di Nico Maccentelli

Trovo le polemiche interne alla sinistra di classe sul lockdown del tutto fuorvianti. Le accuse reciproche di negazionismo da una parte e dall’altra di sudditanza ai dettami imposti dal regime in materia di salute pubblica non colgono la questione essenziale che è un passaggio epocale, direi antropologico e non solo economico di crisi del capitalismo.

Un passaggio nel quale la democrazia borghese, ma più profondamente le relazioni sociali, sta subendo un mutamento non certo temporaneo e in cui si evidenzia l’incapacità del capitalismo (ma direi anche la volontà delle classi dirigenti) di affrontare la pandemia e la crisi del capitale che si accresce in questo frangente. Un sistema che cade definitivamente nella barbarie darwiniana del più forte che sopprime i più deboli, che fa la guerra, che si impone con una violenza organizzata di cui la democrazia è ormai solo un vuoto involucro.
Che siamo al crepuscolo di questo modo di produzione e di consumo lo dicono tanti segnali e di certo non occorreva la pandemia per confermarlo. Ma noi comunisti siamo sempre stati della cassandre inascoltate…
Vediamo allora di mettere alcuni punti fermi, in modo sintetico.

1. Ho scritto poc’anzi dell’incapacità del capitalismo di far fronte a questa ecatombe e aggiungo la sola volontà demenziale e direi suicida di riproporre la legge del più forte al netto di tutta la demagogia spicciola tra balconi, bandierine e Mattarella.
Laddove occorrerebbe una spinta rivoluzionaria della politica nel non farsi tirare la giacchetta da chicchessia e nel non guadare in faccia a nessuno, la classe politica sceglie ancora una volta l’egemonia delle oligarchie economiche. Ne emerge una linea di condotta demenziale, fatta di lockdown fittizi, a metà, a part time verticale, a targhe alterne. Il dato di fatto è che mentre le forze del grande capitale, rappresentate da Confindustria stanno bene e hanno ponti d’oro, mentre i mezzi di trasporto si riempono di pendolari, intere categorie sociali a partire dai ceti medi vengono lasciate al loro destino, prede del futuro shopping di frugali e mafiosi. Il PD divorzia definitivamente dalla togliattiana conquista strategica dei ceti medi per adagiarsi ai desiderata delle euroburocrazie e quindi della peggiore finanza e delle multinazionali. Esempio concreto: Bonaccini nel suo decreto dell’E-R arancione corre a salvare la Coop e la GDO e manda a remengo le piccole aziende agricole ammazzando i mercatini (poi ripristinati a Bologna, ma la tendenza è questa). Nel caos demenziale le scelte immediate sono sempre a favore della speculazione e delle company più potenti.
Merola, sindaco di Bologna, fa inaugurare l’ennesima cattedrale nel deserto: il People Mover che ora tra l’altro non serve a nulla visto che nessuno parte e arriva dall’Aeroporto Marconi, ma il gesto è emblema dell’alleanza suggellata tra privati investitori e un pubblico al loro servizio.
Questi sono gli automatismi di una classe politica che non ha capito nulla e che non farà nulla se non cercare di tappare le falle in modo inadeguato e temporaneo, come i cosiddetti ristori, che servono (insieme al lockdown parziale) per non sborsare quanto realmente DOVUTO da uno Stato che ha distrutto in questi decenni la sanità pubblica, che non ha uno straccio di protocollo anti-pandemia aggiornato e che in questi sei mesi non ha neppure cercato di rimediare all’irrimediabile, dato che una medicina di territorio, il personale medico non si ripristina in quattro e quattr’otto.
Il risultato di questa politica d’emergenza è un aumento dei profitti per i grandi gruppi industriali e commerciali in una vera e propria amazonizzazione dell’economia, mentre le piccole aziende chiudono o entrano in agonia. È il trionfo degli Amazon, delle grandi catene della distribuzione take away e di prodotti di entertainment da piattaforme come Netflix e Amazon (sempre lei) Prime, per un’economia di consumo da casa, supportata da forza-lavoro sottopagata e spremuta fino all’osso e al bisogno. Queste sono le cittadelle del profitto che il governo difende insieme alla categoria dei confindustriali che hanno premuto in modo criminale per restare aperti, mentre tutta l’economia di prossimità, il turismo, la ristorazione, l’artigianato vanno in malora addetti inclusi. Finita la cassa integrazione ci sarà da piangere, mentre gli addetti del sommerso sono già alla canna del gas.

