di Sandro Moiso

chiroli-ora-sempre-no-tav Roberta Chiroli, ORA E SEMPRE NO TAV. Pratiche e identità del movimento valsusino contro l’alta velocità, Mimesis 2017, pp. 192, € 18,00

Fin dalle sue origini settecentesche ed illuministiche l’antropologia ha portato con e in sé una dialettica contrapposizione tra funzione sistemica e sistematizzante nei confronti delle culture esaminate in rapporto alla società (occidentale) che le studiava e una funzione eversiva nei confronti dei valori e delle tradizioni di quella stessa società che intendeva esaminare e sottoporre al proprio insindacabile giudizio gli stili di vita, le culture e le società altre.

Si potrebbe dire però che, fin dalla rosseauiana condanna del processo civilizzatore inteso come allontanamento dallo stato di grazia e purezza appartenuto alle culture primitive, in cui non si era ancora potuta manifestare la proprietà privata come strumento di dominio e spossessamento dell’altro, sin dagli inizi una parte consistente degli studi antropologici ha tradito il mandato da sempre assegnato alle scienze occidentali: produrre conoscenze destinate a sistematizzare, riordinare e ricomporre non solo l’universo, macro e micro, che ci circonda ma anche l’intera società/mondo che ne dirige e utilizza la ricerche.

Insomma, mentre il compito prioritario dell’antropologia avrebbe dovuto essere quello di integrare le culture che fossero compatibili con un certo modello morale, politico ed economico di sviluppo e giustificare l’esclusione di quelle incompatibili con lo stesso, una parte significativa del lavoro antropologico ha finito col ritrovare e ricercare nelle comunità umane differenti non solo le radici, vere o presunte, del nostro vivere quotidiano ma, spesso, differenti e validi spunti per un diverso ed equilibrato agire sociale. Intra e infra specie e natura.

In particolare nel corso del ’900 le ricerche antropologiche hanno finito, probabilmente a partire dal Saggio sul dono di Marcel Mauss,1 pubblicato per la prima volta nel 1923-24, col costituire spesso la negazione della falsa coscienza della superiorità del modello occidentale e capitalistico di sviluppo. Basti pensare, ad esempio, all’uso che i surrealisti e in particolare Georges Bataille fecero di quel saggio per criticare capitalismo e stalinismo allo stesso tempo.2

Critica radicale di un modello di sviluppo che si acutizzò a partire dalla seconda metà del XX secolo a seguito di una più diffusa presa di coscienza classista e antimperialista. Prova ne siano le opere di Pierre Clastres, Marshall Sahlins, Dell Hymes insieme a quella di Robin Clarke e Geoffrey Hindley (quest’ultimo non propriamente un antropologo), solo per citarne alcuni.3 Ancora prima delle opere di David Graeber, più volte citato nel testo.

Non a caso, e sempre più spesso, alcune delle analisi più interessanti sui movimenti sociali e sulle lotte dal basso sono opera di studiosi che hanno fatto, e fanno, ricorso a metodi di studio di carattere antropologico. Soprattutto nell’ambito del movimento valsusino contrario alla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità e al sistema politico-economico che cerca di imporla.4

Così sarà forse per questo motivo che attraverso tutto quanto è stato poco innanzi rapidamente descritto si è giunti ad un autentico corto-circuito tra ricerca e contesto culturale in cui la prima è prodotta. Corto circuito che ha visto l’autrice del libro, Roberta Chiroli ex-studentessa di Antropologia alla Ca’ Foscari di Venezia, essere condannata in primo grado per aver condiviso le esperienze del movimento al fine di meglio comprenderne e interpretarne le ragioni. Cosa che ha costretto la stessa Procura di Torino, che l’ha condannata, a gettare la maschera e dare un giudizio sulle attività di ricerca universitaria.

