di Bernardino Formiconi

SandinistaUNO SPAZIO PER IDDIO

Della semi-protesta del vescovo Salazar nella Piazza della Rivoluzione si fece portavoce, nei giorni successi­vi, il primo messaggio della Conferenza dei Vescovi del Nicaragua (CEN) al Popolo di Dio nella nuova epoca rivolu­zionaria:

“La grandezza dell’uomo non emana da nessun siste­ma. Non sarebbe né giusto né ragionevole che lo spargimen­to di tanto sangue, che tanti sacrifici del Popolo, por­tassero alla dimenticanza del primo grande valore della vita e dei valori impliciti in un’autentica liberazione (…) integrale, che va alla ricerca della verità in comu­nione con Dio suo unico sovrano. Senza Dio la coscienza umana si trasforma in alienante ripetitrice di slogan”.

Il reclamo era chiaramente frutto della vecchia teolo­gia dicotomica, cui i vescovi erano ferreamente ancorati. Ai loro occhi Dio era ancora l’Essere che viveva in un suo inaccessibile mondo, e la cui presenza nella vita del­l’uomo si limitava a qualcosa di circostanziale. Questa teologia avrebbe continuato a ispirarli negli anni suc­cessivi. Il vescovo Barni, invitato a inaugurare i lavo­ri dell’Assemblea Nazionale, avrebbe chiesto spazio per Iddio. Vega, vescovo di Juigalpa, sarebbe giunto addirit­tura ad affermare che è peggio uccidere l’anima che il corpo.

E’ questa teologia che ancor oggi impedisce ai vescovi di riconoscere nell’opera dell’uomo, di un Popolo mosso dall’amore per l’Uomo, Dio stesso in azione.

Oltretutto, il messaggio dei vescovi commetteva una grave ingiustizia nei confronti della Rivoluzione, che proprio in quei giorni di fine luglio aveva abolito in Nicaragua la pena di morte e l’ergastolo, motivando la de­cisione con il rispetto che si deve alla vita dell’uomo co­me valore assoluto, che si colloca al di sopra delle leggi umane.

I vescovi, invece, suggerivano che si stava dimenticando il valore della vita, il suo senso autentico. Ma cos’altro era il perdono concesso alle guardie dell’esercito somozi­sta, e cioè a migliaia di genocidi, se non l’affermazione massima dell’intangibilità di quel valore?

Un gruppo di religiosi e alcune comunità cristiane cer­carono, giorni dopo, di correggere l’anacronistico messag­gio dei vescovi proponendone uno proprio, ispirato alla realtà ideologica che il Popolo del Nicaragua stava viven­do:

“Anche se non si è invocato il Nome di Dio in quel mo­mento, si è esaltato il Popolo di Dio, il suo eroismo, che per amore dell’uomo e per la sua Liberazione ha dato migliaia di vite. Dio era nella gioia di tutto un Popo­lo”.

Due divergenti maniere di vedere il Trionfo del 19 lu­glio, due chiavi di lettura contrastanti. Da questa dico­tomia prese l’avvio quel dissidio che, negli anni succes­sivi, avrebbe dilaniato l’unità della chiesa del Nicara­gua. I vescovi avrebbero continuato a chiedere spazio per Iddio, il Popolo ad affermare energicamente che Dio era in lui, e che lo spingeva a realizzare opere di amore, di Liberazione. In queste opere Dio trova tutto il suo spa­zio, anzi, è proprio attraverso queste opere che Dio si manifesta, si fa visibile, si realizza nella vita dell’uo­mo. Le opere di Amore come Teofania.

E’ la teologia che il Popolo di Dio sta vivendo e scri­vendo da due decadi in Nicaragua e in tutta l’America La­tina, versando il proprio sangue per amor dell’uomo e di Dio in nome della dignità umana calpestata – per le strade, sulle montagne, a Zinica e Siuna, nelle galere di Waslala e di Rio Bianco.

Si è levato un anelito di Liberazione, in quegli anni, che è andato crescendo nella stessa proporzione in cui hanno tentato di reprimerlo. Il dolore ed il martirio so­no diventati semi di Liberazione. L’Insurrezione di giugno e luglio, con le sue 65 mila vite immolate, è la dimostra­zione della vitalità di questa nuova teologia.

Un’Insurrezione che trascende le caratteristiche e i li­miti di una rivolta qualunque contro un qualunque tiranno, sia pure della peggior specie, o di una guerra per la con­quista di un pezzo di terra o la difesa di un confine, e diventa Insurrezione di Popolo contro un sistema che ha ge­nerato milioni di non-uomini. Essa propizia la nascita e la crescita di un uomo nuovo, ma non già di un’entità pla­tonica, illusoria, irreale, bensì di un uomo nuovo fatto tale dalla riconquista della propria dignità che il vec­chio sistema ha oppresso. Sistema di cui il tiranno Somoza non era che un miserabile anello. Da questa Insurrezione prende avvio la Rivoluzione che dovrà collocare il non-uomo al centro della storia, facendolo soggetto e oggetto della medesima.

La Rivoluzione viene allora a rappresentare il giudizio storico del Popolo sulla vecchia generazione colpevole di empietà e di ingiustizia. Ingiustizia: essa si è accaparra­ta spietatamente tutti i beni della comunità nazionale e li ha destinati a benefìcio esclusivo di un’infima minoran­za. Empietà: ha coperto di disprezzo la comunità dei non­-uomini, immagine di Dio. E’ il giudizio che restituisce al­le masse il diritto sui beni che la terra produce, il di­ritto di soddisfare le proprie esigenze materiali e cultu­rali.
La Rivoluzione è un evento storico perché della storia cambia il protagonista. Tutta la comunità nazionale, dei non-uomini, si sostituisce in essa all’insignificante minoranza empia e ingiusta sul palcoscenico del tempo.

