di Luca Baiada

Zerocalcare, Nel nido dei serpenti, Bao Publishing, Milano 2025, pp. 200, euro 22.

A seguire Zerocalcare in questo groviglio di cose, in questo andirivieni di tempi e luoghi, si perde la testa e quasi si finisce per parlare come lui. Ti prende, non si fa mollare, peggio di un venditore di aspirapolvere. Lo segui e ti incanta, ti fa arrabbiare e ti sembra di discuterci a tu per tu, poi è lui che ti pianta lì e ti rendi conto che la strada, o si fa tutti insieme, o non vale niente.

Ma come si fa, a dire i fumetti? Specialmente quelli di uno che scappa da tutte le parti, che ti sbatte in faccia le sue debolezze e i tic nervosi. Cammina per le città d’Europa e te lo ritrovi sdoppiato, lui e un cane, una gallina, un robot giocattolo, in conversazioni e introspezioni vorticose. Poi si intrufola e fa domande: lo rivedi in cucina, per strada, nei guai. Non si capisce come ne esca senza le ossa rotte, o semplicemente senza farsi mandare a quel paese, da impiccione incallito.

Stavolta Zerotrottola gira intorno al fascismo internazionale. La prende larga, poi stringe, taglia le pareti del labirinto e te lo fa vedere sezionato e putrido come le fette di una melanzana marcia. Per qualche sua bussola misteriosa, conosce la direzione come un cane randagio – si intenerisce proprio quando accarezza il cane di Maja T. – ma la strada giusta te la rivela un po’ alla volta. Il dritto la sa lunga, quando racconta, e così resti nell’incastro con la voglia di saperne sempre di più.

Dov’è, davvero, il nido dei serpenti? C’è l’Ungheria di Orban, certo, ma non è tutto lì. La narrazione va avanti e indietro attraverso gli anni e le frontiere, ed è percorsa da presenze fasciste e naziste strutturate, con complicità negli apparati statali armati. I nazisti hanno anche un alleato sparso e senza volto: è fatto di un vago consenso, di silenzi, di perbenismi.

Risaltano cose, in questo collage di storie1. Ilaria Salis, con la detenzione e il processo delle catene. Maja T., un’altra persona inghiottita da un carcere ungherese. Altri antifascisti, anche italiani, arrestati in vari paesi su richiesta di Budapest, col rischio di essere consegnati. Soprattutto risalta un appuntamento nero internazionale, il «giorno dell’onore», che raduna la schiuma del suprematismo. Un evento che spazza via la vergogna, rinsalda legami, conforta i dubbiosi, conquista proseliti. E terrorizza chi non è dei loro, facendo sferragliare gente palestrata.

Vengono fuori vicende poco note, con scenari inquietanti, specialmente in Germania. Il caso della Hammerbande: un’iniziativa giudiziaria di ingegneria penale, un teorema accusatorio estensibile, diretto a costruire la colpevolezza di antifascisti perché di fronte alla violenza della destra hanno deciso di non stare fermi. E allora sono perquisizioni notturne in cerca di antifa, frugando nelle case e spaventando i familiari: apparati speciali di polizia mobilitati con tecniche militari repressive. E poi lo stillicidio di uccisioni mirate di immigrati, piccoli imprenditori ben integrati nella società tedesca (la scia di sangue dei «delitti del kebab», Döner-Morde). Persino la misteriosa uccisione di una giovane poliziotta, Michèle Kiesewetter: lei indagava sui nazisti, un suo superiore e un collega erano vicini al Ku Klux Klan.

A volte la parte interessante della storia è nell’ordine del discorso, quasi più che nei contenuti. A seconda di come si raccontano le cose il senso cambia, e i migliori studi su questo, in Italia, sono in tema di azioni partigiane e stragi nazifasciste durante la Resistenza. Andando su e giù nel tempo, ma anche nella sua coscienza, Zerolindo spiega che si arriva alla violenza antifascista perché prima c’è stata – ricorrente e strutturata su base territoriale – quella di destra. Dai e dai con le azioni delle squadracce, a un certo punto la gente non ne può più, prende la varichina e fa un repulisti. La volante antifascista è un fatto, non chiede permesso: «La paura ha cambiato campo».

Coi fumetti, storia e giustizia si possono spiegare bene. Lo ammetto: per me, che scrivo da anni sull’uso sedativo della memoria, diventata un feticcio e un surrogato, è una soddisfazione leggere nelle nuvolette, dalla mano di un fumettista, osservazioni sul «mai più», il nie wieder, e sul suo sapore ingannevole2. E ora che ci penso, questo uso distorto della memoria – è proprio un caso? – è andato di pari passo in Italia e in Germania. Detto alla giurista: la giuridicizzazione della memoria ufficializzata e burocratizzata delegittima l’effettività della tutela giurisdizionale dei diritti. Detto alla Zerozecca: la memoria coi blablabla non è solo pallosa destocazzo, è una presa per il culo galattica.

