di Alfredo Mignini

9788854894563Perché io potevo mettermi a lavorare per conto mio? Io vado a prendere gli operai? Ho visto i miei amici che andavano a prendere gli operai e vedevo… che litigavano fuori dall’officina. Pàr l’amor di dio! E ho scelto un lavoro da non sfruttare nessuno, da sfruttarmi da solo, ha capito?

[Segnaliamo l’uscita di un libro scritto e curato da Alfredo Mignini, storico specializzato in lavoro autonomo e piccola impresa negli anni Sessanta e Settanta, membro della redazione di Storie In Movimento/Zapruder e dell’associazione Il Caso S. Nel suo volume “Un lavoro da non sfruttare nessuno. Storie di vita dalla periferia di Bologna” Mignini riporta, rielabora e contestualizza le voci di dieci soci e socie di ANCeSCAO – l’Associazione Nazionale Centri Sociali, Comitati Anziani e Orti – nate tra gli anni ’20 e gli anni ’50 del ‘900.  Attraverso i ricordi e i racconti orali degli intervistati e delle intervistate l’autore accompagna il lettore in un passato recente che dialoga con lo spazio e il tempo presente, invita a riflettere sui mutamenti  sociali, economici e politici che hanno attraversato le città e le campagne emiliane e inserisce le storie individuali e personali in un universo più ampio, collettivo nella sua consapevole parzialità. Vi proponiamo di seguito la storia di Luisa Maccaferri, uno dei dieci movimenti che compongono l’opera. Buona lettura. s.s.].

6. Luisa Maccaferri

“A. Montanari”, Bologna

Io penso a mio padre, semianalfabeta, riuscire a scrivere con tutti i suoi errori […] queste lettere… questa sua volontà che mi ha trasmesso a me di coltivare il senso del sapere. Mio padre mi diceva: “tu devi imparare sempre a guardarti attorno, a conoscere […] io non ho potuto darti la possibilità di andare a scuola, però se tu vuoi, puoi migliorare te stessa attraverso la lettura”. Ecco io leggendo queste pagine penso all’emozione che può aver provato mio padre a un certo punto, semianalfabeta, a riuscire a scrivere.

Nel varcare la soglia di casa di Luisa cercavo di mettere in ordine le idee pensando alla situazione curiosa e un po’ insolita che si era venuta a creare. Di lei infatti, ancor prima di conoscere il timbro della voce, avevo potuto leggere un diario ricco di riferimenti alla sua vita privata, dai buffi aneddoti d’infanzia ai difficili episodi della quotidianità durante la guerra. Soprattutto, ero consapevole che per trovare risposta alle tante domande suscitate da quella lettura non mi sarebbe bastata una giornata intera. In tutta onestà, non so dire quanto di quegli spunti avrei potuto raccontare nelle pagine che seguono, ma devo ammettere che averli avuti in testa proprio mentre la ascoltavo, con la possibilità di interromperla e approfondire, mi ha permesso di cogliere frammenti che avrei sicuramente tralasciato. O almeno questa è l’impressione con cui sono tornato a casa.

Luisa è nata all’inizio degli anni Trenta in Bolognina, il quartiere operaio per antonomasia — quello con «le più grandi fabbriche famose» — a due passi dal centro storico, da cui lo separano i binari e la stazione, forte di una radicata identità sociale e politica. L’essere cresciuta di fronte all’ingresso del Mercato ortofrutticolo la rende inequivocabilmente una donna di città, come le dico quasi per scherzare, ma lei ci tiene a sottolineare che «le origini della mia famiglia sono contadine». Comunista per vocazione e convinzione, è stata iscritta al partito almeno fino alla svolta che prende il nome dal suo quartiere; suo padre, d’altro canto, era stato arrestato e condannato nel 1938 dal Tribunale speciale di Mussolini «per ricostituzione del Pci, appartenenza allo stesso e propaganda», prendendo poi parte alla Resistenza insieme al figlio. Per tutta la vita, Luisa ha lavorato a fianco di suo marito e sempre in quartiere, prima nella bottega della famiglia di lui e poi rilevando uno dei più noti bar del circondario.

