di Sandro Moiso

Raoul Vaneigem, Sull’autogestione della vita quotidiana. Contributo all’emergenza dei territori liberati dall’impresa statale e mercantile, DeriveApprodi, Roma 2019, pp. 140, Euro 12,00

Quel che è in atto sotto i nostri occhi
non è nient’altro che un cambio di civiltà

Raoul Vaneigem, classe 1934, ultimo e forse più significativo rappresentante (dopo Guy Debord, assente però dal mondo dei viventi fin dal 1994) dell’esperienza dell’Internazionale Situazionista (da cui pur si allontanò volontariamente nel 1970), dimostra ancora una volta, nel testo appena pubblicato da DeriveApprodi, come non sia solo l’età anagrafica a definire la giovinezza e l’attualità di un pensiero, ma anche come la critica radicale sia ancora un valido ed irrinunciabile strumento per comprendere le tendenze implicite nei movimenti reali attuali e per definire un autentico percorso di liberazione della specie dalle pastoie e dai vincoli imposti dal modo di produzione dominante.

Tale giovinezza e validità delle formulazioni contenute nell’opera (infinita e difficilmente elencabile in una bibliografia che dovrebbe comprendere anche un numero enorme di scritti lasciati anonimi oppure attribuiti ad autori ed autrici dai nome inventati dallo stesso) del militante, pensatore e studioso anarco-situazionista (non sono però del tutto sicuro però che questa definizione piacerebbe all’autore) è rivelata immediatamente dalla continuità tra questo ultimo scritto e quell’Avis aux civilisés relativement à l’autogestion généralisée, contenuto nel numero 12 del 1969 dell’ “Internationale Situationniste”.

Cinquant’anni esatti sono passati e l’attualità delle riflessioni di Vaneigem non è data dalla volontà di difendere e di ripetere come mantra le affermazioni di una stagione passata da tempo (come purtroppo accade ancora troppo spesso per molte formulazioni enunciate talmudicamente dalle svariate sette marxiste e libertarie, distanti dal presente e poco coscienti dello svolgersi implacabile di una Storia che si dimostra sempre tutt’altro che lineare), ma proprio dall’utilità delle stesse per comprendere e analizzare i percorsi di liberazione già in atto nella società. Soprattutto quelli meno riconducibili al più vecchio e canonico immaginario di sinistra e sindacale.

D’altra parte il fatto che tali movimenti, quasi mai direttamente citati ma evidentemente riassunti in quel territori liberati compreso nel titolo, siano in qualche modo la rappresentazione fisica e viva della vivacità di quel pensiero conferma anche che è stata l’azione pratica dei viventi ad andare nella direzione indicata da tempo dal militante e teorico di origine belga e non sia affatto dovuta invece a qualche escamotage dello stesso per riadattarsi o riadattarlo ai tempi.

Basterebbe la dedica contenuta in esergo a riassumere il principio ispiratore di tutto il testo e di tutta l’opera di Vaneigem: A tutti quelli che preferiscono lottare per vivere piuttosto che battersi per sopravvivere.
La lotta non può mai essere per un obiettivo posticipato e lontano.
La lotta non può essere un obiettivo in sé. Tanto meno sul piano prettamente politico-militare.

Ma nell’immediato della lotta, soprattutto quando questa si pone il compito di liberare classi e specie dal lavoro subordinato e dalla subordinazione sociale agli obiettivi dell’impresa statale e mercantile, ovvero del Capitale, già si devono realizzare gli obiettivi principali della stessa: la felicità individuale e collettiva e la liberazione del singolo soggetto e dei soggetti collettivi dai rimasugli di una società patriarcale, consumistica e repressiva che è ormai destinata ad estinguersi, ma che da perfetto zombie continua a nutrirsi dei corpi e dei cervelli delle sue vittime.

Mi sembra infine utile riportare, qui di seguito, una lunga citazione tratta dal testo che riassume perfettamente l’orientamento fin qui enunciato.

Io non concepisco altro movente alla lotta rivoluzionaria che l’istituzione di una felicità universale.
Esiste un godimento inerente alla ricerca del vivente. Quel che lo qualifica con diritto come un godimento insurrezionale è l’incompatibilità assoluta della sua gratuità con un sistema fondato sul profitto. Non lo diremo mai abbastanza: l’economia mercantile è un crimine contro la vita.
Il godimento degli esseri e delle cose revoca la loro appropriazione. La ricerca del vivente è l’arte di essere conquistati dai doni del cuore e della terra. L’aberrazione che ha consegnato le concezioni di Marx all’ideologia (di cui diffidava, del resto), è stata quella di non aver visto nel lavoro di sfruttamento della natura la causa della nostra alienazione; più drammaticamente ancora, di aver identificato il lavoro con un processo di umanizzazione dell’uomo e della donna.

[…] Succede che lo Stato faccia l’elemosina di una riforma, che abroghi una legge, si mostri conciliante con i movimenti di contestazione ostinati. Tuttavia, le sue apparenti marce indietro sono solo furbizie ed esitazioni. Quando temporeggia, il suo affanno prelude a nuove offensive. Lascia che il militantismo si esalti per un’apparente vittoria militare perché per lo Stato ogni campo di battaglia è un terreno di conquista.
Il militante potrebbe cogliere l’occasione per distinguere dentro di sé la frontiera che separa il gioco per vivere da quello in cui la morte conduce la sua partita a scacchi. Non gli suggerisco di lanciarsi nell’introspezione per chiarire come la pulsione di vita sia soggetta a dei voltafaccia inopinati. Auspico soltanto una riflessione sul tema: la militarizzazione non s’iscrive forse in una prospettiva di morte?
Dall’istante in cui la solidarietà revoca lo spirito di sacrificio, una radicalità si fa giorno. Essa si manifesta nei militanti in lotta contro l’esclusione degli immigrati, contro l’espulsione degli occupanti di una zona da difendere (ZAD), contro la devastazione dei paesaggi, contro l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, della terra, dei cibi. Anche se molti di questi impegni sono recuperati dal gauchismo, dal radicalismo dei pretesi libertari, dall’umanesimo politico e dal mercato della carità, essi conservano il fermento di una radicalità capace di spargere i suoi semi ben oltre il gesto e il movente iniziale.
Ogni collettività animata dalla volontà di far prevalere l’umano sull’economia inaugura una terra in cui la barbarie è bandita, una terra che fertilizza la gioia di vivere.
Anche se è destinata ad affievolirsi, a calmarsi, la collera ha in sé di che superare l’appagamento di uno sfogo, di un risentimento eiaculato precocemente. L’hubris emana da una pulsione di vita impaziente di frantumare gli ostacoli. Sotto la stupidità del cittadino che crede in uno Stato più giusto e più compassionevole spunta la voglia segreta di farla finita con tutte le forme di governance e di potere.
Lo Stato agisce attraverso la politica del fatto compiuto. È una prerogativa dei principi incoronati democraticamente. Quando il militante è per di più un elettore, accorda la sua cauzione a quel che combatte e accondiscende a farsi menare per il naso due volte.

[…] Fare dei buchi nella tela di ragno nella quale il capitalismo parassitario ci intrappola, non basta. Per sradicarne la nocività, non c’è che la poesia fatta da tutti, la coscienza e la passione di elaborare una società in cui la vita revochi ogni forma di oppressione.1


  1. R. Vaneigem, Sull’autogestione della vita quotidiana, pp. 50-53  

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