Per anni il Popolo si è andato preparando a questo avveni­mento trascendentale con una coscienza sempre più profonda della sua trascendenza. Per questo ha formato i suoi leaders, si è armato come scelta strategica precisa e ha par­torito un’avanguardia: il Fronte Sandinista di Liberazio­ne Nazionale.

Non è un caso se questo giudizio, questa irruzione del Popolo nella storia si verifica nel momento in cui la vecchia generazione è arrivata all’apice della propria decadenza. La dittatura contro la quale il Popolo di Dio è insorto a giu­gno e luglio rappresenta il livello più basso della degra­dazione politica, morale e sociale a cui può giungere un si­stema. La sua dissoluzione ha generato una nuova civiltà che, affermatasi in Nicaragua, è destinata a conquistare gradatamente l’intera America Latina. Questa è l’ottica sto­rico-teologica da cui vanno valutate l’Insurrezione di giu­gno-luglio e la Rivoluzione che da essa ha preso l’avvio.

I vescovi nicaraguensi non hanno mai condiviso questa vi­sione degli avvenimenti. Il Popolo di Dio avrebbe allora di­ritto a porre loro alcune domande, se non si fosse stancato di interrogare i vescovi per anni senza ricevere risposta alcuna.

Prima domanda:

Dando per scontato che anche i vescovi desiderassero qualche cambiamento del vecchio sistema in cui si sono for­mati, cosa si attendevano dagli eventi insurrezionali di giugno e luglio? Ne hanno compreso là portata storica e l’ir­reversibilità?

Seconda domanda:

Hanno capito i vescovi che le loro persone e la loro istituzione, parte integrante del vecchio sistema e compli­ci, almeno in parte, della sua empietà ed ingiustizia, sa­rebbero stati coinvolti nello stesso storico giudizio?

Terza domanda:

Avranno i vescovi l’umiltà di accettare che il Popolo divenga costruttore della propria storia senza delegare l’o­perazione ad altri?

Quarta domanda:

Sapranno i vescovi trovare nella Fede il sostegno per capire che i cambiamenti radicali, nella colpevole società in cui vivono, devono coincidere con cambiamenti altrettan­to radicali nell’istituzione ecclesiastica? Capiranno che ora il Popolo dovrà svolgere il suo nuovo ruolo di protago­nista anche nella chiesa di Dio, essendo divenuto punto di riferimento tanto per l’autorità civile quanto per quella religiosa?

Abbiamo asserito che l’istituzione ecclesiastica è vissu­ta saldamente ancorata al sistema condannato dal Popolo di Dio. E’ certamente un’accusa grave, che potrebbe implicare il tradimento, da parte dell’autorità ecclesiastica, della propria missione spirituale. Dobbiamo provarla.

La storia, ed è storia recente, ci dice che di fronte al­la generazione peccatrice i vescovi sono rimasti a braccia conserte. Negli ultimi quarantacinque anni, i più tenebrosi della sto­ria del Nicaragua, nessun vescovo è stato capace di illumi­nare il Popolo di Dio sulla nefandezza del sistema, se si eccettua quel poco detto e fatto proprio allo scadere del­la dittatura. Non hanno mai parlato delle terre tolte ai campesinos, dell’accumulazione di sempre maggiori ricchezze nelle mani di pochi, del latrocinio e dello spreco elevati a sistema di governo, della repressione sanguinosa contro i più poveri e contro i ribelli a tanta iniquità.

Ci si gela il sangue nelle vene quando pensiamo al silen­zio, alla passività con cui i vescovi hanno assistito al massacro di migliaia di campesinos durante gli anni Settan­ta, sulle montagne delle regioni centrali del Nicaragua. Troppe volte, a noi sacerdoti che chiedevamo loro di denun­ciare quelle atrocità, rispondevano che prima di parlare bi­sognava moltiplicare la prudenza, soppesare quanto ci fosse di vero in quei racconti, verificare se ciò accadeva con l’assenso o all’insaputa del tiranno. Non si poteva mette­re avventatamente a repentaglio il buon nome di un gover­nante!

Queste frasi, e altre dello stesso tenore, le ascoltam­mo più volte dalla bocca dei nostri Pastori, in innumere­voli conversazioni sostenute con loro. Se, nel febbraio 1977, si decisero a parlare, ciò accadde perché tre mesi prima alcuni coraggiosi sacerdoti della diocesi di Bluefields, dopo un ritiro di tre giorni nella città di Matagalpa (cui avevano invano invitato il loro vescovo), aveva­no deciso di inviare una lettera ai giornali del loro pae­se, gli Stati Uniti, denunciando il terribile genocidio.

Ed era successo che all’ultimo momento si era presentato al ritiro il vescovo di Matagalpa, Barni, e aveva tentato di strappare in extremis la lettera dalle mani di quei re­ligiosi, assicurando che la Conferenza episcopale si sareb­be occupata del problema. Quella era materia, aveva aggiun­to, che dovevano trattare i vescovi e nessun altro.

Sebbene la denuncia dei sacerdoti si riferisse solamente alla sparizione di 300 persone, si sa che i desaparecidos furono diverse migliaia e i deportati decine di migliaia.

Le zone interessate rimasero praticamente deserte.

Ma i vescovi non rimasero muti solo di fronte alle stra­gi, non sappiamo se per prudenza, viltà, omertà o altre ra­gioni. Gli ultimi dieci anni della dittatura furono anni di lotta e di guerriglia, urbana soprattutto, in cui cadde­ro centinaia di giovani. Mai i vescovi indicarono al Popo­lo di Dio il valore di tali immolazioni, Al contrario, a quanto è dato capire dalle loro dichiarazioni, consideraro­no il fenomeno della guerriglia urbana come pura espressio­ne di terrorismo.

