di Franco Pezzini
(Per le parti precedenti, cfr. qui)
Enter Kelley (1927)
Il narrante prosegue, pescando a caso, la trascrizione delle carte del mago John Dee, in relazione ora a un periodo più tardo (“Anno 1578”).
Ventotto anni dopo gli eventi narrati, nuovamente nel giorno di Pasqua, Dee può riflettere sulla bontà della Provvidenza e sulla fine di tanti sogni e illusioni. È sposato – con la terza moglie Jane (Fromond, 1555-1604/5) – e padre (il piccolo Arthur destinato a divenire medico e alchimista, e in realtà altri sei o sette, tra maschi e femmine) – e per la maggior parte i suoi nemici sono morti. La scelta di Meyrink e del suo coautore di lavorare creativamente sulla vita di John Dee (1527-1608), il “Merlino moderno” della corte di Elisabetta I, probabilmente ispiratore del Prospero de La tempesta di Shakespearee dello stesso Faustus di Marlowe, uno degli occultisti più celebri e stimati della storia d’occidente anche a dispetto di alcune marchiane ingenuità – come nel rapporto con il losco sodale Edward Kelley, che vedremo più avanti entrare in scena – si spiega bene per la connection con la Praga magica di Rodolfo II, dove Dee si recò negli anni Ottanta. Tra l’altro, dal 1577 al 1601, Dee tenne in modo non regolare un diario, da cui si sono tratte gran parte delle informazioni sulla sua vita in quel periodo.
Il suo lascito familiare – tema che, lo sappiamo, è caro all’autore de Il domenicano bianco e anche qui trova sviluppo – proseguirà attraverso il citato figlio Arthur Dee (1579-1651), medico prima della regina Anna, poi dello zar Michele I, e quindi di Carlo I, lasciando a un altro grande nome degli studi medici ed esoterici, Sir Thomas Browne, parte della sua biblioteca.
Riprendiamo il romanzo. Passeggiando lungo il ruscello Dee, John si lascia prendere dall’insoddisfazione e rivede il suo passato in Inghilterra, dal carcere con Green alla corte di Elisabetta, e poi a quella imperiale nel centro Europa… la sua prima moglie era stata la sua pestifera avversaria Lady Ellinor (storicamente, in realtà, la prima fu Katherine Constable, cui ne seguì per un anno una seconda dal nome non tramandato): di Ellinor disertava il capezzale per recarsi a incontrare Elisabetta. Eppure tante maschere non erano che la crisalide per far nascere finalmente il vero John Dee, “colui che conquista la Groenlandia, e assalta il mondo intero, il giovinetto coronato!”: e all’improvviso tutto gli diventa chiaro al punto da doverne scrivere una sintesi.
Discendente (almeno secondo Meyrink & Noerr) di sovrani più antichi di quelli della “due Rose” d’Inghilterra, fatto educare per volontà paterna dai migliori maestri, giunto al baccalaureato a Cambridge, a ventiquattro anni Dee si trova orfano di entrambi i genitori, erede della fortuna e del titolo. Dopo una formazione all’estero (Lovanio, Utrecht, Leida, Parigi) ed essere divenuto allievo di Cornelius Gemma detto Frisius e di Gerardus Mercator, al rientro in Inghilterra assurto alla carica di professore di lingua greca al Trinity College di Cambridge e riconosciuto protofisico e protoastronomo in Inghilterra a solo ventiquattro anni, è un tantino scavezzacollo: per la messa in scena della Pace di Aristofane costruisce un gigantesco scarabeo che si solleva in aria come un drone, tra l’orrore di colleghi e spettatori che gridano alla magia nera… ma capisce di fronte alle loro reazioni furiose quanto a una burla possa seguire serissimo odio.
