di Maria Francesca Zini

heads02.jpgNuove frontiere fra scienza e magia, l’ET alla ricerca di brevetti.
Il trafiletto era in colonna destra del giornale on line, quella riservata a cinema, calcio, pettegolezzi e sensazionalismo tecnoscientifico. C’era la foto di un tizio in camice bianco con in mano un medaglione dal disegno complicato. Maira lesse, poi riportò in primo piano la schermata del compilatore. Cazzate, come al solito. I pettegolezzi sulle celebrità erano più onesti.

“Hai visto quella notizia sui TED?”
Erano in mensa. Chiara alzò la testa, ripulendo con le labbra il cucchiaino dallo yogurt. “Devi smetterla di leggere la colonna destra del Paese on line, Maira” commentò ridacchiando. Poi si rituffò nel vasetto.

“TED, l’ultima follia dei Vip” Il giornale on line era diverso, la colonna sempre quella di destra. Nella foto c’era un’attrice, bella come un regalo avvolto in carta luccicante, che faceva finta di nascondere con una mano il medaglione al collo. Secondo l’articolo i TED impazzavano fra attori, grandi manager, ereditiere e in generale fra tutti quelli che se lo potevano permettere, dati i prezzi. Il bon ton imponeva che i TED fossero invisibili, e che l’unico segno della loro presenza, comunque da dissimulare, fosse il TEDseal, inciso su un medaglione o addirittura tatuato addosso. Maira pensò che quell’articolo di pseudoscienza di qualche mese prima doveva avere un fondo di verità, dopotutto. Le società che si erano accaparrate i brevetti ET stavano facendo soldi a palate, e si preparavano a farne molti di più, appena i costi della tecnologia si fossero abbassati abbastanza da renderla di massa. A lei sembrava ancora una gran cavolata.


“Bah, sembra sia vero. Uno degli alti capi è stato a un incontro a Londra, e adesso non fa che pontificare. L’ET di qui, l’ET di là, l’ET ci salverà dalla crisi…”.
Maira bevve un altro sorso della sua vodka lemon. Era l’ora dell’aperitivo, e intorno ai tavolini dell’Orca Minore c’era un tale frastuono che per capirsi bisognava urlare. Ma quello che stava dicendo Alessio le interessava.
“Quindi funziona davvero”.
“Pare”. Alessio scrutò nel suo bicchiere. “In realtà è una tecnologia che i militari usano da non si sa quanto tempo. Ora hanno deciso di divulgarla”.
“Come Internet”, interloquì Matteo.
Maira fece una smorfia. “Che l’abbiano tirata fuori i militari non mi stupisce. Ma Internet è una cosa diversa”.
Alessio fece un gesto vago. “Il capo diceva qualcosa, sull’accumulo sistematico di energia neurale… Non ho capito bene, ma il concetto è che senza Internet forse non avremmo i TED”.
Maira sospirò. La Rete non era qualcosa a cui fosse disposta a rinunciare.

“TED, una tecnologia in evoluzione fulminea”. “New York, InfSys Universal. I TED saranno presto disponibili per un pubblico più vasto. La InfSys si prepara infatti a lanciare sul mercato il primo TED pensato per una larga diffusione, con caratteristiche fondamentali che non differiscono molto da quelle dei modelli più potenti, e un costo che, anche se rimane importante, consentirà nelle previsioni della società…”.

Maira rigirò il cucchiaino nella tazzina, reprimendo un terribile sbadiglio. Erano le undici di mattina di lunedì ed era sicura che un’analisi delle sue onde cerebrali avrebbe rivelato al suo capo e al mondo intero l’impietosa verità: era ancora irrimediabilmente addormentata. Intorno a lei, confortanti, gli odori e i rumori della pausa: il sibilo della macchina, l’odore intenso del caffè, il chiacchiericcio di Chiara e Marisa.
“Io non ho proprio capito”, stava dicendo Marisa in quel momento, “ma a che servono, alla fine?”.
Risata.
“Beh, pare che se c’è in giro qualche TED le feste siano molto più divertenti”.

“TED, code nella notte”. La notizia era passata dalla colonna destra del sito a quella centrale. “Ieri sera, 10 luglio, alle 23.30 c’erano già trecento persone in file davanti al negozio InfSys della Galleria Vittorio Emanuele a Milano. Tutti lì per il lancio europeo del PersonalTed I. «Ne abbiamo venduti più di mille», dicono oggi da dietro il banco del negozio. Il primo della fila era lì davanti dalle 18: quindici ore prima dell’apertura. Questo nonostante il prezzo non certo popolare, che…”.