2. Non si può sottovalutare il fatto, e con la scusa del coronavirus, che siamo entrati in uno STATO DI POLIZIA. Mentre il lockdown è un vero tarocco quasi del tutto inutile, quello che è utile per la guerra sociale delle classi dominanti su quelle variamente subalterne è la sospensione dello stato di diritto, la nuova emergenza che si aggiunge a quelle precedenti in una governance che da decenni procede per leggi eccezionali, dispositivi repressivi. Già con i decreti Minniti, e ancor prima con quelli Lupi venivano sanzionate e attaccate le varie forme di lotta e di resistenza sociale allo sfruttamento di forza-lavoro precaria, di gestione autoritaria delle eccedenze produttive, di predazione del territorio con speculazioni edilizie, gestione privatistica dei beni comuni, grandi opere come la TAV, di attacco alle forme di autogestione degli spazi sociali e abitativi. Ma oggi il salto di qualità è evidente e la ragione di salute pubblica dei dpcm che aggrediscono diritti costituzionali che sarebbero intangibili è una vera e propria cazzata. Oltre all’uso di mezzi tecnologici avanzati come i droni, dietro l’irruzione in casa della signora che è scesa nell’androne per prendere la pizza, il pestaggio del sedicenne privo di documenti, la multa ai nullatenenti che fanno la fila alla mensa e i poveri, c’è una precisa volontà politica di esercitare con brutalità il potere, il libero arbitrio degli sgherri in divisa, i soli depositari delle libertà stuprate. C’è l’indefessa esercitazione alla controguerriglia preventiva.
Non si può sottovalutare un elemento portante della controrivoluzione solo perché negazionisti e fasci lo usano per la loro propaganda demagogica, che ha ben altri scopi da quelli della resistenza sociale a questa nuova forma di fascismo di Stato.
È evidente che se il potere classista è in banana e risponde come il cane di Pavlov con riflessi condizionati a difesa degli interessi per lui prioritari: quelli della borghesia imperialista, un altro riflesso condizionato a difesa delle cittadelle immateriali del dominio capitalista è la repressione organizzata, con leggi che danno anni di galera a chi soltanto manifesta, vedi le compagne NoTav come Nicoletta e Dana e le centinaia di compagni colpiti nella più classica maniera fascista con il confino, le sanzioni, la galera. Di questo i politici di regime sono consapevoli: sanno che grande sarà il disordine sotto il cielo e si preparano sia tecnicamente, qualificando alla repressione le forze di polizia, sia mettendo dei paletti verso la popolazione, facendo capire con il terrore e la minaccia che non si faranno deroghe o prigionieri: il ruolino di marcia che parte da Bruxelles e arriva nei quartieri delle città non si discute.

3. E veniamo al cuore della diatriba interna. Ma cosa credevate, che la rivoluzione fosse un “pranzo di gala”? Patetici sono i negazionisti, che da destra frignano per le libertà lese. Generalmente appartenenti a classi medie abituate a fare quello che gli pare, sono del tutto indisponibili a fare il benché minimo sacrificio per la propria comunità, tipico atteggiamento individualista piccolo borghese: dagli qualche quattrino come si deve e vedrai come le proteste spariranno come neve al sole. E anche per questo il nostro cane di Pavlov è un autentico demente.
Prendiamo la Cina e come ha risolto molto velocemente la questione Covid. O Cuba, o il Vietnam. Intanto sono sistemi economico-sociali che socialisti o meno (e sulla Cina avrei molte cose da ridire, ma da maoista non da fregnone liberal-democratico), hanno:
· pianificato il contrasto al virus partendo dal punto di vista della comunità
· fatto leva sul senso collettivo della popolazione che ha accettato (così fa un popolo rivoluzionario o dalla forte identità sociale) una momentanea sospensione della vita sociale per superare una vera emergenza e non restare nel fango putrido e letale di un sempiterno e opportunistico emergenzialismo.
Questi due fattori hanno fatto la differenza. Con chi vuole mettere in discussione la configurazione fascista dell’attuale regime “pandemico” sono in totale assonanza riguardo la critica allo stato di polizia e alla necessità di essere consapevoli che stiamo entrando inermi in una guerra di classe dall’alto. Ma non concedo le mene anarcoidi di chi pensa di risolvere la questione con un antagonismo “puro” e purista, che non tenga in considerazione i rischi sociali della pandemia. Andranno trovate le forme di resistenza politica di volta in volta, ma come comunisti, di fronte alle lavoratrici e ai lavoratori, ai cittadini abbiamo precise responsabilità e dobbiamo rivendicare reddito, lavoro sicuro, sanità pubblica, trasporti sicuri, blocco degli affitti e delle bollette, diritto all’istruzione. Ciò significa anche manifestare e violare i paletti imposti dal regime borghese imperialista, significa costruire resistenza popolare in modi legali e illegali di accesso ai beni prodotti dai piccoli produttori. Ma rendiamoci conto che se per ipotesi oggi irrealizzabile fossimo al governo noi, faremmo esattamente come i cinesi. Del resto, non è forse lo stesso concetto della dittatura del proletariato? Cos’è questa forma di democrazia di classe, consiliare, se non un fase di gestione straordinaria e rivoluzionaria di una situazione eccezionale? Nel primo caso lo scopo è schiacciare le vestigia e i rimasugli del potere borghese. Nel secondo è di fare leva sul consiliarismo, sull’autodeterminazione e il senso collettivo popolare, che è anche sacrificio, per superare una pandemia.