Allora abbandona l’Inghilterra e un buon posto e raggiunge Lovanio dove studia chimica, alchimia e si appronta un laboratorio. Frequentato dai duchi di Mantova e di Medina Coeli, si fa conoscere dall’imperatore Carlo V, prima scettico sulle sue capacità e poi pronto a ricompensarlo. Sfuggito a Parigi dal dilagare di un’epidemia, trova ascolto nel re Enrico XI, ma poi uno “spettrale suonatore di pibrochs scozzesi” (forse lo stesso sinistro pastore che aveva plagiato Bartlett Green) lo convince a tornare in Inghilterra dove finisce coinvolto nelle lotte di religione. Mirando a conquistare Elisabetta prende le parti dei protestanti. Sfuggito come sappiamo alla Torre trova ospitalità presso l’amico Robert Dudley conte di Leicester, che gli elogia l’audacia con cui la principessa Elisabetta si era adoperata per la sua libertà – ma John sa qualcosa di più, a proposito del filtro d’amore da lei bevuto. Passando poi oltre gli anni di Maria la sanguinaria – nei quali lui, nel suo ritiro forzato, prepara l’impresa di conquista della Groenlandia – riflette sulla convinzione d’essere destinato a un trono, sulle profezie ricevute: però forse si tratta di una corona non terrena… Morta la regina Maria, preparato nei dettagli il piano per la conquista della Groenlandia, affidato a Dee tramite Dudley il compito di redigere l’oroscopo per la nuova sovrana – finalmente Elisabetta – il Nostro crede giunto il momento di realizzare i sogni. E invece nulla: la regina, compiaciuta dell’appellativo e ormai titolo di “vergine”, prende a giocare con lui. Che a quel punto rifiuta di recarsi a farle compagnia a Windsor: “ciò che desideravo non era affatto passare la notte con una vergine invasata, bensì l’avvento della nostra gloriosa e regale comunione” – ed è Dudley ad approfittarne. Sdegnato, Dee parte per l’Ungheria, per sottoporre all’imperatore Massimiliano i piani di conquista del Nordamerica, ma poi, preso da rimorso, gli parla soltanto di astrologia e alchimia e alla fine ritorna in Inghilterra.

Elisabetta lo accoglie con affetto e si interessa ai suoi lavori, ma lo considera come un fratello, fino al momento di una “autentica riunione nel sangue”. Lui non capisce ma sospetta che attraverso lei parli un’entità non terrena… però poi lei prende a mostrare “un’ambiguità quasi sarcastica”, e di fronte ai discorsi di Dee su istinto maschile e desiderio, pensando alle condizioni economiche di lui non floridissime, decide di fargli sposare una donna ricca. Cioè quella molesta Lady Ellinor Huntington per cui lui prova da sempre avversione… e ovviamente Dee deve chinare il capo, furibondo. Costringendolo a sposare una donna per cui John prova avversione, Elisabetta sa di non poter provare gelosia; e addirittura gli commissiona di cercarle uno sposo per ragioni politiche… Non se ne farà nulla e Dee, spedito in Francia, vi si ammala.
Torna alla casa di Mortlake (è ormai l’autunno 1571) e apprende dalla gelosissima Ellinor che Elisabetta verrà lì vicino, a Richmond: la regina lo riceve, preoccupata della sua salute, e pare interessata più che mai ai progetti di lui – la spedizione in Groenlandia, approvata dall’ammiragliato – e alla sua stessa persona. Ma nel giro di una notte cambia tutto: il professarsi di Dee totalmente devoto alla potenza di lei deve urtarla come persona e come donna, e l’invidia del cancelliere Walshingham completa lo scacco.
Green gli appare nottetempo e gli chiarisce cosa sia successo. Poi lo convince a un’azione magica: una terribile evocazione nudo al gelo, sotto la luna calante, alla quale risponde il rapido incedere nel parco della figura della regina, vacillante e a occhi chiusi. Lui la porta in camera e la possiede…
Nel diario di Dee seguono pagine di simboli incomprensibili e orridi, legati probabilmente all’insano rituale. Il narrante ammette un senso di straniamento da quando trascrive il diario, e riflette che assieme al sangue si ereditino le esperienze. Prosegue col diario.
