di Edoardo Todaro

Sorj Chalandon, Il giorno prima, ed. Keller, 2021, pp. 312, € 18,50.

Non è assolutamente facile scrivere qualcosa dopo aver letto “Il giorno prima “; non è assolutamente facile dopo che, coincidenza ha voluto che nel  terminare  queste 311 pagine stia arrivando la notizia che a Torino è crollata una gru e tre operai sono morti.  Una carneficina che vede centinaia di lavoratori uscire la mattina di casa per recarsi nel luogo simbolo dell’obbligo e non tornare a casa. Torino dopo la Thyssen ….

Inadeguatezza, impotenza, rabbia sono sentimenti che anche se in modo diverso, emergono da quanto scrive Chalandon rispetto al 27 dicembre del 1974 quando a Lievin, cittadina tra campagna e miniera, in Francia, 42 minatori restano uccisi in fondo al pozzo di una miniera in una regione dove muoiono di silicosi 2 minatori al giorno e c’è un incidente fatale ogni 2 giorni. La descrizione  della comunità che vive attorno e per la miniera, un popolo a parte, un popolo che deve lavorare per soddisfare le nostre comodità, che tramutano rabbia e disperazione in silenzi; perché un minatore si riconosce, si riconosce dal passo incerto ereditato dalla vita lavorativa; dai tremolii; dai gesti lenti; dalla schiena spezzata; dagli occhi tristi …. ma soprattutto dalla sua fierezza. Le famiglie che si assottigliano, il cui numero di appartenenti ad essa diminuisce, chi sopravvive è una minoranza di vivi. La miniera che rende l’aria acre;  l’orizzonte fatto di cumuli minerari; gli abitanti dei borghi che abbassano gli sguardi davanti ai sopravvissuti che hanno gli sguardi stanchi. Michel che vuol vivere di altro che non siano solo rimpianti e che vede la propria moglie, una moglie che soffriva per lui e ne era fiera, non morire ma spegnersi in un letto di ospedale perché la malattia uccide come la miniera.

La comunità operaia che si riconosce e si identifica nel rendere omaggio ai propri morti, alla classe operaia, ai crepati nel fondo di un pozzo mentre in superficie si festeggia l’anno nuovo, una comunità che condivide; un villaggio prostrato dagli avvenimenti luttuosi, una comunità invasa da un odore nauseante. Una comunità che si stringe assieme attraverso la disperazione che diviene dolore collettivo, che si incammina verso la miniera e più si incammina e più si fa corteo, anziani, compagni di scuola, donne,uomini ed al passaggio di questa umanità imposte e porte si aprono in segno di saluto e di rispetto, è  il giorno dopo la strage è una mattina triste cadenzata solo dai passi di chi si dirige verso la miniera, perché la miniera si ingozza di uomini : non un grido, non una parola, non un lamento, nessuna parola di troppo perché è il silenzio di chi va al macello.  Minatori tristi di fatica, neri di polvere, come un plotone di soldati tornati dall’inferno, che possono continuare a vivere grazie al fondo di solidarietà, solidali l’un l’altro. Una comunità che si ribella di fronte alla versione di comodo che attribuisce la responsabilità dell’accaduto alla fatalità. Una comunità che, il giorno dei funerali, si trova messa ai margini, tutto deve essere nascosto ed i minatori devono svolgere solo la funzione di scenografia, nessuno deve vedere, ma che reagisce con rabbia e quindi il minatore accusa: “ ci hanno rubato il lutto “; “ la fatalità non esiste vogliamo la verità “.

Michel che di fronte alla perdita, prima, del fratello morto da operaio; al suicidio del padre, che lascerà come testamento quattro parole chiare e precise: “ vendicaci tutti della miniera “, morto da contadino; della madre morta da sola, e della moglie, pianifica la vendetta; ma che prima di tutto questo vuole raccontare il fratello; cosa significa essere  minatore che è senza niente di tutto ciò che è la dignità di un uomo,  con la sveglia tutte le mattine alle prime ore del giorno, minatori che hanno il respiro come pesci arenati sulla spiaggia.

Chalandon  con  queste pagine scrive un vero e proprio atto di accusa verso il profitto,  fatalità per i padroni, che scaturisce dalle miniere; verso l’ assoluta scarsa considerazione della sicurezza per i lavoratori. “ Se dovessimo applicare le regole … “;  “ se  teniamo troppa attenzione alla sicurezza addio rendimento “ questo è il minimo comune denominatore che tiene assieme i padroni; questa è la filosofia  che domina le logiche produttive. Il senso di frustrazione, l’impotenza di fronte a condanne che hanno solo e soltanto il sapore della beffa; condanne che sono una riga su di un bilancio contabile. Michel che pianifica una vendetta rivolta non solo per i familiari, ma per i silicotici; per tutti gli uomini morti di carbone senza ferite apparenti; per le vedove umiliate.

È decisamente un libro importante  diviso in due parti intense, sia l’una che l’altra. Sì perché dopo la prima parte dedicata alla miniera ed alla comunità che ruota attorno ad essa, Chalandon ci porta in una seconda parte, collegata alla prima, con l’indagine accurata della personalità di Michel. Abbiamo lo psichiatra, lo psicologo, gli avvocati ecc. Cos’è il carcere, cos’è la pena di fronte al pozzo di una miniera. Su tutto questo il desiderio irrefrenabile di arrivare ad un tribunale popolare composto dai vecchi minatori, dai vecchi silicotici, dalle vedove ecc. Perché sia giudicata la miniera che ha scritto il dramma nella memoria collettiva ed ha prodotto un mondo di scarti. Un libro che è assolutamente un pugno allo stomaco per chiunque siano essi sensibili o meno. Un libro che parla anche a noi, noi che viviamo  in un paese in cui da gennaio ad ottobre  sono morti 1017 lavoratori, una media di 3 al giorno; una strage infinita e di cui non si vede la fine.

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