Basti ricordare quanto accade nel gennaio 1969. Gli sbir­ri del genocida scoprono una cellula sandinista nella zona orientale di Managua. La casa in cui si rifugiano Leonel Rugama e due suoi compagni è demolita a cannonate e a raffi­che di mitragliatrice pesante. Padre Francisco Mejìa, par­roco de La Reinaga, cerca di impedire ad un ufficiale del tiranno di percuotere un curioso. E’ il sacerdote a essere percosso e poi trascinato in caserma. Il vescovo ausiliare Alessandro Borge y Castillo, per tutta reazione, rimprove­rerà al prete di “essersi occupato di cose che non sono di sua pertinenza”.

Se questi atteggiamenti sono riprovevoli, a nostro avvi­so lo è assai di più il fatto che la gerarchia non abbia saputo capire il valore evangelico del dono della propria vita fatto da tanti uomini e donne – cristiani e non cri­stiani – per la Liberazione. Dalle pagine sgualcite della storia non hanno saputo captare quel “segno” che è il compor­tamento dell’uomo che dà la vita per il fratello. Il gesto più grande. E nemmeno sono riusciti a comprendere che il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale era una forza che nasceva dal Popolo, organizzatosi per la lotta destina­ta ad aprire il cammino a trasformazioni rivoluzionarie.

E’ ben vero che negli ultimissimi tempi della dittatura l’atteggiamento di alcuni vescovi mutò completamente. L’ar­civescovo di Managua arrivò a chiamare i metodi dittatoria­li “legge della selva”, e si spinse fino a chiedere al ti­ranno di andarsene, per il bene della nazione.

In effetti, se raffrontiamo questi comportamenti veramen­te profetici con quanto era accaduto qualche anno prima, dobbiamo riconoscere un gigantesco passo avanti.

Agli inizi del 1970, appena nominato arcivescovo di Ma­nagua, Obando venne intervistato da un giornalista de “La Prensa”. Quel giornalista, che si chiamava Bayardo Arce e che poi divenne Comandante della Rivoluzione, gli chiese quali sarebbero state le sue relazioni con Somoza. Obando tagliò corto assicurando il giornalista che il problema delle re­lazioni con Somoza non esisteva: erano amici da molto tem­po. Dopo di ciò, per qualche anno tra “La Prensa” e Obando non corse buon sangue.

E che il problema effettivamente non sussistesse lo si vi­de non appena Obando si insediò a Managua. Il dittatore gli fece avere, come dono, una Mercedes Benz, che Obando utilizzò per un paio d’anni.

Ma l’episodio più significativo di questa amicizia av­venne la sera dell’8 maggio 1970, durante un ricevimento offerto all’arcivescovo dallo Stato Maggiore dell’esercito di Somoza. Il tiranno, già su di giri per via della solita bottiglia di whisky che si scolava giornalmente, quella sera libò con generosità ancora maggiore del solito e sa­lutò Obando con un discorso davvero cinico. Le proprie or­de le definì “soldati del Vangelo”, cercando di giustifi­care il genocidio già in atto sulle montagne in nome del presunto “comunismo” dei poveri campesinos che ne erano vittime. Per il tiranno, così come per le varie dottrine della sicurezza nazionale, i gorilla della dittatura non erano assassini a sangue freddo, bensì crociati che difen­devano la cristianità dalle orde comuniste.

Dei massacri che si consumavano sulle montagne Obando, che a suo tempo aveva visitato quelle comunità in qualità di vescovo ausiliare di Matagalpa, doveva pur avere qual­che sentore. Il riferimento di Somoza e poi di Obando ai “soldati del Vangelo” non poteva dunque essere casuale, ma si riferiva all’azione che l’esercito stava conducendo in quel momento.

Questa fu la risposta di Obando al saluto del tiranno:

“Vada la nostra parola d’incoraggiamento all’esercito della repubblica, ai suoi degni rappresentanti perché sia­no sempre ligi al loro dovere, pronti a difendere l’inte­grità territoriale, le libertà patrie e la pace della na­zione (…). Nella nostra vita di oratore cristiano, mai abbiamo sperimentato un’emozione così grande come in que­sto momento (…) per l’omaggio cordiale, cristiano, fra­terno alla nostra persona. (…) Ho detto cordiale, perché le parole franche e significative del Comandante Supremo, il Capo Direttore Generale Anastasio Somoza, sono espres­sione sincera dei nobilissimi valori cristiani delle in­vincibili forze armate, simbolo genuino di sovranità e di affetto cristiano verso il suo Pastore. Ho detto cristia­no, perché le parole dell’Eccellentissimo Signor Presidente (Somoza era presidente della repubblica, e quindi capo supremo dell’esercito, n.d.r.), pervase di incomparabile amore patrio, dimostrano che le forze armate del Nicara­gua apprezzano in tutto il suo valore il patrimonio che, come un’eredità sacra, hanno trasmesso ai posteri quei soldati del Vangelo, belle e nobili primizie degli albo­ri cristiani. (…) Fraterno questo omaggio, perché è bello il condividere il pane in famiglia, e questa notte la fraternità è stata coronata regina della festa (Era stata coronata regina della festa la sorella di Obando, n.d.r.). I membri della Guardia Nazionale sapranno imita­re il centurione e i compagni di lotta di San Paolo nella predicazione del Vangelo.”

E’ facile capire che non sarebbe stato semplice per Oban­do rifiutare l’omaggio del tiranno, o semplicemente non rispondere al suo discorso. Tuttavia stupisce il fatto che Obando si trovasse completamente a suo agio nel “con­dividere il pane in famiglia”, quando quella famiglia era composta dal tiranno e dalle orde che da tempo avevano già dato inizio al genocidio.

Con il passare degli anni Obando finì col prendere le distanze da simile “famiglia”, anche se il processo di dissociazione fu lentissimo e parziale. La “famiglia” gli divenne cordialmente ostile.