Ding. Posta in arrivo nelle cuffie di Maira.
From: Tiziana
To: AssoVerde_list
Subject: Articolo su TED e inquinamento elettroneuronale
“Carissim*
vi invio il link a un articolo di Girolamo Foschi sui rischi della diffusione indiscriminata dei TED nelle nostre città. Foschi sarebbe disponibile per un incontro pubblico su questo tema, ne parliamo alla prossima assemblea? Un abbraccio, Tiziana”.
Maira aggrottò la fronte. Il concetto di inquinamento elettroneuronale le era nuovo. Ma non dubitava che qualcosa, riguardo a questa storia dei TED, girasse storto.

“TED, pirateria fuori legge”. La notizia adesso era evidente, sia su Internet che su giornali e telegiornali. “Decreto del Consiglio dei ministri che rende illegale la duplicazione o l’elaborazione personale dei TED. «La normativa — dichiara il ministro dell’Interno — è stata emanata come decreto per il suo carattere di urgenza, ma sicuramente verrà votata in modo bipartisan dall’aula. Non si tratta infatti solo di proteggere i brevetti relativi all’ET, come pure è doveroso, ma anche di assicurare la sicurezza dei cittadini. La produzione o l’utilizzo di TED privi di un seal che rispetti le normative europee può condurre a incidenti pericolosi». Resta da capire come sarà fatta rispettare la delibera, considerando l’estensione del fenomeno TED e la diffusione, specialmente fra i giovanissimi, di falsi seal, inattivi ma in apparenza del tutto simili a quelli autentici…”.

“Cominciamo?”.
Erano nella sala posteriore della biblioteca comunale. L’assemblea per la costituzione di un comitato cittadino contro l’inquinamento elettroneuronale provocato dai TED era stata indetta dalla sezione locale di AssoVerde. Maira conosceva almeno metà delle persone presenti, gente con cui aveva già fatto in passato comitati e manifestazioni. Ma c’erano anche visi nuovi, fra cui parecchi ragazzi. Una buona cosa, pensò Maira. Tiziana Bisenzi, che aveva convocato l’assemblea, stava iniziando a parlare. Poco a poco il brusio generale cessò. A un tratto si sentì una serie di colpi sordi, come di qualcuno che camminasse pesantemente su un pavimento di legno. Tiziana si interruppe, e si guardò attorno perplessa. I colpi si ripeterono, più ritmati, impazienti. Uno dei ragazzi, che indossava un pesante giubbotto nero e una sciarpa stretta attorno al collo si alzò, il viso rosso mattone.
“Scusate”, mormorò. “Avrei giurato di averlo messo in quiete, ma non sempre… Mi dispiace, mi obbligano per il lavoro, scusate, esco e ci riprovo”.
Scappò dalla sala. Il rumore dei colpi si attutì, e svanì lentamente. Maira e Matteo, che sedevano accanto, si guardarono. Tiziana sospirò udibilmente. “Va bene.” disse “Allora dicevamo…”.

Yawoo Answers, domanda di Kiki93: “Mia madre non mi vuole prendere il TED…?”.
“Mia madre dice ke il TED costa troppo e poi nn si sa ancora se davvero è pericoloso… mi ha detto ke devo aspettare di avere 18 anni… capisco le sue intenzioni buone, ma io lo voglio un TED!!! Cosa devo fare?”.
Miglior risposta scelta dal Richiedente
“Insisti fino all’esaurimento… con tre mie amiche ha funzionato!!! E poi tua mamma nn può capire. Cmq dille che ora và di moda fra i giovani, altrimenti sarai esclusa… Falla riflettere!”.
Maira sospirò, e chiuse il browser. La Rete era una gran cosa, sicuro, ma a volte le venivano dei dubbi.

“No, non ci arrivo. Lanciano scomuniche per l’aborto, l’eutanasia, il matrimonio omosessuale…”.
Matteo la guardava ironicamente. “Ehi”, disse, “Guarda che sei tu la quasi-ancora-cattolica”.
Maira sbuffò. “…la contraccezione, e su questo stanno zitti? Ma come fanno?”.
“Ma no, la dichiarazione contraria del Vaticano c’è stata, ma per ora la moda è troppo diffusa e tengono la polemica bassa… aspettano…”.
“Tutto quel che fanno è limitarsi a chiedere di lasciarli fuori dalle chiese”.
“Così almeno lì stai tranquilla”.

Rubrica salute di Canale 9, intervista al primario di neurologia dell’ospedale Sant’Ignazio.
“Manca ogni evidenza scientifica della dannosità dei TED, e della reale esistenza di questo inquinamento elettroneuronale, come viene fantasiosamente chiamato. Certo, è sempre bene prendere alcune precauzioni dettate dal buon senso, come non dormire con il TED attivato… Un’altra regola di prudenza può essere quella di non tenere troppo a lungo i TED vicino ai bambini…”.