A riascoltare la nostra chiacchierata — sarà per via del diario oppure per la presenza del figlio Andrea — mi rendo conto di aver tralasciato molte cose o di averle date per scontate. Al contrario, lei è convinta di aver detto troppo, come se non fossi andato lì per ascoltarla:

— Però io mi sono resa conto che… mi sono presa troppo spazio. Dovevo lasciarti più spazio alle domande, tu mi dovevi fare delle domande… — Non ti devi preoccupare — la rassicuro io — quando volevo chiederti qualcosa te l’ho chiesto, tu forse non ti rendi conto, ma io ti ho chiesto tante cose…
— No, mi dispiacerebbe che avessi approfittato troppo a parlare dei mie ricordi. — No, no, assolutamente… questo era tutto sui tuoi ricordi! — Sì ho capito, però dovevo lasciare più spazio a te… sei sicuro di aver…?
— Assolutamente! E tu — chiedo — sei soddisfatta?
— Io sì perché tutto quello che ti ho raccontato è tutta verità, perché non c’è niente di fantasia.

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Il mercato ortofrutticolo di via Fioravanti, foto tratta da «Due Torri. Quindicinale di vita bolognese», 5, 30 ottobre 1969.

Tutta circondata dai campi
Più di altri aspetti, mi incuriosiva il frequente richiamo alla mondo contadino e il legame con la terra di cui Luisa si mostra sempre molto orgogliosa. Proprio lei — mi dicevo — che in una sola battuta è capace di restituire un profondo senso di attaccamento al quartiere dov’è cresciuta, con la sua atmosfera fatta di palazzine e cortili, tram e classe operaia: «io sono nata qui, sono vissuta sempre qui e morirò qui… più tardi possibile!», mi dice col sorriso. Mi spiazzava, in realtà, l’idea di pensarla dormire su un letto di paglia o correre scalza sui prati della pianura bolognese, anche se avevo letto che i suoi genitori erano entrambi originari di Argelato e di Castel Maggiore, e che parte delle loro famiglie erano rimaste lì, a lavorare la terra. Quello che forse non riuscivo proprio a capire è che avere una famiglia contadina, in fondo, non era poi neanche così necessario perché lei si sentisse legata alla terra. È infatti la stessa Bolognina che, dietro all’immagine degli operai che timbrano il cartellino e si fanno risucchiare dai rumori degli ingranaggi, nasconde la sua natura di borgata di confine, a contatto diretto con i campi, i fossi e l’odore acre dei concimi. «Devi sapere», mi spiega Luisa,

che adesso voi la Bolognina la vedete così, ma la Bolognina era tutta diversa, […] era tutta circondata dai campi eh, era campagna. Perché pensa che io mi ricordo […] che […] tutto il terreno che fa angolo con via Gobetti e dove ci sono gli uffici adesso del Comune, tutta quell’area lì fino alla Villa Angeletti, dove adesso c’è il bellissimo parco, […] lì era tutto campo.

Ma il rapporto di Luisa con la terra, più che per il quartiere, passa attraverso la famiglia di sua madre che «dalle parti di Cadriano», nella «campagna attorno a Granarolo […] il Gomito, quelle parti là», conduceva un podere «che quando veniva alla fine dell’anno […] dovevano portare al padrone un tot di vino, le oche migliori» e così via. È qui che Luisa viene mandata ogni volta che, per l’estate o le vacanze di Natale, non è impegnata con la scuola. Di questi periodi di «vacanza» conserva ancora oggi «dei ricordi molto belli», perché «la campagna […] mi ha sempre attirato molto [e] poi secondo me è una scuola, perché ogni cosa che tu vedi in campagna ti porta… a me mi faceva riflettere». Mi racconta entusiasta di quando gli adulti lavoravano la canapa, dei gelsi e dei bachi da seta che scrutava ammirata nel retro dei casolari, e dei campi di granoturco e di suo zio che la portava avanti e indietro «col biroccino». Col passare degli anni le visite agli zii si diradano e, infine, con la guerra «non è stato più possibile andare in campagna, perché non ci si spostava più». Il resto è storia nota: i figli dei contadini tentano con ogni mezzo di abbandonare la terra e vanno verso la città, alla ricerca di un lavoro in fabbrica o nel commercio. «[M]olti avevano scelto anche delle altre vie», mi spiega Luisa, e l’esodo rurale sembra uno scenario inevitabile: «anche le famiglie in campagna vennero via perché non è che vivessero tanto bene, perché non erano dei proprietari». Gli zii di Cadriano, comunque, non sembrano intenzionati a lasciare e dopo la guerra, pur di migliorare le proprie condizioni, decidono di spostarsi. Avrebbero infine trovato un podere «in una frazione di San Lazzaro [che] si chiama Colunga», ma questa volta con un regolare contratto di mezzadria.