Il distacco dell’istituzione ecclesiastica dal somozismo toccò il suo culmine con il pronunciamento del 2 giu­gno 1979, nel quale i vescovi legittimarono l’Insurre­zione Popolare. Ma, come non oseremmo dire che i vescovi, con i loro comportamenti di fronte al tiranno, siano stati somozisti convinti, così non potremmo affermare che col 2 giugno si siano convertiti in rivoluzionari. La ve­rità, a nostro avviso, è che i vescovi del Nicaragua so­no sempre stati amanti dello status quo e nemici dei ca­povolgimenti improvvisi. Tutt’al più hanno auspicato e fa­vorito qualche piccolo mutamento destinato, nella sostanza, a non cambiare nulla.

E’ in questa luce, e alla luce delle circostanze conco­mitanti, che va interpretato anche il pronunciamento appa­rentemente sorprendente del 2 giugno. Vediamone gli ante­cedenti.

Verso la fine del 1977, alcuni uomini politici del Nica­ragua cominciarono a rendersi conto che la dittatura non avrebbe potuto durare a lungo, e a intuire la necessità di una sostituzione di regime che impedisse un vuoto di po­tere. Cominciarono allora un rapido censimento delle pro­prie forze. E’ probabile che il risultato lasciasse loro l’amaro in bocca. Nessuna delle forze che si autodefiniva­no di opposizione al regime somozista aveva qualche consi­stenza. Si trattava di involucri vuoti, costituiti da una sigla altisonante e da un pugno di aderenti.

Gli uomini politici, restii a riconoscere la propria dabbenaggine, non si perdettero di coraggio. Fu allora che in Nicaragua nacque un’inedita formula di governo. Il somozismo, ragionarono i politici, di per sé non era da butta­re. Era Somoza che l’aveva rovinato. Togliendo di mezzo il dittatore e qualche altro elemento dei più funesti, opposi­zione e somozisti superstiti avrebbero potuto dar vita a un governo decente. Nacque così il “somozismo senza Somo­za”.

La gerarchia ecclesiastica fu lesta a far propria la proposta. Si fece avanti un uomo, certo Umberto Belli, so­ciologo, cattolico, ex marxista (a suo dire), che si inca­ricò di elaborare questa ipotesi di governo e di divul­garla con una lunga serie di conferenze semisegrete. Suo pubblico prediletto gli studenti, ma anche suore, sacerdo­ti e politici.

La predilezione di Belli per gli studenti non era casua­le: si trattava di distogliere l’attenzione dei giovani dal sandinismo. Il progetto si risolse però in un fallimento.

La quasi totalità dei giovani contattati si manifestò du­ramente critica nei confronti del Belli. Essi capirono su­bito che il personaggio stava tentando il rilancio degli uomini del vecchio colpevole sistema, e quindi il riciclag­gio del sistema stesso. Ancora più critici divennero quan­do si accorsero che le forze popolari, capeggiate dall’FSLN, non erano state nemmeno prese in considerazione dal Belli. Un nuovo tradimento consumato sulle spalle del popolo, dis­sero i giovani.

L’errore del Belli risiedette nel suo completo frainten­dimento della natura dell’FSLN. Lo considerò movimento di élite, senza radici popolari e per giunta marxista. La sua analisi presto divenne l’analisi della Conferenza Episcopa­le.

Il fatto che Umberto Belli frequentasse con la stessa di­sinvoltura la Curia di Managua e l’ambasciata degli Stati Uniti fa supporre che siano stati Obando e l’ambasciata a tenere a battesimo il “somozismo senza Somoza”. D’altra parte Belli, nelle sue conferenze, ci teneva a sottolinea­re, seppur con molto garbo, che godeva dell’avallo della Curia di Managua. Obando, invece, per molto tempo assicurò di non conoscere affatto il personaggio; finché filtrò una lettera con cui l’arcivescovo presentava “l’amico Belli” in Vaticano.

Il ruolo dei vescovi nell’elaborazione del “somozismo senza Somoza”, se da un lato la dice lunga sul loro inte­resse alla preservazione dello status quo, dall’altro la­scia intuire la loro indifferenza verso le aspirazioni del Popolo. Inoltre ci fornisce la chiave di lettura dell’atteggiamento da loro assunto nei riguardi dell’Insurrezione popolare. Questa non era vista come un progetto di Po­polo per abbattere la dittatura e il colpevole sistema di cui esso era vittima, bensì come l’unico mezzo possibile per sbarazzarsi della tirannia – cosa che ai politici del­l’opposizione non era riuscita in quarantacinque anni – e far posto agli stessi politici inetti. Ma il Popolo non attese la be­nedizione dei vescovi per lanciarsi nell’impresa. Quando la benedizione finalmente giunse, il Nicaragua era già in fiamme.

Restava la speranza che, conclusa l’Insurrezione, il Po­polo consegnasse il potere ai politicanti, tornando tran­quillo alle proprie sofferenze quotidiane. Speranza di cui il giornale “La Prensa” si fece accanita portavoce.

Ai primi di luglio del 1979 si ebbe il più concreto sfor­zo per tradurre quella speranza in realtà. La lotta era al­lora armai praticamente finita. Le città del Nicaragua era­no cadute, una dopo l’altra, in potere degli insorti. An­che l’offensiva che il tiranno aveva scatenato contro Masaya per tentare di riconquistarla era fallita. Non rima­neva che trattare la resa con il Fronte Sandinista, avan­guardia vittoriosa.

Venne incaricata della trattativa una “Commissione inter­nazionale di mediazione”’, composta da diplomatici degli Sta­ti Uniti, del Venezuela e della Repubblica Dominicana. La stessa che già aveva inutilmente tentato di mediare tra ti­ranno e opposizione subito dopo l’Insurrezione del settem­bre 1978.

Durante la guerra di giugno-luglio la Commissione era parcheggiata a Caracas, pronta a mediare di nuovo. Solo che ora la mediazione era tra Popolo vittorioso e tiranno umiliato. L’FSLN aveva proposto una giunta di governo a cinque, ma il governo USA era restio ad accettarla. Trop­pi elementi di sinistra al suo interno!