Dove Dee spiega che Elisabetta in seguito l’aveva visitato più volte, evidentemente succhiandolo come un vampiro: “Non era dunque Elisabetta? Inorridisco. Era Isais la nera? Un succubo?”, eppure in qualche modo “fu Elisabetta a vivere quelle ore, sì proprio lei!”. Ma in quella notte di caduta Dee perde l’oggetto più prezioso della sua eredità, il pugnale o punta di lancia dell’antenato Hywel Dda che stringeva durante l’evocazione. “È come se lo capissi solo oggi: Isais è la femmina in ogni femmina ed è anche la trasformazione di ogni essere femminile in… Isais!”. Da quel momento l’animo di Elisabetta gli è precluso, estraneo, pur sentendola vicina come non mai. Alla benevolenza mostrata dalla regina si accompagna uno sguardo gelido, lontano, di un freddo quasi spettrale: quando passa a cavallo per Mortlake sferza un tiglio col frustino e quello muore, a Windsor carezza l’alano di Dee e quello muore… Visto che Ellinor da sempre lo odia, Dee passa allora il tempo nello studio di Euclide e di una stella mutante in Cassiopea.
Una visita di Dudley avverte che Elisabetta verrà a Mortlake per vedere un certo glass, una pietra magica: quella di Bartless Green, che la regina ha visto in sogno. Alla venuta della sovrana, il suo improvviso bussare col frustino alla finestra spaventa Ellinor che perde i sensi – Dee porta la pietra a Elisabetta (che sa tutto quanto stia accadendo a Ellinor) e la sera la moglie di Dee muore. Non più convocato a corte ma ormai animato da “un’avversione più forte dell’odio” Dee è soddisfatto: e per evitare nuove imposizioni, a cinquantaquattro anni si risposa con l’innocente e per nulla aristocratica Jane Fromont, ventitreenne e a lui devotissima. Un certo moto interiore lo avverte di aver ferito la sovrana, e si scopre soddisfatto.
Però quando Elisabetta è colpita da una febbre violenta e versa in gravi condizioni, lui corre sollecito al suo capezzale. Vengono allontanati i presenti e i due restano soli: lei gli rimprovera di averle fatto inutilmente male con l’inserire tra loro qualcosa di estraneo – prima il filtro e poi i sogni – e Dee risponde che i filtri non infrangono le leggi di natura e la legge dello spirito prevede la libertà del volere. A dispetto della risposta piccata, lei ribatte lasciando parlare la regina “spirituale”: l’immagine delle stelle che lui studia gli dimora dentro, e ha “supposto giustamente che la meravigliosa stella nella costellazione di Cassiopea sia una stella doppia, la quale gira intorno a se stessa splendente in una beata eternità, e senza posa in se stessa si rirae, come è nella natura dell’amore”. Continui a studiarla anche quando tra non molto lei morirà… Dee, crollato allora a terra in preda all’emozione, ricorda poco del seguito. La malattia si rivela così grave che il Nostro corre sul continente a cercare i luminari con cui aveva avuto contatto in passato… finchè non lo raggiunge la notizia della guarigione della regina. Per la terza volta torna dunque sull’isola dopo viaggi vani, e scopre di essere divenuto padre del piccolo Arthur.
Ritiratosi lontano dalla corte, dedica a Elisabetta una Tabula geographica Americae a suggello dei progetti di esplorazione: ma lo fa per puro senso del dovere, conoscendo la grettezza invidiosa di troppi che la consigliano – al momento in particolare il primo consigliere William Cecil, barone Burghley. Oltretutto ormai Dee dubita che la Groenlandia geografica sia il vero oggetto di conquista a cui è predestinato: in fondo ormai ha capito di dover diffidare dello spettrale Bartlett Green, che dice la verità in modo che venga fraintesa. Esiste un retromondo, dimensioni non esaurite tra corpi e spazi umani, e Grön-land significa Terra Verde. Forse è quella che deve cercare… Ha compreso chi davvero sia Green quando l’ha aiutato “a evocare il demone femminile che assunse la natura astrale di Elisabetta per impadronirsi” di lui. Ma ora ha percepito qualcosa che gli rende estranea quella vita che era come crisalide, ed è libero per la metamorfosi, il regno, la “regina” e la “corona”.
Così termina il quaderno sui circa ventotto anni tra la scarcerazione dalla Torre e il 1581: ma il discendente avverte che le vere tempeste esploderanno ora – che lui sta diventando Dee, e in piedi dinanzi allo scrittoio c’è una figura spettrale…
Il giorno dopo, a seguito di una notte insomme, cerca di capire. Il John Dee che lui reca nelle sue cellule si è impadronito di lui, lasciandogli come un ricordo dei fatti narrati e il presentimento di un destino minaccioso. Avverte come una seconda faccia sul retro della testa, Giano/Bafometto; e di fronte gli si materializza Bartlett Green.
