di Paolo Lago

Il trattore del contadino avanzava lentissimo sulla strada in salita. In cima al colle si poteva intravedere una grande costruzione a forma di uovo immersa nella nebbia di caldo, nella serata estiva. Il sole stava tramontando e mi consideravo davvero fortunato ad aver trovato un passaggio su quel trattore nell’ultimo tratto del mio lungo viaggio verso la magione del conte Piperatu. Il contadino, Oreste, era un vecchietto simpatico che, guidando la sua macchina agricola, ogni tanto dava una gozzatina a una bottiglia di Morellino di Pipano che teneva vicino al posto di guida. Volle sapere dove ero diretto: alla mia risposta che dovevo raggiungere il conte Piperatu per stipulare con lui un contratto immobiliare nella città di Piporno (il conte aveva infatti comprato un elegantissimo palazzo sul Fosso Imperiale), si fece scuro in volto e mi scongiurò di non proseguire. Rimasi un po’ sbalordito dalla reazione di Oreste – “e perché mai?” – dissi preoccupato. “perché la magione di Piperatu è maledetta” – rispose in un sussurro – “circolano strane voci sulla figura del conte; pare sia un essere diabolico che, dopo aver dissanguato le sue vittime, ne fuma il sangue rappreso in una pipetta ricavata da un teschio umano…”. “Ah, tutte storie!” – dissi – “caro Oreste, lei è rimasto ai tempi delle vecchie storie paurose della nonna! Ora siamo nel 2021, non se lo dimentichi!”.

La sera era già scesa e sul trattore di Oreste giunsi fino a una locanda nella valle Maledetta, alle pendici della collina dove avevamo intravisto la strana costruzione. Più in là non volle proseguire: disse che doveva andare a dare da mangiare a Federico, la sua capretta, e se ne andò via rapidamente. Una vecchia insegna sulla porta della locanda recava la scritta “Alla taverna del cinghiale sgozzato” e, vicino all’insegna, una testa di cinghiale impagliata, nel buio, mi fece quasi paura. Mi sedetti a un tavolaccio di legno in un giardino accanto all’entrata e aspettai. Arrivò un cameriere piccolo e gracile, con corti capelli neri e gli dissi che volevo cenare e pernottare per poi partire, il giorno dopo, alla volta della magione del conte Piperatu. La sua reazione fu alquanto scomposta: irruppe in un grido e, dopo aver pronunciato una preghiera in un linguaggio dell’est, mi scongiurò di non partire e mi disse che il castello del conte era maledetto e lo stesso conte era un mostro terribile. Anzi, disse che non dovevo attardarmi molto nel giardino della locanda perché la notte, per la valle, giravano mostri terribili assetati di sangue, i mici mannari, un’orda di gatti selvatici che a notte alta assaltano la locanda. “Orsù” – risposi – “basta con queste stupide storie e portatemi piuttosto i vostri piatti migliori!”. Ciò detto mi riempii il bicchiere con la bottiglia di Morellino che il cameriere mi aveva portato e dopo poco mi ritrovai davanti un gustoso piatto di affettati e formaggi locali e poi un’abbondante porzione di pipardelle al cinghiale seguite da un enorme piatto di cinghiale in salmì. Chiusi la cena con un ottimo Pipamisù, uno squisito dolce locale, e con un bel bicchiere di grappa al mirtillo. Mi recai a dormire quasi subito ma dopo poco sentii bussare alla porta: era la vecchia locandiera che mi portava una cesta d’aglio e un vecchio libro scritto in una strana lingua, che recava come titolo, semplicemente “Piperatu”. Se ne andò subito e, finalmente, riuscii a dormire dopo aver preso un misurino di Trefluxan e un bicchiere di Piposodina, poiché avevo mangiato veramente tanto.

Il giorno dopo, fatta un’abbondante colazione, mi misi in cammino di buon’ora e, in mezzo alle preghiere del cameriere e della locandiera, nonché degli altri avventori, partii alla volta della magione del conte (avevo lasciato in camera l’aglio, perché puzzava troppo, e anche il vecchio libro perché era troppo pesante). Il cammino era veramente lungo: ho attraversato boschi incontaminati e sorgenti di acqua freschissima e le superstizioni dei valligiani e le loro paure sembravano ormai lontane. A un certo punto, a un bivio, era fermo un elegante cocchio. In cassetta era seduto un uomo che reputai fosse altissimo e magrissimo, avvolto in un mantello nero. Disse semplicemente: “Il cuonte vi sta aspettando, gentile signuore, salite in carruozza”. Ringraziai e salii sulla carrozza. Dopo un viaggio di due o tre ore giungemmo finalmente in vista della magione del conte: era quella grande costruzione bianca a forma di palla o di uovo, che avevo intravisto immersa nella nebbia dal trattore di Oreste. Scesi dal cocchio e il grande portone, costituito da una enorme lastra di vetro scuro, si aprì e mi fece entrare. Un grande impianto di luci avveniristiche illuminò d’improvviso il buio fitto mettendo in risalto una figura altissima, ritta in piedi di fronte a me. Aveva un mantello nero luminescente e un viso bianchissimo, sul quale spiccava un naso lungo e affilato e delle orecchie a punta. Il mantello sembrava la tuta spaziale di qualche personaggio di un film di fantascienza.

“Benvenuto in mia puovera magiuone, carissimuo amiko” – disse il conte appena mi vide – “Vi sthavo aspetthando; entrate liberamente, e di vuostra sponthanea volontà”. Mi condusse in un elegante salone con avveniristiche poltrone in vetro color avorio e tavoli che sembravano volteggiare sul pavimento costituito di una materia luminosa e riflettente. Una grande teca in vetro custodiva tante pipe bianche delle più svariate fogge. “Il conte Piperatu, immagino” – dissi non senza una certa inquietudine. “Per servirvi” – rispose quasi in un sussurro. Notai che il conte era estremamente pallido e le sue mani erano magrissime e lunghissime, come se da molti anni non fossero esposte alla luce del sole. Mi invitò a sedermi e volle vedere le foto del palazzo che aveva comprato a Piporno. Sembrava molto contento dell’acquisto e mi trattò con ogni riguardo. “Certamente avrete fame” – disse – e mi portò in una stanza dove si trovava un tavolo riccamente imbandito con succulenti delizie. Il conte si ritirò dicendo che lui non mangiava mai e, scusandosi, sparì dietro una porta a vetri. Il giorno dopo, passeggiando nelle sale della magione, fui colto da una strana sensazione: era come se l’intera costruzione stesse volteggiando nell’aria. Guardai da una finestra e, con orrore, mi accorsi che stavamo veramente volando nello spazio. Dietro una porta scorsi il conte che si trovava in una avveniristica cabina di pilotaggio, piena di luci bianche e gialle. Disse in un ghigno: “Siete cadutho in mia trappola! Vi sto porthando su mio pianeta, Pipa 24 e insieme a miei altri amici vampiri puotremo fumare tutto vostro sangue in pipe fathe di cranio umano, ah ah ah!”. Il conte era un alieno e il suo palazzo un disco volante! E ora mi stava portando incontro a una morte certa!

D’improvviso mi svegliai e mi ritrovai nella stanza della locanda. Era tutto un sogno! Certo frutto del cinghiale in salmì della sera prima. Che angoscia mi aveva preso! Scendendo per la colazione mi tranquillizzai e decisi di non proseguire oltre. Aspettai Oreste che, dopo aver dato da mangiare a Federico, scendeva col trattore e me ne tornai a casa, deciso a non rimettere più piede nella valle Maledetta.

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