Proprio nei giorni in cui si discuteva sulla giunta com­parve a Caracas una missione guidata dall’arcivescovo di Managua Obando y Bravo e composta dal presidente del COSEP (la Confindustria nicaraguense), da Josè Esteban Gònzalez Rapaccioli, del Partido Social Cristiano, da Umberto Bel­li, quello del “somozismo senza Somoza”, e da qualche al­tro.

La missione, che per recarsi a Caracas aveva avuto biso­gno dell’assenso del tiranno, era lì per proporre il suo “somozismo senza Somoza” come alternativa alla giunta trop­po di sinistra invisa a Washington. La soluzione piaceva persino al tiranno, preoccupato ormai di salvare quanto fosse possibile del suo sistema. C’è chi afferma che il governo statunitense propose a Obando di assumere provvi­soriamente la presidenza del Nicaragua. Sta di fatto che qualunque soluzione di ripiego avrebbe tradito la volontà popolare, sorretta dai suoi 55 mila morti. Al Popolo non interessavano né una presidenza Obando, né un “somozismo senza Somoza”, né nessun’altra scorciatoia improvvisata.

Qui trovò origine il dissidio che avrebbe visto antago­nisti Stato e Chiesa, Popolo e Chiesa. I Pastori apparve­ro come padrini di un progetto che non era quello popola­re, di cui anzi tentarono di impedire la realizzazione.

Per di più ora i vescovi si presentavano al Popolo con la duplice, ambigua investitura di Pastori e di politici, rendendo difficile, da quel momento, discernere le due fun­zioni.

E’ in forza di questa collocazione politica dei vescovi che noi accusiamo la Chiesa nicaraguense di essere borghe­se. I nostri vescovi, sensibili a questa accusa, ci hanno più volte risposto che si tratta di una volgare calunnia, perché in realtà sono poveri. Fingono di non capire che l’accusa che si muove loro non ha nulla a che vedere con conti in banca o con ville in montagna o al mare. Non ci interessano queste cose. Ma ci interessa la scelta di campo dei vescovi a fianco degli oppressori del Popolo.

Per un momento, tutta l’amarezza suscitata da questa scelta antievangelica parve destinata a scomparire, per uno di quegli eventi eccezionali che nella storia vengono definiti miliari. Il 17 novembre 1979 i vescovi pubblicarono una loro lettera pastorale: “Impegno cristiano per il nuovo Nicara­gua”. I dubbi, le reticenze, le omissioni del messaggio di luglio, la stessa scelta politica della gerarchia sembraro­no d’un tratto cose del passato.

“a) Riconoscere che il nostro popolo ha accumulato, durante i lunghi anni della sua emarginazione sociale e le sofferenze, l’esperienza necessaria che si trasforma ora in azione ampia e profondamente liberatrice. Il nostro popolo ha lottato eroicamente per il suo diritto di vivere con dignità, in pace e nella giustizia; questo è il significato di tutto quello che questo popolo ha portato a termine contro un regime oppresso­re dei diritti dell’uomo, dei suoi diritti personali e socia­li. Così come nel passato abbiamo denunciato questo stato di fatto come contrario alle esigenze del Vangelo, vogliamo adesso riaffermare la motivazione profonda di questa lotta per la giustizia e la vita.

b) Riconoscere che il sangue di quelli che hanno dato la vita nella lunga battaglia, il sacrificio di una gioventù che vuo­le strutturare una società giusta, la partecipazione meravi­gliosa della donna -emarginata per secoli – in questo processo, ci danno l’esatta idea di quali forze nuove partecipino nella costruzione del Nuovo Nicaragua (…).

c) Mettere in risalto la volontà precisa di cominciare fin dal primo giorno del trionfo rivoluzionario a dare una base giuridica a questo processo. Ciò è dimostrato dalla decisione di portare avanti fedelmente i programmi annunciati prima del trionfo, per esempio la promulgazione dello Statuto dei Diritti e Garanzie per i Nicaraguensi, la libertà di informazione, l’organizzazione dei partiti, la libertà di culto, di movimento, le nazionalizzazioni che ridonino al paese il processo delle ricchezze, i primi passi della Riforma Agraria ecc.., l’impegno di lanciarsi fin dai primi giorni del trionfo a organizzare e programmare una crociata nazionale di alfabetizzazione che nobilita lo spirito del nostro popolo, rendendolo capace di divenire egli stesso artefice del proprio destino e lo faccia partecipare responsabilmente e con chiarezza al processo rivoluzionario.

d) Riconoscere l’esistenza, nel paese, di conflitti tra oppo­sti interessi, motivati dalla riforma agraria, gli espropri di grandi proprietà, che possono essere aggravati dalle tra­sformazioni delle strutture economiche, politiche, sociali, culturali.