Ancora sul diritto. Ci sono diverse cose, ma ci vuole un’aggiunta. Maja T. ha la cittadinanza tedesca, e lì la Costituzione vieta l’estradizione di chi ha la cittadinanza. Un divieto strabiliante, posto quando fu scritta la Carta costituzionale della Germania occidentale, dopo la Seconda guerra mondiale. E una regola che è stata modificata, in questo secolo, ma solo in parte. Per alcuni imputati, l’estradizione è sempre stata impossibile. È gravissima, la mancata consegna dei criminali nazisti processati in Italia dalla fine degli anni Novanta al 2015, che alla fine sono morti di vecchiaia a casa loro. Per Maja T., invece: arresto in Germania, ricorso del suo avvocato alla Corte costituzionale, poi consegna veloce all’Ungheria, senza aspettare l’esito del ricorso (la Corte costituzionale dopo ha vietato l’estradizione, ma ormai). Per stragi come Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Civitella, Fucecchio, guanti di velluto. Per il ferimento di un nazista a Budapest, pugno di ferro.

Sempre sul diritto. Su mandato ungherese, si fanno iniziative legali contro gli antifascisti in altri paesi. È comodo per tutte le fascisterie europee, avere un Eldorado nero, un cecchino in terra franca che può sparare uncini stando al riparo, poi tirare la fune e portarsi la preda nella tana, per divorarla con comodo. Malgrado il sovranismo, i mandati ungheresi colpiscono dove vogliono; malgrado l’antieuropeismo, le autorità ungheresi usano strumenti europei. E qui, allora, dobbiamo dire con convinzione, tutti e tutte, un grosso NO, un enorme NOOO.

Dobbiamo dire NO, cioè, andando a votare al referendum sulla modifica della Costituzione. La riforma approvata nel 2025, la cosiddetta «separazione delle carriere» (un’etichetta falsa), manomette la giustizia in Italia. Ci raccontano un cazzeggio alla moda: il pubblico ministero bisogna metterlo sullo stesso piano del difensore dell’imputato, e con la riforma sarà l’avvocato della polizia. Ma davvero? Sì, ma allora, come la polizia, dipenderà dal governo. Cioè, quando serve, pubblico ministero e polizia faranno quello che vogliono il governo e i suoi alleati. Magari l’Ungheria. Da vedere, nel volume, Maja T. col «non lo possono fare». Il pubblico ministero, in Italia, deve diventare l’avvocato di Orban? o di altri come lui? Un altro uncino al servizio dei cecchini, un’altra lingua biforcuta che piace al nido dei serpenti? Abbiamo già le nostre magagne, grazie, NO NO NO.

Ancora su Maja T. Pensiamoci. Una pagina nera nella storia dei diritti umani e della legalità penale in Europa. Un caso che contraddice il mito della Germania che ha fatto i conti col passato. Anche una crisi della cittadinanza. Una vicenda che svela un’invisibile linea del colore: se sei antifascista sei un nero, uno straniero, un intruso.

Se sapessi disegnare aggiungerei alle pagine su Maja T. un Primo Levi incazzato: direbbe che la Bewältigung der Vergangenheit «è uno stereotipo, un eufemismo della Germania d’oggi»3. Ci metterei anche Adriano Prosperi, lo storico, che dalla Scuola Normale di Pisa gli dà ragione4Vergangenheit vuol dire passato, Bewältigung è parola ambigua, con un senso di elaborazione ma anche di manipolazione, di forzatura (Gewalt è la violenza, Vergewaltigung è lo stupro). Levi traduce Bewältigung der Vergangenheit come «distorsione del passato» o «violenza fatta al passato». Detto così sembra un gioco filologico da topi di biblioteca. In fumetto sarebbe tutta un’altra cosa.

Zerocalcare non vende ricette e si schermisce: non insegna, non pretende. Ma qualcosa ci trasmette. A difesa degli antifascisti perseguitati non serve il botto mediatico, quello che illumina il cielo e si spegne. Serve un impegno che protegga il fuoco, anche piccolo, una fiaccola che duri nel tempo. Tenerla accesa e passarcela, la fiaccola, tocca a noi.

 

 


  1. Zerocalcare, Nel nido dei serpenti, Bao Publishing, Milano 2025, contiene anche le storie In fondo al pozzo, Questa notte non sarà breve e Una giornata a Budapest, che sono state pubblicate da Momo edizioni in Questa notte non sarà breve nel 2024.  

  2. Mi permetto di rinviare, per esempio, ai miei: L’atlante delle stragi, «l’Unità», 11 febbraio 2014, p. 20; La carne e la memoria, «Il Ponte», LXXI n. 1 (gennaio 2015), pp. 69-73; Memoria di un anno di memoria, «Il Ponte», LXXV n. 2 (marzo-aprile 2019), pp. 129-133.  

  3. Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi, Torino 2014, p. 210.  

  4. Adriano Prosperi, Un tempo senza storia. La distruzione del passato, Einaudi, Torino 2021, p. 45.