo il tramonto».
[…] La continuità dello Stato con il fascismo era evidente nella sopravvivenza di gran parte dell’apparato burocratico e giudiziario, mentre l’amnistia Togliatti del 1946 aveva permesso il reinserimento di molti ex fascisti nella vita pubblica. Per chi aveva combattuto sognando una rivoluzione sociale, vedere gli stessi industriali che avevano sostenuto il regime tornare alla guida delle fabbriche era un a beffa difficile da digerire. Le classi sociali restavano rigidamente separate e le speranze in una società più equa erano state inequivocabilmente tradite. In un’Italia stretta nei sacrifici della ricostruzione, la malavita diventava un modo per sfuggire alla disciplina di fabbrica e a un ordine sociale che si stava ricostituendo identico a prima3.