Riconoscere anche i rischi, i pericoli, gli errori di que­sto processo rivoluzionario, coscienti che nella storia non c’è nulla di assolutamente puro e in questo senso sottolinea­re il valore della critica e la libertà di espressione come mezzo insostituibile per segnalare e correggere gli errori e perfezionare il processo rivoluzionario stesso.Se, come alcuni pensano, il socialismo usurpasse agli uomini e ai popoli il carattere di protagonisti liberi della loro storia; se pretendesse di sottomettere ciecamente il po­polo alle determinazioni di quelli che ostentassero arbitrariamente il potere, non potremmo accettarlo. E’ un socialismo falso e spurio. Come nemmeno potremmo accettare un socialismo che volesse strappare all’uomo il diritto alle motivazioni religiose della sua vita o di esprimere pubblicamente queste motiva­zioni e convinzioni, qualunque sia il suo credo religioso.zioni e convinzioni-, qualunque sia il suo credo religioso.Se il socialismo porterà a processi culturali che daran­no dignità al nostro popolo, il coraggio per assumere responsa­bilità e per far valere i suoi diritti, si tratta certamente di una umanizzazione che va incontro alla dignità dell’uomo proclamata dalla nostra fede. Per quel che riguarda la lotta delle classi sociali, noi pensiamo che è da distinguere tra una lotta dinamica di classi che porti a una giusta trasformazione delle strutture, e l’odio di classe che si dirige contro le persone, contro il precetto cristiano dell’amore.Annunciare il Regno di Dio vuol dire farlo presente nel­la storia. In questo sforzo è in gioco la nostra fede che li­bera e stabilisce quella che la Bibbia chiama “la giustizia e il diritto” dei poveri. Questo impegno servirà di verifica alla nostra fede in Cristo. La testimonianza della fede si dà nelle opere. Nell’impegno per i poveri contro l’ingiustizia sociale la nostra fede diventa feconda per gli altri e per noi. Ci facciamo cristiani nella misura in cui faremo opere cristiane. Il Vangelo ci insegna che, di fronte alla realtà che viviamo, oggi, in America Latina, non possiamo amare il fratello di Dio senza impegnarci personalmente e molte volte anche di fronte alle strutture…Questa scelta suppone la rinuncia a vecchi sistemi, esi­ge la conversione profonda di noi tutti come Chiesa. Il gior­no in cui la Chiesa non si presenterà al mondo povera e allea ta naturale dei poveri, tradirebbe il suo fondatore Gesù”.

 

Questa Lettera Pastorale dell’Episcopato Nicaraguense vede la firma di: Monsignor Miguel Obando y Bravo (Arcivescovo di Managua e Presidente della Conferenza Episcopale), Monsi­gnor Pablo A. Vega (Vescovo di Juigalpa), Monsignor Rubèn Lo­pez A. (Vescovo di Estelì), Monsignor Manuel Salazar E.  (Ve­scovo di Leon), Monsignor Leovigildo Lopez P. (Vescovo di Granada), Monsignor Julian Barni S. (Vescovo di Matagalpa), Mon­signor Salvador Schlaefer (Vescovo di Bluefields).

Dopo sette anni di Rivoluzione, guardando la tormentata storia della nostra Chiesa nicaraguense, possiamo dire senza tema di smentita che la lettera del 17 novembre ha rappresentato, per i cristiani del nostro paese, quello che il Concilio Vaticano ha rappresentato per la Chiesa universale e la Conferenza di Medellìn per l’America La­tina.Si sa con certezza che l’incaricato d’affari della Santa Sede in Nicaragua, Monsignor Pietro Sambi, così come Gusta­vo Gutierrez, padre della Teologia della Liberazione, svol­sero un ruolo importante. Il primo aveva insistito perché i vescovi emettessero un documento di orientamento dei cri­stiani nei loro rapporti con la Rivoluzione. Era convinto che essi avessero un’occasione d’oro per tradurre in prati­ca la famosa scelta preferenziale per i poveri. A suo avvi­so il Processo rivoluzionario, col suo segno pluralista, of­friva ai cristiani, a differenza di altre esperienze solo in apparenza simili, la possibilità di esercitare il pro­prio carisma e di annunciare il Regno di Dio.Sambi era arrivato in Nicaragua dopo una lunga esperienza a Cuba, che doveva essergli servita da base per impostare le relazioni con il governo sandinista. Non possiamo affer­mare, per mancanza di elementi, che accettasse a occhi chiusi la Rivoluzione. E’ probabile, però, che la sua azio­ne fosse guidata da una realistica valutazione dell’irre­versibilità delle trasformazioni in atto.E per i cristiani del Nicaragua fu un sospiro di sollie­vo. Ancor oggi essi continuano a guardare a quella lettera come a un “segno dei tempi” sorto repentinamente in mezzo alle contraddizioni enormi del loro mondo ecclesiale, a riprova che lo Spirito di Dio è sempre vivo nella Chiesa no­nostante gli sforzi di coloro che, impantanandosi ogni giorno di più nelle proprie ambizioni, tentano di zittir­ne la voce o, quanto meno, di interpretarla a modo loro.

Ma il sollievo è breve, quasi un’illusione. Nel febbraio 1980 esce una nuova lettera pastorale in cui si riaffaccia­no lo spirito e lo stile del messaggio di luglio. Dubbi, sospetti, reticenze. E c’è anche qualcosa di più. I vesco­vi lasciano intendere che in Nicaragua vige ancora la tor­tura. Non lo affermano a chiare lettere, lo suggeriscono, ma quel modo reticente, quasi dispiaciuto con cui lo insi­nuano non attenua l’impatto della rivelazione. Anzi, lo aggrava. Essi aggiungono che non appena avranno in mano prove evidenti non mancheranno di esibirle a chi di dove­re. Le prove non verranno mai. A chi legge o ascolta non rimane che fidarsi di chi parla o scrive, e prendere per prudenza quel che in realtà è calunnia.

Fare insinuazioni di ogni sorta è una nuova prassi adot­tata dai vescovi, nei loro comunicati, a datare dall’ini­zio del processo rivoluzionario; l’esatto contrario della prassi usuale prima della Rivoluzione. Come si ricorderà, i vescovi del Nicaragua attesero sette anni prima di de­nunciare la scomparsa di centinaia di campesinos. Giusti­ficarono il loro silenzio con la mancanza di prove sicure della scomparsa di quegli infelici. Ora, invece, accusano senza prove, sulla base di semplici sospetti, di dicerie, di lettere anonime. Della prudenza e del riserbo è sparita ogni traccia.

