di Antonino Contiliano

Pina Piccolo, I canti dell’interregno, Lebeg Edizioni, Roma, 2018, 10 €, pp. 116

C’è un ritornello di cui, senza molte incertezze, vorrei dire a proposito del libro di poesia di Pina Piccolo (“I canti dell’interregno”), così come conforta legare la parola “canti” del titolo (dell’interregno) a una radice verbale. Il libro è prefato da Rossana Morace. In primis però preme precisare che le poesie del libro, vista la differenza di stile tra quelle della prima parte e l’ultima, sembrano raccontare del diverso rapporto che Pina Piccolo ha avuto con la scrittura poetica e i suoi enunciati. In questo senso ci conforta la conferma avuta dalla stessa autrice. Si tratta infatti di una silloge che attinge ad una attività di “43 anni” di ricerca.

Ora torno alla radice. E la radice cui si pensa è quella agganciata alla parola ‘kantos’ – cantuccio, canto, cantina, ripostiglio, interstizio, angolo dell’occhio, l’angolo  dove i muri di un edificio (del regno) si incontrano e chiudono facendo catenaccio  – e non a ‘canere’, cantare.

In questa maniera, scansando l’impossibile comparazione con i “canti” delle magnifiche sorti e progressive di memoria leopardiana (anche se nel corso dei suoi testi l’autrice ne parodizza l’assunto), è probabile che nel tessuto di queste poesie i “canti” vogliano suggerire delle metonimie in funzione del reale concreto; figura e concetto, la metonimia, sottende infatti il vincolo con il reale delle cose messe in campo da questa poesia di denuncia e speranza di un mondo altro.

Un’incertezza, almeno fra le pieghe di chi scrive, rimane però nel decifrare invece la parola ‘regno’ (dell’interregno). Forse un simbolo metaforico o una chiave sineddochica? 

Funziona da metafora? Il regno, per esempio, è allora come la casa dell’Europa (di cui si parla nelle poesie del libro?); una dimora che nasce e si sviluppa cambiando forme e istituzioni? Un regno-casa e dimora immemore, o una fortezza dalle mura come quelle di Gerico o di Troia?

Oppure, il regno, è sineddoche? Il contenitore cioè che sta per ogni singolo contenuto (errori, orrori, contraddizioni, idealità, voci, truffe, guerre tra poveri, bussole…) custodito negli interstizi della fortezza-Europa con le sue terre e gli Stati a guardia del regno che difendono dagli assalti degli stranieri; il contenitore che negli angoli di casa (i canti) conserva le sonorità stridenti e le patologie «[…] / tra le sindromi morbose / sindoni irradiate / antropogenici cambiamenti / antropologici mutamenti / e ammutinamenti / costituzionali scrostamenti / e crollo di nazioni. » (Interregno, pp. 8-9); oppure il tutto che «nelle candide viscere / inghiottito / onde evitare rallentamenti / aggirare gli blocchi / truffando gli allocchi / grande tunnel di luce / che via dalla vita conduce” (Versetti dell’alta velocità, p. 34) e in serbo serva altre segreti d’ordine capitalistico.

Ma ritorniamo volentieri al ritornello!

Un ritornello che potrebbe funzionare anche come uno scambiatore temporale bidirezionale e reversibile, perché, nonostante i relativi presenti propri, c’è una costante linea di crisi nei rapporti di forza tra le cose e i soggetti di riferimento, sì che dal 2017 si può ritornare indietro al 2011 o al tempo degli argonauti o di Agamennone e al sacrificio di Ifigenia.

Intanto diciamo che questo segno semiotizzante, linguisticamente, è il ritornello che fa capo al segno verbo-grammaticale ‘inter’, ‘tra’; il segno che insieme è anche congiunzione, disgiunzione, luoghi, storia culturale, contesti (eventi mitici, diveniri storici lontani e vicini, andirivieni dilatati, contratti, non lineari…), geografia, ambienti, destini, speranze e lotta tra poteri costituiti e volontà conflittuali (forze di rotture e ri-cominciamenti) fin dalla notte dei tempi.  Una ripetizione, questo ritornello, quale vero complesso ubi consistam po(i)etico di tutti i testi poetici radunati in questo libro.

