di Luca Cangianti

Nella poetica di Valerio Evangelisti i finali hanno un impatto estetico folgorante, ma anche un profondo significato politico: «Molti miei romanzi – dice in un’intervista – finiscono con una battaglia perduta che però vale pena di essere combattuta, perché già la battaglia è liberazione». Non si tratta di retorica del bel gesto che salva l’onore dei giusti dal fango della sconfitta, perché la narrazione delle avventure intraprese è capace di costituire una mitologia e un immaginario che possono risorgere nelle lotte future.

In “Sepultura”, uno dei quattro racconti della raccolta Metallo urlante (Einaudi, 1998), gli ultimi rappresentanti di una popolazione originaria brasiliana sono immersi fino alle ginocchia nell’ectoplasma, una sostanza organica che si fonde con le loro gambe impedendone il movimento. Questi prigionieri, tuttavia, utilizzano creativamente un altro composto chiamato squaglio, normalmente impiegato per le torture. Grazie a questo stratagemma entrano in simbiosi con l’ectoplasma ed evocano uno spirito appartenuto alla loro tribù morta suicida per protestare contro la distruzione della foresta amazzonica.

Olavo vide il getto di colla erompere da Sepultura, come un pitone affamato e gigantesco avido di preda. Sotto l’urto, le pareti del carcere si sgretolarono, incise in tutta la loro ampiezza da fessure profonde.

Le suggestioni sono molte. Lo squaglio, nella sua logica bifronte, può esser paragonato all’immaginario che in mani diverse è arma di dominio oppure di liberazione. L’ectoplasma, a sua volta, è la composizione di classe che può essere, in situazioni diverse, immobilizzante, oppure mobilitante. Infine lo spirito ancestrale simbolizza la memoria mitologica dei passati cicli di lotta.

Il Babalaò si versò in gola un nuovo sorso di pemba. – Oshumare stanotte è scatenato, – mormorò con voce arrochita dall’alcol. – Nessuno lo potrà fermare.
Olavo alzò le spalle. – Sciocchezze. All’aria aperta la colla tornerà a solidificarsi. Vedi? Ha già smesso di fluire.
Il vecchio scrutò il buio rimpicciolendo gli occhi. – Vuoi dire che è stato tutto inutile? – chiese dopo un poco, tossicchiando piano.
– Inutile? No. Almeno abbiamo un carcere in meno -. Olavo si avviò alla porta. Mentre spalancava il battente tornò a girarsi verso il Babalaò. – Ti sembra poco?

Una struttura analoga è presente in Black flag (Einaudi, 2002). A tal proposito Fabio Ciabatti rileva che «l’arma utilizzata da Sheryl per sparare contro le mostruose forze dell’esercito statunitense è una vecchissima colt a tamburo dalla canna brunita molto lunga, curiosamente caricata a palle argentate, raccolta un attimo prima dalle mani di un giovane panamense ferito a morte che indossava una maglietta insanguinata con la scritta Battallon de la dignidad. Evangelisti non ce lo dice esplicitamente ma è chiaro che è la pistola di Pantera, passata di mano in mano per generazioni di resistenti! C’è dunque un filo rosso che unisce le lotte degli oppressi del passato e del presente. Un futuro possibile che è stato sconfitto nel passato può risorgere trasfigurato nel presente.»1
Se questo avviene è grazie all’immaginario e alla narrazione che lo tramanda di generazione in generazione in un gioco di conservazione e trasformazione. Ecco perché la resistenza di fronte al mostro più orrendo non è mai inutile: «Se la causa è giusta, le battaglie perdute sono le più belle» dice un’adolescente irlandese a Pantera prima che entrambi si lancino contro le fila nemiche per ritardarne l’attacco e permettere ai rivoltosi di mettersi in salvo. È il finale del fantawestern Antracite (Mondadori, 2003) e siamo ai tempi della Comune di Saint Louis del 1877.

Il cavallo accelerò l’andatura, tutto piegato in avanti. I soldati guardarono attoniti i folli che si gettavano contro di loro. Parevano non sapere che fare.
In quel momento Kate gridò, con la sua voce limpida: «Viva i Mollies! Viva l’Irlanda!»
Il sorriso di Pantera si allargò. Sollevò la pistola e sparò un colpo verso le mitragliatrici. Poi un altro. Poi vuotò l’intero caricatore.