Appena tre mesi dopo aver pubblicato un documento eccle­siastico tra i più belli di tutta la storia della Chiesa latinoamericana, i vescovi mutano dunque di nuovo, radi­calmente, il loro atteggiamento nei confronti della Rivo­luzione. Il mutamento è brusco e violento, segno evidente che qualcosa si sta sinistramente muovendo dietro le quinte del mondo vescovile. E’ nostra opinione che qualcuno, dal di fuori, stesse prendendo con decisione le redini del governo ecclesiasti­co, della condotta della Gerarchia.

 

Il Nicaragua e la sua Rivoluzione sono un punto di rife­rimento, un simbolo cui guardano speranzosi milioni di oc­chi dall’America Latina e dal mondo. Il fallimento o il successo della Rivoluzione Popolare Sandinista saranno de­terminanti per il trionfo o la sconfitta delle lotte di li­berazione. E’ troppo rischioso lasciare che i vescovi del Nicaragua decidano sulla base della realtà che vive il Po­polo di Dio. Per questo le pressioni, oggi come al tempo del comunicato dei vescovi, sono all’ordine del giorno.

Le discussioni sulla violenta sterzata non sono finite, né crediamo finiranno tanto presto. I vescovi non hanno mai dato spiegazioni soddisfacenti al Popolo di Dio. Noi pen­siamo che tutto ciò rientri nel piano di restaurazione in atto nella Chiesa, piano che si iniziò ad attuare, parados­salmente, a partire dallo stesso Concilio Vaticano Secon­do.

Tuttavia, a costo di essere tacciati di ingenuità, pensia­mo che la lettera del 17 novembre 1979 abbia lasciato qual­che buon germe anche nei vescovi. In qualche modo, i prelati hanno preso coscienza dell’autenticità del Cammino intrapre­so dal Popolo di Dio del Nicaragua. Desumiamo ciò, pur in mancanza di prove, dalle tante conversazioni sostenute con molti di loro. Il fatto è che, quando il buon seme inizia a germinare, qualcuno – Vaticano o CELAM – interviene dall’e­sterno, e la piantina rimane soffocata.

Il provenire da una generazione che il Popolo di Dio ha condannato, l’essere membri di un’istituzione che con quel­la generazione ha condiviso e condivide il potere economi­co, lo svolgere il ruolo di elementi portanti di una strut­tura in cui coloro che stanno in basso sono condannati a fa­re perennemente da piedistallo a coloro che stanno in alto, l’esercitare il vescovato in un paese cui il Vaticano non ha mai attribuito la minima importanza, la presenza ai ver­tici del CBLAM di uomini con la traiettoria e le caratteri­stiche del cardinale Alfonso López Trujillo, l’autoritari­smo di Papa Woytjla con il suo modello esclusivo di catto­licesimo polacco (e tutto quel che ne deriva), sono fattori che hanno condizionato gli incerti passi rivoluzionari dei nostri vescovi. Disgraziatamente, la loro caratteristica saliente è una certa dose di ambizione, che impedisce loro di resistere evangelicamente a pressioni non certo evange­liche perché intraprendano un cammino antipopolare, anti-poveri, controrivoluzionario.

 

I nostri vescovi, poco a poco, si sono rinchiusi nel ca­stello della loro gerarchia, e di lì hanno tentato con tut­ti i mezzi possibili, anche se invano, di imporre al Popolo di Dio criteri imposti da fuori, estranei alla realtà popo­lare. Invece di scegliere il cammino del Popolo di Dio, gui­dati dai segni di Vita che lo costellano, si sono lasciati convincere e sottomettere da gente senza scrupoli, che quei segni di Vita disconosce.

Difficile percorso, quello dei nostri vescovi. Un percor­so che li affogherà in un mare di contraddizioni mai risol­te, e li allontanerà da quel Popolo di cui sono stati desti­nati Pastori.

 