Fu allora che accadde l’inconcepibile: non ero più io e tuttavia lo ero; mi trovavo al di qua e al di là nello stesso momento, ero presente e remoto, ancora da venire e da gran pezza “svanito”, tutto in uno. Ero “io” ed ero un altro – ero John Dee nel ricordo e, al contempo, nella mia viva, attuale coscienza. A parole non riesco a esprimere altrimenti un simile slittamento. Forse si può dir così: spazio e tempo mi erano in pari modo slittati, proprio come accade quando vediamo qualcoa tenendo una pupilla chiusa e premuta: in modo obliquo, realtà e irrealtà al contempo; infatti, quale dei due occhi “vede” la giusta immagine? E come il campo visivo anche l’udito era slittato.
Inconcepibile, certo, ma non per chi scriva: anzi l’esperienza del narratore che è sempre di qua e di là dalla penna, scrittore e personaggio sparigliati tra dimensioni diverse, fa comprendere meglio la riflessione che gli autori conducono sul piano dell’esoterismo, e aiuta a relativizzare l’individualità.
Quando vicinissima e tanto remota risuona la voce di Green, il Nostro si sente impossibilitato a pronunciare uno scongiuro: una voce che non controlla erompe a a rimbrottare l’antico eretico, non gli ostacoli il cammino verso la sua “immagine perfetta nello specchio verde”, ma l’altro risponde che da specchio verde o carbone nero, comunque lo saluta “sempre il volto della vergine celata nella luna calante – […] la buona sovrana a cui tanto sta a cuore la lancia!”. Il narrante può così comprendere le mire della principessa sulla lancia. Poi cade nel dormiveglia, rivive la scena dell’evocazione del succubo e nel cristallo di carbone vede non Elisabetta ma la principessa Chotokalungin… insomma l’eredità di John Roger ha preso vita, e il Nostro si propone di tornare in sé. Ma i suoi nervi sono ancora scossi, e comunque non può riposare perché un vecchio amico ha comunicato che gli farà visita. Il chimico Theodor Gärtner, arrichitosi in Cile, viene a trovarlo: per sfortuna, proprio quel giorno la sua governante è partita lasciandolo con la sostituta – giovane, divorziata, tale Johanna Fromm.
Succede di tutto. L’amico atteso non compare, in compenso il Nostro si imbatte in Lipotin, che accompagnato al suo negozietto gli mostra un oggetto appena pervenutogli, uno specchio forse antico con cornice, appartenuto al principe Jusupov – Lipotin sostiene che è falso ma al Nostro piace, così glielo regala.
Tornato a casa, nel riflesso dello specchio vede arrivare l’amico Gärtner in stazione, cordialissimo (tutta la scena che segue è vista nello specchio, appartiene cioè a una sorta di realtà parallela): se lo porta a casa con un vago senso di straniamento a causa di piccoli mutamenti tutti intorno, crede anzi di non riconoscere l’amico, che a quel punto gli confessa essere morto da tempo annegato nell’oceano. Eppure è lì a fumare sigari e bere tè con lo sguardo “fisso alla causa prima”: è Gärtner il giardiniere e alchimista, dunque artefice della vita eterna. In dialogo con lui, il Nostro capisce che il cugino non aveva saputo concludere il lavoro legato all’eredità, perché era morto a causa di Isais la nera. Anzi, salta fuori un foglietto che il protagonista non aveva notato, dove John Roger spiega di non essere stato il primo a incontrare Dee: per quanto lo riguarda, ha ricevuto la visita di tale Lady Sissy, fascinosa dama dal profumo di belva, che vorrebbe da lui un’arma misteriosa… Come spiega Gärtner, proprio da lei, Isais la nera, è derivata la rovina di Roger.
Eccolo lì, messo a nudo, il retromondo del regno dei demoni a cui si votò John Dee e, dopo di lui, anche lo sconosciuto perseguitato dall’angoscia che scrisse nel diario di John Dee l’annotazione da cui grida l’orrore; e, dopo di lui, mio cugino Roger; e, dopo di lui, io: io che ho pregato Lipotin di aiutarmi con ogni mezzo a soddisfare lo strano desiderio della principessa!