Il ritornello che, ri-strutturandoli nei versi di una libera metro-ritmica poiesis, introduce e accompagna perciò il lettore-interprete per tutti gli spostamenti semantici (fatti storico-materiali) che affondano la poesia stessa come un sapere che si nutre di conoscenza generale e fatti specifici. Come dire che l’attività compositiva propria alla poeta è un mondo da con-dividere nella divisione della crisi che oscilla (usando l’esergo gramsciano in prestito al libro) tra il vecchio che muore e il nuovo che stenta a nascere.

È il ritornello che nella scrittura poetica si presenta quale ritorno di un “segno” che ripete e differenzia la ripetizione del rapporto in mezzo a un campo di forze che si attualizza come ritmo (intervallo di istanti, ore, stagioni, tempi…); un ritmo però che è altra cosa dalla cosa ritmata (le mura di “Gerico”, di un manicomio, del Mediterraneo odierno  e lo scenario galleggiante della vita dei migranti afro-asiatici che – aggrediti dalle guerre, dalla fame e dalle violenze di sistema internazionali complici – l’attraversano…).

Diversi i portavoce di questo ritornello. Il portavoce può essere – come si legge nella prima poesia (Interregno, p. 7 e sgg.) – un “corno d’ariete” per le mura di Gerico, o la canzone di una gazza “nel giardino del manicomio” (dove si abbatte la speculazione edilizia), o, come in “Messaggio degli alberi recisi nell’ex manicomio dell’osservanza” (pp. 14 e sgg.), sono le “…anime degli alberi / recise, segate dalle magnifiche sorti rossastre / e progressive, qui in questo scorcio di millennio”.  (Per inciso, e non per ultimo – continuamente pungente e presentemente vigile – è in azione la sferza fortemente s-valutativa affidata alla parodia dello stesso noto giudizio leopardiano sul “progresso” umano e civile; basta puntare l’occhio e la mente sulla composizione fonemo-sintagmatica del segno “rossastre”, un enunciato di per sé già ferocemente umoristico).

In altri luoghi delle poesie (Interregno, p. 8.) può essere, per esempio, la ripetizione di un apparente tautologia lessematica: “[…] // Saldi, saldi, saldi! / teniamoci saldi / nell’interregno”, ma che tautologia non è. La parola, infatti, grazie alla posizione proposta, oltre a dirci di una dissociazione semantica tra il primo e il secondo verso citato, richiede una certa articolazione; così leggendo (primo verso) la funzione della virgola nel contesto della strofa precedente (quasi una cantilena che annuncia la vendita delle ultime rose da parte di piccole o grandi mani nere dedite al commercio ambulante, e sfruttate) della poesia, crediamo, volesse dire in successione: vi offriamo le “ultime” cose- saldi; “ancora”- saldi; “sempre”- saldi (e, poi, con “teniamoci saldi”, dire: rimaniamo uniti, aggrappati e fermi a questo slogan di regime…).

E solo per un altro esempio, nella poesia “Ventisei rose di mare” (pp. 39-41) si manifesta con un segno-vehiculm particolare, l’elenco cioè verticalizzato di tanti nomi tombali. Particolare, il segno, perché mixa il significante e il significato sovrappondo simultaneamente l’aspetto fisico-semiotico (la figura di una verticale come una raffica di nomi e corpi naufraghi sparati e inabissati) e quello linguistico-semiotico (i nomi enunciati in assoluto elenco numerico verticale). Una sintesi figurativo-concettuale significante che, offrendo un’eccedenza di senso poetico, rimanda a un altro “re-ligio”e rimando simbolico-culturale:

L’ultima volta che ognuna / levò in alto gli occhi / forse le arrise Oshun, / negra dea dell’acqua dolce / giunta a raccogliere / neri petali di rosa /per farne ghirlanda” (Ivi, p. 41).

Ma, per finire, c’è un altro ri-torno che il ritornello ‘tra’ o ‘inter’, qui, non dimentica; ed è, secondo chi scrive, la presenza di un “virtuale” che è reale sebbene non ancora attuale: è la voce anaforica che ripete: “Non avrete l’ultima parola”.

È la poesia in cui ritornello ripete la differenza degli enunciati (raccolti in  sei strofe) in un crescendo di speranza anti-poteri per chiudersi (p. 86) nella decisone di rottura che, senza esitazione, si scrive così:

Semmai, l’ultima parola / spetta a chi cercate / di imbavagliare nel silenzio.

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