Il Popolo cresce, si autodetermina, afferma il proprio ruolo di protagonista nella realtà che ha creato con il Sangue dei propri Martiri. I vescovi chiudono gli occhi su tutto ciò, e tentano un’opera di condizionamento condotta con ogni possibile arma. Nel corso dei lunghi anni di Ri­voluzione non sapranno o non vorranno riconoscere, dalla loro scomoda posizione, alcun segno cristiano o quanto meno umano negli eventi in corso, tale da meritare la loro appro­vazione.Crediamo di avere qualche indizio del condizionamento su­bito dai vescovi. Sin dal mese di agosto del 1979, giunse in visita al Nicaragua uno sconosciuto personaggio vaticano, accompagnato da un vescovo del CELAM. Obando ci avrebbe poi spiegato che entrambi erano venuti ad avvertire che tutti gli aiuti dei cattolici del mondo al Nicaragua sarebbero dovuti passare attraverso l’istituzione vaticana “Cor Unum”. Era una spiegazione che non spiegava nulla, ma che in­duceva a sospettare che i motivi della visita fossero al­tri. Difatti Obando, che ci aveva promesso una lettera di presentazione per il nostro lavoro di solidarietà in Italia, ci disse chiaro e tondo che non avrebbe potuto darcela, “altrimenti il Papa lo avrebbe rimproverato”.I 320 mila dollari preventivati vennero poi messi a dispo­sizione del CELAM dalla Fondazione “De Rance” di Milwakee (Wisconsin). Fondazione notissima in America Latina perché sostiene l’Istituto Corazón de Jesùs, di cui è membro il fa­migerato padre Roger Weckmans, che ebbe un ruolo di primis­simo piano nella preparazione del golpe cileno.”L’entrata in scena del CELAM in Nicaragua sarà davvero utile per far conoscere Puebla? A dire il vero, l’assemblea di Puebla non mostrò nessun interesse per la lotta di libe­razione del Nicaragua, e proprio quando questa era più in­tensa e la repressione somozista più crudele. A Mons. Ciban­do fu impedito di prendere parte all’assemblea, ai cristia­ni nicaraguensi presenti fu proibito di parlare del calvario dei figli di Sandino. I rappresentanti del CELAM hanno ora l’obbligo di spiegarci questi cambiamenti. Il popolo nicara­guense conosce diversi modi di rapportarsi alla sua lotta. In passato ci sono stati sacerdoti cattolici nell’esercito del Genocida. Il Nunzio Gabriele Montalvo brindava con Somoza proprio il giorno in cui il figlio di costui mitragliava la popolazione civile di León. Oggi alcuni sacerdoti, come Er­nesto e Fernando Cardenal, Miguel D’Escoto, Edgard Parrales, accettando cariche nel governo rivoluzionario, espressione del Popolo organizzato, hanno fatto la loro scelta preferen­ziale per i Poveri.”Non facciamo nessuna scoperta se additiamo in López Tru­jillo uno degli uomini che hanno determinato il repentino cambiamento di rotta dei presuli nicaraguensi. La sua improvvisa apparizione e la sua fulminea ascesa nel firmamento ec­clesiastico latinoamericano inducono a molte congetture, tanto appaiono poco casuali.A Lòpez Trujillo, ancora segretario del CELAM, si deve il primo documento di lavoro in preparazione di Puebla, che fu respinto da tutta la Chiesa latinoamericana. Risultò trop­po evidente, fin dalle prime battute del documento, la vo­lontà di utilizzare l’assemblea di Puebla per annullare, fin dove possibile, quanto risolto a Medellìn. Era ben nota a tutti l’avversione di questo vescovo nei confronti dei teo­logi della Liberazione, e in particolare di padre Leonardo Boff.Questo era l’uomo che avrebbe dovuto curare i “soccorsi” al Nicaragua. Nel pacchetto d’aiuti del CELAM era previsto l’invio nel paese di un gruppo di sacerdoti incaricati del­la riapertura del seminario nazionale. Costoro avrebbero dovuto possedere un’alta spiritualità, per preparare i se­minaristi ad affrontare una società scristianizzata dalla Rivoluzione, quale si supponeva fosse la società nicaraguen­se.L’abbandono del seminario fu il primo clamoroso capitom­bolo della Conferenza Episcopale nicaraguense sul suo pe­noso cammino a ritroso dalla Rivoluzione. Negli anni suc­cessivi sempre più spesso avremmo visto i vescovi assumere atteggiamenti di sapore controrivoluzionario e le loro pre­se di posizione, i loro pronunciamenti, coincidere con quel­li dei nemici della Rivoluzione.

 

Vennero i sacerdoti, e subito, con profonda onestà, si incaricarono di immergere i seminaristi nella realtà di cui quei giovani facevano parte, e che molti di loro avevano contribuito a determinare. Ciò non piacque a molti vescovi, e di lì a pochi mesi il seminario nazionale chiuse nuovamen­te le porte. Amaro destino per un’opera costruita venti an­ni prima grazie a una donazione di 100 mila dollari da par­te dei vescovi tedeschi, e destinata a essere aperta e chiusa per ben tre volte nell’arco di due decenni.

Il giorno stesso della sua nomina a cardinale, López Tru­jillo viene ricevuto in udienza da Papa Woytjla. Gli elogi che gli rivolge il Pontefice sono tali e tanti che molti si chiedono a quali ulteriori mete aspirerà ora il nuovo cardi­nale. Del resto, il motivo di tanta simpatia non è un miste­ro. I quattro anni di presidenza del CELAM López Trujillo li ha trascorsi prevalentemente a Roma, frequentando con as­siduità quei circoli polacchi ora tanto di moda in Vaticano. Si assicura che in un mese è riuscito a incontrare il Papa più spesso di quanto non vi siano riusciti tutti i cardina­li della Curia romana in vari anni. Inoltre si sospetta che abbia accesso a fondi cospicui, viste le opere faraoniche intraprese nella sua diocesi e i suoi frequentissimi viag­gi. Ma ciò conta poco a fronte della caratteristica più spiccata di López Trujillo: un anticomunismo viscerale, ali­mentato dal timore che il marxismo si stia insinuando nel­la Chiesa dell’America Latina attraverso la Teologia della Liberazione.

E’ fatto vescovo a poco più di trent’anni. La sua nomina viene contestata da alcune comunità cristiane durante la stessa cerimonia di consacrazione, caso probabilmente unico in tutta l’America Latina. Poco dopo è nominato segretario del CELAM e quattro anni più tardi presidente. Al termine della sua presidenza viene eletto cardinale.

Effettivamente un anno prima il CBLAM, attraverso il suo presidente Alfonso Lòpez Trujillo, aveva impedito a Obando – in quel momento il vescovo più critico nei confronti della dittatura – di prendere parte all’assemblea di Puebla. A sua volta Obando, di ritorno in Nicaragua, fu aspramente critico nei confronti di López Trujillo. Oggi i due prela­ti intrattengono una cordiale amicizia.

Le Comunità Cristiane di Jalapa, in una memorabile lette­ra ai vescovi, manifestarono le loro più che giustificate riserve sulla presenza del CELAM in Nicaragua:

Ai primi del gennaio 1980 visitò il Nicaragua, a nome del CELAM, il cardinale brasiliano Lorscheider. Terminata la vi­sita, i vescovi nicaraguensi si riunirono con lui nel Costa Rica, per preparare una relazione da inviare a Roma. Nella relazione era tracciato anche un piano di aiuti per il Ni­caragua, consistente nell’invio di Bibbie e libri a carat­tere religioso, nella promozione di seminari di studio dei documenti di Puebla per vescovi e sacerdoti, nell’invio di catechisti dal Messico e dalla Columbia, il tutto per un preventivo di spesa di 320 mila dollari. Nella relazione si accennava anche alle difficoltà economiche, alla mancanza di medicinali e di alimenti. Per ovviare a tale situazione non si stanziava però nemmeno il becco di un quattrino.

Il nuovo vino rivoluzionario ha fatto scoppiare i vecchi otri della Chiesa.

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