Come afferma Erri De Luca nella sua efficace Prefazione: “In Valle di Susa valgono i rapporti di forza; il danneggiamento simbolico di una recinzione del famigerato cantiere è considerato attacco al cuore dello Stato. La tesi di laurea di una studentessa è un atto sovversivo.
Roberta Chiroli non ha studiato il campo da dietro i cordoni delle truppe, da dove non si vede e non si capisce niente. Lei non sta da «embedded» al seguito delle operazioni militari e non si attiene alle varie versioni fornite dallo Stato Maggiore delle truppe in campo. La sua tesi è perciò incriminata di complicità: lei stava nelle manifestazioni. Inoltre si vuole scomunicare il riconoscimento di materia universitaria alla resistenza civile della Valle. Non sia mai che si diffonda la ricerca.
5

E come narra la stessa autrice nella Premessa, i carabinieri prelevarono la sua tesi depositata presso l’Università Ca’ Foscari per conto della Procura di Torino che l’ha poi usata come prova autoaccusatoria nel processo del 15 giugno 2016. “I No Tav. La mia tesi riguarda proprio loro, i «ribelli della montagna» che da venticinque anni lottano contro la realizzazione della nuova linea Alta Velocità costruendo percorsi di cittadinanza attiva e socialità che sfidano i diktat dei governi democratici e immaginano un altro mondo possibile. Il mio «essere là» in mezzo agli attivisti per documentare le pratiche di lotta del movimento ha costituito, per la Procura torinese, un motivo sufficiente per condannarmi in quanto – dalla sentenza – «il fatto stesso che sia rimasta sul posto unitamente ad altri partecipanti ha integrato un contributo apprezzabile perché l’efficacia di azioni di questo tipo è strettamente dipendente dall’effettiva presenza fisica di un numero elevato di persone, numero che la Chiroli ha contribuito a formare». Il giudice inoltre ha specificato che la mia responsabilità non derivava da condotte delittuose materiali, oltre alla mia mera presenza fisica, ma morali: «ha fornito un apprezzabile contenuto causale quanto meno sotto il profilo morale rispetto alla commissione di entrambe le fattispecie di reato».6

Al di là del fatto che il giudizio sul “numero elevato di persone che ha contribuito a formare” possa costituire il miglior complimento che si possa fare ad una ricercatrice sincera ed appassionata come la Chiroli, rimane pur sempre il fatto che in tale contesto ciò che la Procura ha espresso non è stato soltanto un giudizio sulla persona, ma anche sull’attività di ricerca scientifica e su quali siano le modalità della sua conduzione e le sue finalità giuridicamente ammissibili.

Infatti, ci ricorda ancora la ricercatrice, le parole espresse dalla Procura torinese hanno sollevato la reazione di una parte del mondo accademico, perché condannano “direttamente la ricerca sul campo e portano a interrogarsi su quale sia il ruolo della ricerca antropologica e dell’Università pubblica in generale all’interno dello Stato italiano, quale sia il riconoscimento che le istituzioni danno al lavoro di ricerca e quali limitazioni impongono, anche servendosi di strumenti giudiziari. La mia vicenda ha ribadito agli addetti del settore quanto in Italia l’antropologia sia poco conosciuta e le sue metodologie spesso fraintese o ritenute “non scientifiche” perché hanno abbandonato da tempo la pretesa di neutralità.

Naturalmente nell’assurdo, ma autentico balletto ri-ordinativo e giudiziario non potevano mancare i media mainstream con il loro ruolo di diffusori dell’ignoranza e della conservazione sociale.
I giornali hanno fatto ripetutamente riferimento alla famigerata «osservazione partecipante» teorizzata da uno dei pilastri della disciplina, Bronislaw Malinowski, che però nel corso di quasi un secolo ha subito revisioni e aggiornamenti dando luogo a diverse interpretazioni del significato dell’imprescindibile «ricerca sul campo» […] Nella contemporaneità tanti antropologi hanno teorizzato e promosso un tipo di ricerca che fosse «impegnata», attenta cioè a decostruire i discorsi egemonici del potere per farne emergere le ipocrisie e gli effetti che colpiscono le classi subalterne, ad indagare quali effetti socio-culturali hanno le logiche dell’economia globale e a cercare di comprendere posizioni antagoniste ignorate, sviluppando una narrazione altra del dissenso che restituisse legittimità alle popolazioni e gruppi in lotta.7