Prima di perdere fisicità e dileguarsi con un rumore secco, l’ospite giardiniere esorta il Nostro a scegliere (“liberamente”) tra le possibilità imposte dall’alchimia dell’anima, metamorfosi o morte. Tutta questa scena il Nostro l’ha vista però all’interno dello specchio, quello verde di cui parlava Dee nel diario.
Ma a quel punto compare, timida, Johanna Fromm, la sostituta della governante: lui le dà precise istruzioni di tenergli lontani tutti, nel prossimo periodo. Ma emerge che la giovane aveva sognato di lui, e ricevuto l’ordine di aiutarlo: assume un’espressione tormentata, e solo con fatica riesce a farle spiegare meglio. La signora Fromm, vedova per un breve matrimonio, ricorda però di essere stata sposata prima – in un’altra vita, plausibilmente – a un vecchio inglese e rammenta una casa e un paesaggio britannici: ma è molto imbarazzata per quell’assurdo fenomeno che non sa come spiegare. Ha anche avuto visioni di Praga (ecco profilarsi di lontano la città rudolfina) e di un uomo orrendo con le orecchie tagliate che le “sembra lo spirito maligno di quella terribile città”, che certo le distruggerebbe la vita… Quanto alle scene inglesi, le vede immerse in una luce verdastra, come in un antico specchio verde (come quello donato da Lipotin): “Ma da qualche tempo avvert[e] che un pericolo […] minaccia” il suo vero sposo – non l’uomo che le ha dato il cognome Fromm in anni recenti ed è morto, ma l’antico inglese di Richmond che tanto assomiglia al nuovo padrone di lei. E nella cui casa si sente al proprio posto e anzi necessaria.
Il Nostro l’ha tranquillizzata, ma non intende lasciarsi trascinare nelle stranezze di lei, “Fissazioni oniriche” forse frutto di isteria. E inizia invece a studiare un nuovo incartamento di Dee, dal titolo Diario intimo, e sul frontespizio Libro di bordo del mio primo viaggio alla scoperta della vera e reale Groenlandia, del trono e della corona dell’eterna Anglia Angelica. Che inizia infatti (20 novembre 1582) con l’acquisita certezza che quella Groenlandia non si trovi sulla terra. Il vano abbaglio della relazione coi Ravenheads e le menzogne di Bartlett Green l’hanno condotto su una falsa pista e un cammino di corruzione spirituale: “è ‘dall’altra parte’ che si deve scavare, e non qui”, e il malefico Green ha rischiato di far fallire la vocazione della persona e della stirpe di Dee. Da tre giorni ha una visione:
Prima non sospettavo affatto che potesse esistere qualcosa che sta oltre la veglia e il sogno, oltre il sonno profondo e l’allucinazione; un quinto stato, inspiegabile: una visione di processi immaginali che non hanno alcun rapporto con la terra.
(Verrebbe da tornare a osservare che un simile status sia noto a chi scrive con quella partecipazione che fa della scrittura, come di qualunque arte intensamente vissuta, un vero atto magico.) Una visione comunque completamente diversa da quelle precedenti nel cristallo di carbone di Green: “Per quanto sono in grado di giudicare è stata una profezia in simboli”. Vede dunque Gladhill, la collina della sua stirpe come appare nello stemma dei Dee: sulla sommità un albero verde ai piedi del quale sgorga una fonte. E mentre sale, si accorge di essere lui stesso quell’albero, e la fonte evoca i suoi discendenti destinati a una resurrezione nella vita eterna, tutti diversi ma a lui somiglianti. Tra i rami più alti spicca un duplice volto coronato: dal lato femminile riconosce con giubilo Elisabetta, salvo desolarsi perché il viso maschile non appare il proprio. Però l’albero lo rimprovera, perché nemmeno ora riconosce se stesso, “Cos’è il tempo? Cos’è la metamorfosi?”: “Un uomo che non smette di credere infine vive! Cresci fino a me e io sarò te! Sperimenta vivendo te stesso e sperimenterai me, me… Bafometto!”. A quel punto Dee scoppia in lacrime, e la voce gli ricorda che “La materia dovrà attraversare molteplici stadi di sofferenza!”.