In campagna — racconta Luisa — c’è sempre qualcosa da fare e per risolvere un inghippo o superare un ostacolo bisogna arrangiarsi, inventare soluzioni dal niente. Mentre la ascolto, ripenso alle pagine del diario dove ha immortalato le scene di suo zio che le costruisce un panchetto per farla arrivare all’altezza del tavolo, o delle mattinate in cucina con la zia a imparare come si chiudono i tortellini. L’arte di arrangiarsi e la possibilità di dare sfogo alla curiosità di bambina fanno sì che Luisa, ogni anno, torni in Bolognina con qualcosa in più, «perché è dalla natura che impari anche tanto a vivere, secondo me». In campagna, d’altra parte, avrebbe anche scoperto, per la prima volta, quei fatti ammantati di pudore di cui gli adulti parlavano sottovoce:

Cosa succedeva? Succedeva che […] questo campo molto vasto di granoturco non era recintato niente ed era vicino ad una piccola stradina bianca, quindi nel caso poteva entrare chi voleva, per dire. Solo che i miei zii si erano accorti che le coppiette… cosa facevano? Si introducevano nel campo di granoturco e andavano a far l’amore là, per cui rovinavano attorno le piante […], per il contadino anche solo una pannocchia faceva la differenza… e allora io tutte le sere, nel periodo appunto […] che le pannocchie erano già abbastanza grandine, a un certo orario gli zii — che dopo lungo lavoro si sedevano davanti casa dove c’è l’aia, si fumavano il toscano, programmavano il lavoro del giorno dopo — a un certo punto qualcuno — [con] quel mezzo chiarore che il sole è già quasi tramontato e sta per scendere la sera ma che c’è quella, come devo dire, quella piccola luminosità che a me piaceva tantissimo — e vedevo lo zio che tutte quelle sere prendeva un forcone e si avviava verso i campi di granoturco. Ma io, pff… non è che ci facessi caso. Però una sera lo zio […] andava a controllare, però vedendo che […] stava per venire il temporale, si vede che lui fece il pensiero di dire “non ci sono quelli lì”… e con me dice: «vuoi venire? Andiamo a vedere se ci sono i ladri di pannocchie!», la stessa frase eh! contenta io, via… corri corri con lo zio. Arriviamo al campo, mio zio mi dice: «aspetta un momento», mio zio si inoltra nel campo… dopo un po’ sento delle grida: “oddio cosa è successo?”, io penso. Velocemente vedo sbucare dal campo un ragazzo… un uomo e una donna insomma, abbastanza succinti, capito? Si capiva che i vestiti erano messi di fretta e furia [e] dietro lo zio col forcone, gridava…

Una famiglia operaia e antifascista
«Mio papà era un tranviere… è stato il primo, diciamo così, comunista», mi spiega orgogliosamente Luisa, cioè «ha fondato la prima cellula comunista dentro l’azienda del tram». L’azienda del trasporto pubblico, fra le due guerre, è infatti uno degli snodi del movimento operaio e antifascista bolognese e svolgere attività al suo interno significa quasi sicuramente esporsi alla repressione del regime. Lo sapeva bene il padre di Luisa, Vincenzo, che già prima di allora ha subìto «varie aggressioni da parte dei fascisti per gli aperti atteggiamenti d’opposizione», come riporta il dizionario biografico dei partigiani bolognesi. Comunista della prima ora e già noto alle forze dell’ordine, viene scoperto e arrestato mentre organizza una sottoscrizione in aiuto dei combattenti della Guerra civile spagnola:

In quel periodo c’era la guerra di Spagna e fecero una sottoscrizione per tutti quelli che erano degli antifascisti, dei socialisti… […] per aiutare chi era andato a fare la guerra di Spagna per liberarsi dal giogo della dittatura. Qui nella Bolognina c’era i fascisti che imperversavano e c’era tra l’altro la famosissima OVRA, che erano le spie […] fatte apposta da Mussolini per controllare queste cose. Morale della favola: mio papà una mattina smonta dal servizio e fu arrestato. Ed esattamente fu arrestato nel 1938, quindi io ero piccola, io ero del ’31. Poi mio papà […] per sei mesi non sapevamo dov’era, non ci avvertivano di niente.

