di Luca Cangianti
Sta nascendo un nuovo essere umano, dice il filosofo e psicanalista Miguel Benasayag, ma non è una buona notizia. Il creatore di questo mutante infatti è il neoliberismo applicato alla scuola pubblica. Questa istituzione, che nel patto costituzionale avrebbe dovuto emancipare i cittadini rendendoli soggetti attivi, negli ultimi trent’anni è stata investita da una serie di riforme che ne hanno cambiato la finalità. È questa la tesi argomentata nel nuovo documentario di Federico Greco e Mirko Melchiorre, due film maker che si sono fatti conoscere con opere come PIIGS, sulle politiche economiche d’austerità, e C’era una volta in Italia, sul servizio sanitario nazionale. Insieme a queste, D’istruzione pubblica, completa una trilogia critica sul capitalismo contemporaneo.
Il film, uscito a inizio febbraio, ha scatenato un dibattito divisivo. Alla prima romana, dopo alcuni interventi da parte degli spettatori e le repliche dei registi, i capannelli di discussione hanno tardato a sciogliersi e la sala è stata liberata con difficoltà. Mi è capitato di vedere qualcosa del genere solo all’uscita di Mulholland Drive: in questo caso nessuno ci aveva capito nulla; all’uscita di D’istruzione pubblica, invece, tutti sostenevano di aver capito, ma se le davano (verbalmente) di santa ragione. Nei giorni seguenti, le proiezioni nelle varie città italiane registravano un sold out dopo l’altro, mentre il dibattito si riversava sulla stampa e dilagava nei social – un fenomeno piuttosto inusuale per un film prodotto (Studio Zabalik) e distribuito (OpenDDB – Produzione dal Basso) indipendentemente grazie a una campagna di crowdfunding.
Greco e Melchiorre ormai hanno consolidato uno stile riconoscibile. La pellicola non è un reportage, ma una storia di vita intrecciata a una tesi forte. La prima riguarda Lorenzo Varaldo, dirigente dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, e le sue battaglie: contro la riforma Berlinguer che prevedeva di accorpare elementari e medie in un ciclo unico; per la difesa del tempo pieno, dei programmi nazionali e della libertà di insegnamento. Si tratta di una vicenda di grande impatto emotivo, accompagnata dalla musica dei Pink Floyd, dalle testimonianze di docenti umiliati e pagati una miseria, dalle immagini degli edifici scolastici che cadono a pezzi, mentre i fondi del Pnrr vengono usati in gran parte per progetti di digitalizzazione di dubbia finalità.
Accanto a questa microlinea narrativa, ce n’è un’altra macro: la demolizione dell’istruzione pubblica cominciata nel 1997 con la legge Bassanini e con l’autonomia scolastica, proseguita attraverso tutti i governi, sia di sinistra (impareggiabili alzatori di palla) che di destra (diligenti schiacciatori). Qui i registi montano velocemente interviste di insegnanti, psicanalisti ed economisti avvalendosi anche di animazioni. Infine il documentario sostiene la tesi che il neoliberismo si sia appropriato dei contenuti di alcune scuole di pensiero pedagogico sostituendo la didattica basata sull’apprendimento di saperi con quella delle competenze al servizio del mercato. Questo processo, in un contesto di definanziamento pubblico, ha costretto le scuole a competere le une con le altre, a fare attività promozionali, open day accattivanti per rendersi attrattive e raccogliere risorse economiche. Il risultato, indipendentemente dalle buone intenzioni di alcuni sostenitori della didattica per competenze, avrebbe prodotto un degrado generalizzato del livello culturale degli studenti e delle studentesse.
E qui veniamo all’acceso dibattito tuttora in corso. Alcuni hanno visto rappresentato nel documentario il proprio sconcerto di fronte a una vita scolastica grottesca, asservita a logiche di valutazione algoritmica, deprivata di qualsiasi aspetto realmente formativo. Altri hanno sostenuto che l’autonomia scolastica e la didattica per competenze non vanno a discapito della conoscenza, mentre il lavoro di Greco e Melchiorre contrapporrebbe un Eden scolastico degli anni Settanta e Ottanta al degrado del presente. Questa nostalgia, a detta dei critici, rischierebbe di fornire un assist alle pulsioni restaurazioniste e discriminatorie della destra politica e culturale.
La scuola è un’agenzia di socializzazione e quindi dev’essere funzionale (almeno sul lungo periodo) alla società che la circonda: non può esistere una scuola “socialista” in una società capitalista, né si costruisce il socialismo (qualsiasi cosa esso sia) a partire dalla sola scuola. La scuola del dopoguerra, in barba al dettato costituzionale, era ancora la scuola gentiliana, classista, selettiva e meritocratica. La sua funzione era formare una classe dirigente funzionale a un capitalismo molto diverso da quello contemporaneo. Le lotte sociali e il movimento studentesco, a partire dal Sessantotto e per tutti gli anni Settanta, incrinarono la funzionalità di questa istituzione: vasti strati di proletariato entrarono in aule che gli erano state precluse; per lungo tempo, anche dopo l’esaurirsi del decennio rivoluzionario, il corpo gentiliano dovette convivere con istanze critiche che non furono addomesticate nemmeno dal tentativo di istituzionalizzazione delle lotte concepito con i Decreti Delegati del 1974.
Da questo punto di vista gli attuali trend bipartisan in materia di politica scolastica possono esser letti in due sensi.
Da una parte come tentativo, più o meno maldestro, di rifunzionalizzazione della scuola alle necessità di una struttura produttiva italiana che dagli anni Novanta in poi ha perso progressivamente peso: gli investimenti in ricerca e sviluppo sono ormai residuali e la quota principale della manifattura nazionale è di tipo maturo. A questo capitale micragnoso servono poca filosofia e spirito critico, un po’ di tecnici di qualifica base e media, e tanto risparmio in formazione on the job.
D’altra parte, specularmente a quanto in corso nella sanità, per far posto a un mercato scolastico, dove possa trovar sbocco una parte dell’ingente massa di capitale finanziario accumulato e in pericolo di deterioramento, bisogna prima rendere residuale e di bassa qualità l’offerta pubblica.
Insomma, se a qualcuno la scuola del secolo scorso può apparire migliore di quella odierna non è certo per la pedagogia gentiliana, ma solo perché – per fare un esempio microstorico – ancora nel 1981 di fronte a un colpo di stato stalinista in Polonia, capitava che studenti e studentesse interrompessero la lezione di italiano per capire insieme che cosa stava accadendo nel mondo e quale contributo avrebbero potuto offrire. Loro, a quattordici anni.
Quando nel buio della sofferenza sogniamo un mondo migliore, può anche succedere di guardare al passato. I rivoluzionari francesi in fondo si facevano chiamare cittadini, sognavano la repubblica e indossavano il berretto frigio, ma la presa della Bastiglia non restaurò le istituzioni del mondo antico. Unico antidoto per non cadere nella trappola di un romanticismo nostalgico è rimanere in ascolto di chi esprime disagio e conflitto.
La rete capillare di contatti, le discussioni con docenti, sindacati di base e attivisti del mondo della scuola che stanno alle spalle di D’istruzione pubblica vanno in questa direzione. Poi ognuno giudichi per conto proprio. Per me è un film da vedere, se trovate posto.