1849. I guerrieri della libertà (Mondadori, 2019) si chiude in maniera meno drammatica, ma il senso è lo stesso. La Repubblica Romana è stata sopraffatta dall’esercito francese; Folco, il protagonista, dopo aver acquisito coscienza e partecipato alla rivoluzione, sopravvive, ma non segue Garibaldi. Torna più umilmente a Ravenna con la rivoluzionaria Adele. Insieme saranno i capostipiti della famiglia Verardi intorno alla quale si articolerà la trilogia del Sole dell’Avvenire (Mondadori, 2013, 2014 e 2016), cioè la storia di un secolo di ribellioni che non potranno esser domate né dai massacri bellici né dal fascismo.

Non è affatto casuale che nella prima parte della sua vita, quando Evangelisti era ancora un ricercatore sociale, il suo interesse si concentrasse sulle “sinistre eretiche” (il Partito socialista rivoluzionario di Romagna, gli anarchici, il Black Panther Party, il sandinismo delle origini), cioè quelle esperienze ad alta conflittualità nate per contrastare l’ossificazione statuale e burocratica dei processi rivoluzionari.2 La ricorrenza dei finali esaminati, infatti, altro non è che la trasposizione in chiave narrativa di tale predisposizione politica: la rivoluzione non è un singolo evento insurrezionale in cui le forze della reazione sono sconfitte da quelle della ribellione generando una mera sostituzione di un assetto statuale con un altro. La reazione e la ribellione sono destinate a fronteggiarsi indefinitamente. Come in Tolkien, l’eternità del Male deve esser contrastata con la continuazione del viaggio dell’eroe: «Possibile che le avventure non abbiano una fine? – riflette Bilbo a Gran Burrone – Ma forse no. C’è sempre qualcun altro che prosegue la storia».
In verità non è esattamente così. Alcune avventure sembrano continuare indefinitamente, mentre di altre si fatica a intravedere una rinascita.
Gli eventi russi del 1917 sono un esempio di rivoluzione vittoriosa. Tuttavia i bolscevichi, nei tempestosi anni che seguirono, ritennero le richieste di autogoverno dei marinai di Kronštadt troppo avanzate, temettero che potessero compromettere irrimediabilmente le sorti nel nuovo stato, optarono per la Realpolitik e la repressione. La formazione economico-sociale sovietica, svuotata della propria natura consiliare, sopravvisse per oltre settant’anni, creò la sua casta dirigente, le sue carceri, i suoi gulag e poi crollò miseramente, portando nel fango tutti i suoi simboli. In futuro, quale nuovo potente movimento di liberazione potrà mai ispirarsi a quella storia, a quell’immaginario? Nessuno, credo. Se ve ne sarà una resurrezione è più probabile che avvenga sul versante nemico, quello autoritario, nazionalista e patriarcale.
La Comune di Parigi invece fu sconfitta. Gli ultimi comunardi si comportarono nelle barricate di Belleville e Montmartre come Sheryl, Pantera e Kate. L’indomabile rivoluzionaria Louise Michel combatté fino alla fine, fu processata e, come molti altri, deportata. Quando dopo nove anni tornò in Francia, alla Gare Saint-Lazare c’erano diecimila persone che l’acclamavano gridando: «Viva la Comune! Abbasso gli assassini!»

[Dalle 18.00 alle 20.00 di oggi presso Scup (via della Stazione Tuscolana 82-84b, Roma), il Gruppo di Studio Antongiulio Penequo organizza “Nella notte ci guidano le stelle. Tributo a Valerio Evangelisti” con Loredana Lipperini (scrittrice e conduttrice radiofonica) e Alberto Sebastiani (ricercatore e pubblicista). Vedi qui la locandina dell’evento]


  1. Cfr. anche Alberto Sebastiani, Nicolas Eymerich. Il lettore e l’immaginario in Valerio Evangelisti, Odoya, 2018, p. 20. 

  2. Cfr. Valerio Evangelisti, Sinistre eretiche. Dalla banda Bonnot al Sandinismo, SugarCO, 1985; Storia del partito socialista rivoluzionario 1881-1893 (con Emanuela Zucchini), Odoya, 2013; Il gallo rosso. Precariato e conflitto di classe in Emilia-Romagna, 1880-1890 (con Salvatore Sechi), Odoya, 2015. 

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