Viene recluso per alcuni mesi a Castelfranco Emilia per poi essere trasferito a Roma, dove viene celebrato il processo nel giugno del 1939. La sentenza del Tribunale lo condanna a cinque anni di carcere più due di vigilanza speciale:

Poi, quando loro stabilirono che lo avrebbero mandato a Roma e ci sarebbe stato il processo, ci concessero di vederlo e io ho ancora l’immagine di quella stanza, dopo sei mesi, a rivedere mio padre emaciato [che] portava i segni delle bastonature, quest’uomo che si teneva solo i pantaloni perché gli avevano tolto tutto, gli avevano tolto la cintura, gli hanno tolto i cordonetti delle scarpe…

Scontati i primi cinque anni, nel 1943 torna a casa con l’obbligo «di andare a firmare dai carabinieri tutte le sere». Dopo qualche mese, tuttavia, è di nuovo in contatto con i vecchi militanti e prende parte all’organizzazione dei primi gruppi combattenti. Come molti suoi compagni che avevano conosciuto i tribunali e le carceri fasciste sulla propria pelle, avrebbe ricordato il periodo di detenzione come un momento di straordinaria maturazione politica, non da ultimo per i contatti con i più alti esponenti dell’antifascismo italiano:

Lui […] mi ha sempre detto che cinque anni […] è stato come fare l’università… ma è vero perché mio papà, venendo dalla campagna, lui aveva soltanto la seconda elementare. […] nel periodo che mio papà era in carcere, furono arrestati i grandi che poi fecero la Costituzione […] lui ha avuto la possibilità di stare in carcere con persone come Pertini! Perché poi Pertini era socialista, Pertini è riuscito a evadere dal Regina Coeli insieme a un suo compagno che poi lui fuggì in Francia. Quindi c’erano, in quel periodo che era incarcerato mio padre, […] c’erano quei personaggi che contavano moltissimo… c’erano tutti perché poi non furono arrestati solo dalla parte dei comunisti, c’erano anche degli altri, che erano dei liberali, erano della gente che però sentivano la necessità di formare un nuovo Stato. E io questo me lo ricordo e mio papà mi ha sempre detto: «io l’università l’ho fatta a Regina Coeli». E, delle volte. quando si diceva “ah sei stato… ah te babbo quando eri in galera…?”, non voleva [che] noi dicessimo… lui diceva: «non è vero, io non sono andato in galera, io sono andato all’università, perché se oggi io posso leggere e scrivere, lo devo al carcere!».

Anche Luisa ricorda la reclusione del padre come un momento molto importante, benché durissimo, di crescita personale: «da lì io ho imparato molto, ho imparato a sviluppare il mio carattere in un certo modo». Quando le chiedo di parlarmi di come ne è finalmente uscita, mi spiega che in quei cinque anni la famiglia è precipitata in una situazione economica disastrosa: «la mamma […] Marianna […] con quella cosa lì si ammalò di cuore», mentre lei è ancora troppo piccola per lavorare. L’ATM3 non è certo stata d’aiuto — anzi, «non ci diede [niente]… guarda caso [il babbo] doveva ritirare lo stipendio, non ci diedero nemmeno lo stipendio. Morale che noi rimanemmo così, come si suol dire, in braghe di tela, non avevamo una lira» — mentre la sorella maggiore, «che faceva la sartina, [è diventata] praticamente il capofamiglia» e suo fratello Enzo, che a quel tempo «faceva le Aldini» è stato costretto, «con grandi sacrifici, [a] interrompere perché non c’era più nessuna possibilità» di sostenere i suoi studi. In poco tempo trova da lavorare come fattorino alla Calzoni, una grande aziende metalmeccanica della città, ma nonostante tutti gli sforzi, «le entrate erano molto misere». È per questo che Luisa, finché può, se ne sta a Cadriano dagli zii:

Ché io là potevo mangiare qualcosa […] invece qua non si mangiava niente, si moriva di fame! Perché c’era la tessera che ti dava quel po’ di sopravvivere, e poi c’è quel problema che noi non avevamo soldi… perché molti hanno superato la guerra in un modo diverso, nel senso che c’era il mercato nero, però ci volevano dei soldi, perché il mercato nero era terribile: […] se avevi dei soldi trovavi al mercato nero, altrimenti non facevi niente!