Il testo, che ripercorre la storia e le pratiche del Movimento fin dalle proteste contro la costruzione dell’autostrada A32 e dell’elettrodotto che avevano preceduto la proposta di realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità in Val di Susa, sottolinea come uno dei principali fattori di mobilitazione sia stato fin dagli inizi quello di “divulgare conoscenza per produrre consapevolezza”. Obiettivo che, fin dalla fine del 1991, fu alla base del comitato Habitat “formatosi in larga parte per volontà degli stessi soggetti attivi contro l’autostrada, docenti universitari, ambientalisti e militanti8

Poi, dall’iniziale gruppo di una dozzina di persone che aveva costituito il primo nucleo di resistenza allo sviluppo dell’autostrada, pian piano la partecipazione avrebbe iniziato a crescere fino alle migliaia di partecipanti attuali. A concorrere a ciò furono sia l’ottusità dello Stato e delle sue forze del disordine, di cui la morte dei due giovani militanti Sole e Baleno fu una diretta e spietata conseguenza, che la determinazione di militanti e studiosi nel far crescere la consapevolezza dei valligiani e di tutti coloro che, pur non essendo residenti in valle, oggi si oppongono al progetto del tav.

Come ho già detto prima, con le sue pagine dense e documentatissime, il testo di Roberta Chiroli si inserisce perfettamente in tale contesto e porta avanti il compito di quella che dovrebbe essere la vera ricerca scientifica e sociale ovvero quello di negare e superare i limiti che alla stessa conoscenza, e più in generale alla cultura, sono posti per motivi di ordine politico ed economico.
La ricerca e la stessa scrittura non potranno mai rispettare i confini del bon ton istituzionale e del servaggio imposto, come questo caso ben dimostra, con metodi inquisitoriali.

Metodi inquisitoriali che come l’autrice dimostra sono stati applicati in tutta la materia giuridica riguardante le vicende di lotta e resistenza della valle, ma che hanno finito con l’intaccare anche la presunta, ma tutt’altro che tale, “indipendenza” della ricerca. Destino che finisce con l’accomunare il destino dell’antropologo a quello dei popoli, delle società o dei movimenti che egli intende studiare; che un malinteso senso morale borghese, ereditato dal cristianesimo più retrivo, tende a giudicare sempre “inferiori” al proprio ordito istituzionale e culturale. E soprattutto economico.


  1. Marcel Mauss, Saggio sul dono, Einaudi 1965, 1991 e 2002  

  2. Georges Bataille, La parte maledetta. La società di impresa militare/religiosa –il capitalismo – lo stalinismo, bertani editore, Verona 1972 e, ancora, G.B., Il limite dell’utile, Edizioni Adelphi 2000  

  3. Si vedano: Pierre Clastres, La società contro lo Stato. Ricerche di antropologia politica, Feltrinelli 1977 e Archeologia della violenza e altri scritti di antropologia politica, la salamandra 1982; Marshall Sahlins, L’economia dell’età della pietra. Scarsità e abbondanza nelle società primitive, Bompiani 1980 (che nell’edizione francese conteneva un’introduzione di Pierre Clastres intitolata Società contro lo Stato, società contro l’Economia, pubblicata in Italia sul numero 1 di An.Archos, la salamandra 1979); Dell Hymes ( a cura di), Antropologia radicale, Bompiani 1979; Robin Clarke – Geoffrey Hindley, La sfida dei primitivi, la salamandra 1980  

  4. Si vedano i recenti Marco Aime, Fuori dal tunnel. Viaggio antropologico nella val di Susa, Meltemi edizioni 2016 e Alessandro Senaldi, Cattivi e primitivi. Il movimento No Tav tra discorso pubblico, controllo e pratiche di sottrazione, Ombre corte 2016. Entrambi recensiti su Carmillaonline  

  5. pag. 12  

  6. pag. 15  

  7. pag. 16  

  8. pag. 50  

Share