4. Concludo con un’altra questione che è stata rilevata dai compagni critici verso chi ha posto l’accento sulla pericolosità del covid e che è più che giusta: le ricadute sociali, ma soprattutto psicologiche, sessuali, generazionali che questo mutamento antropologico della società intera, questa repressione che rende Wilhelm Reich un vero e proprio profeta del fascismo di massa.
Le ricadute sul benessere della collettività degli individui sono già evidenti e le misure emergenzialiste che sembra non avranno fine e che segnano un passaggio epocale antropologico, sono come napalm sui villaggi. La cura è peggiore della malattia, quando viene considerata solo quella malattia.
Già da adesso è evidente come il fatto stesso che per le istituzioni esista solo il covid (a scusa dell’inadeguatezza nel curare il resto delle patologie), sta causando la morte per infarto, tumore, embolia e quant’altro un gran numero di malati che potevano benissimo guarire o protrarre nel tempo la sopravvivenza. Ma lo stesso concetto è anche nei bambini che non possono socializzare e giocare, negli adolescenti che non avranno il normale iter di socialità e sessualità, le persone in generale che si trovano inibite nei gesti quotidiani, nei rapporti umani, nell’esercizio fisico, nell’oggettivazione psicologica del sé.
A questo si aggiunge uno dei fattori più devastanti di questo mutamento antropologico: il dominio del lavoro su ogni altro tipo di attività umana secondo la logica: produci, consuma e crepa. Questo è terreno fondamentale della resistenza anticapitalistica e allo sfruttamento dell’individuo umano che fa leva anche sul tempo libero, sul benessere sessuale, sulle relazioni tra persone, sul senso della collettività che si basi sulla festa e sul godimento. Se non si affronta questo nodo e seriamente ce ne faremo ben poco dei diritti sindacali. È un elemento sociale, e politico al tempo stesso, portato in dote dalle lotte degli anni ’70, quando ci si batteva per il rifiuto del lavoro in quanto sfruttamento salariato da parte del capitale e portatore di logiche mitolavoristiche funzionali al ciclo di produzione del capitale per il profitto.
L’attacco al “popolo degli spritz” può essere letto anche come una sorta di rivalsa dei politici anziani verso i giovani che nonostante “l’amore ai tempi del colera” cercano di fare appunto i giovani (cosa che per altro dovrebbero fare anche gli anziani). Ma soprattutto passa il concetto: vai pure a lavorare pigiato su un bus e in un posto di lavoro la cui sicurezza non la controlleremo mai e poi mai (per evitare le rimostranze di Bonomi), ma guai se eserciti la tua socialità, se cerchi di godere: ora questo non è importante e per il profitto è sempre aspetto secondario, normato solo dall’esigenza che abbiamo di farti essere consumatore.

Dunque, ho come la netta impressione che i vari filoni del pensiero critico siano giunti a un bivio in cui si incontrano: la liberazione anticapitalista e la liberazione dei corpi, l’autodeterminazione consiliare della democrazia dal basso e la liberazione delle pulsioni sessuali, la socialità liberata nella festa e il tempo per noi, la distruzione del potere borghese ormai in corsa verso la barbarie e il senso collettivo che nella dialettica attività e rilassamento scandisce il tempo della guerra sociale e delle misure di salute pubblica con la festa e il godimento della liberazione dai nemici sociali e biologici.
Sono i molteplici terreni di un medesimo campo di resistenza da cui occorre ripartire per una riflessione collettiva e per l’individuazione di una strategia di liberazione sociale.

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