Il cammino per giungere a se stesso è duplice: da un lato una via incerta che potrà permettergli di ricordarsi di sé in futuro, “E cos’altro è mai l’immortalità, se non rimembranza?”.
Dunque scelgo la via magica della scrittura; in questo diario metto nero su bianco ciò che mi è stato rivelato circa il mio destino: in un certo senso l’ho consacrato e preservato dagli insulti del tempo e degli spiriti maligni. Amen.
E insomma appella i discendenti perché guardino in sé stessi e riconoscano l’identità con lui.
Ma c’è una seconda via, l’alchimizzazione del corpo e dell’anima perché entrambi raggiungano l’immortalità. Per questo ha allestito in casa un laboratorio munito del necessario e accolto un bravo assistente, Gardener, che però dopo un primo periodo di buona collaborazione diventa superbo, riottoso e molto critico nei confronto degli spiriti pii del mondo “dall’altra parte”, che liquida come spiriti infernali. Dee inizia e chiude sempre le sessioni con una preghiera e le entità appaiono timorate di Dio – ma visto che i loro insegnamenti tecnici confliggono con le conoscenze di Gardener, Dee sospetta che si senta ferito nella vanità. Gardener invece teorizza una serie di rituali protettivi di rinascita spirituale – di cui non rivela la fonte, vincolato come sarebbe da un giuramento – e in sua assenza Dee interpella gli spiriti nel nome della Trinità a proposito di Bartlett Green. La risposta, di evitare ogni contatto con quell’emissario di Isais la nera, lo induce anche a infrangere il tramite costituito dal cristallo di carbone donatogli alla Torre. Lo brucia, e non restano scorie.
Ma qualcosa con Gardener si è irrimediabilmente spezzato: l’assistente se ne va lasciandogli un breve messaggio di commiato. Nel frattempo una breve apparizione di Green lascia a Dee per un attimo la sensazione di un volto d’uomo senza orecchie: e, la mattina dopo, proprio un tipo senza orecchie (punizione per vari tipi di colpe inflitta spesso anche a innocenti), giovane e volgarotto – ma non somigliante all’apparizione – gli si presenta a casa con la pretesa di parlargli di qualcosa di riservatissimo. Si fa spiegare cosa s’intenda per proiezione (dell’alchimia ha un’idea molto vaga) e gli mostra un vecchio libro che Dee capisce essere molto prezioso. Qualcosa di estrema importanza per la Grande Opera alchemica: il tipo vorrebbe da Dee un giuramento di essere in grado di capirlo, ma il Nostro è giustamente prudente: e a quel punto l’ospite trae fuori dalla camicia un sacchetto con le due biglie d’avorio di Mascee, passate anche per le mani di Dee e da lui buttate dalla finestra prima dell’arresto di parecchi anni prima. Sono quelle, perché riconosce i segni che vi ha inciso: ma ora scopre che si possono svitare. Quella bianca contiene una polvere grigia, evidentemente materia transmutationis; quella rossa la polvere regale, il “Leone rosso”, lamelle scistose color porpora. Dee è stupefatto, conferma all’uomo che valga la pena di sperimentare il valore di libro e polveri.
Il tipo è compiaciuto: riconosce l’onestà di Dee, saranno soci. Le bilie e il libro, già nella tomba di san Dunstano, erano stati predati dai profanatori Ravenheads, venduti a uno straniero – evidentemente Mascee – e passati poi in proprietà del proprietario di un bordello, che però era stato agente segreto del vescovo Bonner: sparite per qualche tempo, le bilie erano state infine recuperate, ma l’ex-agente segreto era poi morto dopo averle regalate all’ospite (che più probabilmente l’aveva ucciso per appropriarsene, ma il benevolo Dee non è propenso a pensar male). Accoglie così in casa lo sconosciuto – già piccolo avvocato a Londra, speziale girovago, ciarlatano, condannato al taglio delle orecchie per aver falsificato documenti: si chiama Edward Kelley, e rappresenterà nella vita di Dee una presenza calamitosa.