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La Bolognina in guerra
Fra città e campagna la cesura è netta, e nel ricordo di Luisa viene accentuata dall’atmosfera idilliaca di cui è avvolto tutto ciò che ruota attorno al mondo contadino. Vista con gli occhi di una bambina, infatti, la vita degli zii contadini procede secondo i ritmi lenti di una vita serena, al riparo dalla guerra. In città, infatti, fra l’estate e l’autunno del 1943, il fronte si avvicina e, chi può, sfolla cercando rifugio nei paesini della “bassa”.

Per Luisa, al contrario, le bombe rendono sempre più difficile i suoi spostamenti verso Cadriano: «io non sono mai andata via di Bologna, da qui, anche nel periodo della guerra, ché la Bolognina era un cumulo di macerie eh… non c’era niente, non avevamo docce, non avevamo gas, non avevamo assolutamente niente». Non sono molte le famiglie che rimangono a vivere in quartiere e chi lo fa, per scampare al pericolo, dorme in cantina: «bombardavano anche di notte coi bengala», mi racconta infatti Luisa, perché «essendo la Bolognina così vicina alla stazione» si era subito trasformata in «un obiettivo [per] gli aerei». Ma la campagna non è sempre un luogo sicuro e l’anno successivo, dopo il pesante bombardamento di metà ottobre, sono i contadini a cercare riparo in città:

Siccome che questi delinquenti qui dei tedeschi razziavano […] nelle nostre campagne, portavano via le mucche ecc., allora molti contadini cosa fecero? Portarono gli animali, le bestie, qui a Bologna, in città. In modo particolare, per esempio, in Frassinago […], che non è molto lunga, però di qua e di là all’interno c’erano dei cortili, com’è famoso a Bologna, perché a Bologna vecchia ci sono […] tutti i cortili e lì parcheggiavano i contadini, allevavano lì le bestie perché le avevano messe al sicuro […].

Il fratello Enzo, intanto, col nome di battaglia “Macca” è diventato commissario politico del battaglione “Ciro” della brigata “Irma Bandiera”4. Vincenzo, invece, è «stato segnalato di nuovo come antifascista» e un po’ per questo, un po’ perché «aveva necessità», si fa ricoverare al Collegio San Luigi, «uno dei collegi dove la grande borghesia di Bologna mandava i figli a studiare». A seguito dei bombardamenti, però, la struttura era stata requisita e diventa un rifugio per feriti e combattenti: «lì, sotto al San Luigi», mi spiega infatti Luisa, «c’era una cellula partigiana che operava e ricoverarono lì mio papà per tenerlo un po’ nascosto». Da sempre «innamorata» di suo padre, me la immagino che cerca di passare più tempo possibile con lui, ora che finalmente è tornato a Bologna. «[P]rendevo da qui, da sola, e andavo al San Luigi», mi racconta entusiasta, «e stavo con mio papà tutto il giorno»:

Allora mio papà diceva: «quando suona l’allarme vai giù, vai nel rifugio». La prima volta che andai giù, feci questa scoperta, che il rifugio serviva anche come camera mortuaria. E io mi trovai nel rifugio vicino a già dei morti, già che quando camminavi per le strade li vedevi morti, bombardamenti tutti… quindi io ho conosciuto la morte in quella maniera lì.

Pochi giorni prima del 21 aprile, quando la città viene liberata dalle truppe alleate e dalla brigata “Maiella”, il commissario “Macca” «sparì e non sapevamo dov’era, ma stavano organizzando la liberazione»:

Ricordo il 21 aprile, la liberazione di Bologna, piazza dell’Unità, [il] passaggio di tutti i carri armati che ti buttavano le caramelle, i polacchi […] io ero andata all’ospedale a prendere mio padre perché finalmente veniva a casa… e buttavano queste manciate, caramelle, cevingum, che io non sapevo neanche cos’era il cevingum… però io non l’ho presa la caramella! Non l’ho voluta! Guardai mio padre, mio padre non mi disse niente eh, non mi disse: “prendi”… Come? Fino a ieri ci avete buttato giù le bombe e oggi mi date la caramellina? No! […] Magari ho sofferto a rifiutare la caramella, ma io non ho preso la caramella, io non sono una scimmietta ad andare a raccogliere la caramella per terra!

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