di Jack Orlando

Quello con la Morte, a queste latitudini, è sempre stato un rapporto problematico. Come, d’altronde, mantenere sereno il contatto con la Falciatrice di anime? Il taglio brusco tra la materia terrena e il vuoto, tra i piccoli amori e le ossessioni dell’umano, tra l’ansia di apparire ed il terrore di non essere più.
Un demone che nel corso delle epoche si è sempre cercato di esorcizzare e che ritorna, puntualmente, beffardo agli occhi dell’uomo.

E se per fuggire a quel demone si ricorresse, come in parte già è, alla chimica ed a piccoli miracoli in pillole? Se la morte fosse un esperienza impossibile da rimuovere dalla biologia ma arginabile dalla coscienza grazie alla farmacologia?
Potrebbe, ad esempio, accadere che il decesso diventi talmente soft da far sì che il trapassato, inconsapevole della sua condizione di non più vivo, si accanisca a perpetuare le sue abitudini e ad attraversare il mondo dei vivi con incurante goffaggine.

È questa la dimensione che racconta Sergio Maglietta nel romanzo Il poeta persuasore ( Il Galeone ed., 2019 ). Una Napoli surreale e caotica, più di quanto non sia nella realtà, dove morti e vivi abitano la stessa dimensione spazio-temporale e le Asl sono costrette a provvedere al riposo forzato dei cari estinti. Nascono così i Poeti Persuasori, professionisti dell’accompagnamento all’Altro Mondo tramite le parole e la metrica.

Eota, sgualcito e indolente protagonista della narrazione, è uno di questi e con i morti ci vive. Li accompagna all’Oltretomba liberandoli dalle ossessioni del lavoro salariato, oppure ci passa il tempo come si farebbe in compagnia di un amico, legami improbabili per avventure oniriche.
Quel che questo poeta porta con sé è la fuga da una mediocrità perenne e quotidiana che nemmeno la morte riesce spezzare.

C’è chi è, nel suo piccolo angolo, uno spirito libero che attraversa il suo tempo con inclinazione ribelle ed è in grado di sperimentare vissuti differenti e scenografie contraddittorie pur rimanendo coerente al tentativo di dare un senso al proprio agire; per costui la morte non è, in fondo, che un passaggio ulteriore, un veicolo per accedere a nuovi stadi e nuove percezioni dell’essere. Personaggi folli quanto felici e stimolanti, questi spiriti liberi, compagnie difficili da gestire ma irrinunciabili nella loro assurdità.

Ma per i più, l’attaccamento alla vita terrena, non è che un susseguirsi di giorni incrostati dal proprio ruolo lavorativo e sociale, una catena invisibile che tiene l’umano ben vicino al suo posto di produzione ed incapace di scoprire mondi altri, ostinato a ripercorrere gli stessi passi anche quando ogni necessità fisiologica è terminata.
Liberare queste anime, strapparle alla gabbia della coazione a ripetere dell’iperproduzione è un dovere quasi messianico eppure necessario.

In fondo, oltre l’assurdo di una Napoli protozombie e psicotica, c’è qualcosa di molto reale e concreto in questa storia. Non c’è una gran differenza tra un morto che cammina (o lavora) ed un vivo che svolge la medesima attività con lo stesso afflato… sembrerà una domanda banale, ma nei fatti non lo è mai, può essere considerato vita il lasso di tempo che l’uomo passa sulla terra, se è esclusivamente dedicato alla produzione e all’accumulo? Qualcuno l’ha definita piuttosto Non-vita o Morte in vita, e la definizione sembra assai più azzeccata.
Furio Jesi, nell’introduzione al suo Spartacus, citava Carl Justi quando scriveva che “l’uomo dovrebbe vivere prima coi morti, poi con i vivi ed infine con sé stesso”.
Un’indicazione feconda per riflettere, e vivere, in un mondo in cui la morte appare come la conditio sine qua non della vita stessa.

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