La donna che aspettava l’autobus vicino a Maira parlava al telefonino e teneva per mano un bambino di forse tre anni, dagli occhi scuri e vivaci. Il piccolo si dondolava lentamente attaccandosi al braccio della madre, nella ginnastica sul posto tipica dei bambini annoiati ma rassegnati. Ogni tanto la madre lo tirava su con uno strattone impaziente, continuando a parlare fitto nel cellulare. Il bambino guardava Maira, che gli sorrideva complice in risposta, rideva e ricominciava da capo il movimento. Una delle sue oscillazioni intercettò i passi di una ragazza bionda, veloce ed elegante, appena uscita da una macchina. La ragazza abbassò gli occhi infastidita per vedere cosa la stesse ostacolando, poi il suo volto si addolcì alla vista del piccolo. Si accovacciò, bilanciandosi sui tacchi alti, per portare il suo viso liscio e ben truccato all’altezza di quello del bambino. In quel movimento una catenina con un ciondolo rotondo dall’incisione complicata le scivolò fuori dalla scollatura della lucida camicetta.
“Ciao piccolino. Come ti chiami? Come sei bello!”.
Il bambino la guardò perplesso. Poi, senza alcun preavviso, la sua faccia si incrinò, e iniziò a piangere disperatamente, urlando in modo tale che perfino sua madre fu costretta a prestargli attenzione.
“Ma che fai, dai, la signorina bella voleva solo salutarti, dai, piccino”. La madre si voltò verso la ragazza in tono di scusa. “Non so cos’abbia, di solito non ha problemi con gli estranei”.
La ragazza si rialzò senza rispondere e si allontanò, con un cenno di saluto e un sorriso che, pensò Maira turbata, era quasi soddisfatto.
Il bambino continuava a piangere senza consolazione.

Facebook.
Alessandra Lucini invited you to join the group “Quelli che il TEDseal se lo tatuano sotto i piedi”.

Maira evitava i centri commerciali ma il sabato mattina era terrificante anche al supermercato di quartiere. Quando si era messa in coda aveva davanti quattro carrelli strapieni, e ora che ne rimaneva uno solo la sua proprietaria intratteneva la cassiera. Blablabla, l’hai visto ieri sera, ah, son proprio bravi quei ragazzi, però come ballano bene, blablabla, certo fosse figlia mia…”.
Alla fine, come dio volle, la signora salutò e si allontanò con la sua spesa. La legge di Murphy è sempre valida, e trova evidenti applicazioni nelle code dei supermercati, sospirò fra sé Maira, mentre la cassiera, inalberato un viso di pietra, faceva passare più velocemente ma senza troppa fretta la sua spesa. Mentre la sua mano si muoveva sul nastro la manica le si rialzò sul braccio, e Maira vide che all’interno del suo polso era tatuato, in inchiostro rosso cupo, un cerchio con iscritto un disegno complicato. Maira lo guardò sorpresa. Ormai era in grado di riconoscere quegli aggeggi. Squadrò la cassiera: una donna sulla trentina, il viso cavallino, corti capelli neri pettinati all’indietro, occhiali ornati di strass su occhi lievemente sporgenti. Il ritratto della normalità un po’ sfigata. Quel tatuaggio doveva essere una delle imitazioni che andavano di moda, pensò Maira, era impensabile che una così potesse essersi davvero presa un TED.
La cassiera alzò lo sguardo e vide gli occhi di Maira puntati sul suo polso. Rivolse a Maira un sorriso in cui si vedevano tutti i denti.

Copertina di DonnaTutta, edicola della stazione.
“Il fascino all’epoca dei TED. Come usarli per rimanere giovane ed essere bellissima”.

La luce mancò all’improvviso. Il buio invase la stanza. Un rumore di ceramiche infrante li fece sussultare. Silvana, che stava sparecchiando, aveva fatto cadere i piatti.
Era un normale sabato sera, a casa di Stefano e Silvana. Ma l’atmosfera non decollava, la conversazione era stentata e insolitamente rigida. Matteo e Stefano stavano parlando di lavoro quando ogni lampada della casa si era spenta, e il rumore dei piatti che si spaccavano sul pavimento li aveva fatti saltare tutti sulle sedie.
“Cazzo, Silvana”, aveva detto Stefano irritato, “Non fare cretinate”.
Ora parte la rissa, pensò Maira quasi sollevata, ma ci fu solo un silenzio prolungato, poi la voce di Silvana che diceva quietamente e in tono remissivo: “Scusa, Stefano”. Maira sentì Matteo che si muoveva inquieto accanto a lei. “Cos’è, un blackout?”, chiese. “No”, rispose Stefano, deciso. “Non è niente, state tutti fermi un attimo”.
Maira si sforzò di obbedire ma si sentiva nervosa. Questo buio non è normale, pensò, almeno i fari delle macchine sulla strada dovrebbero vedersi. Invece l’oscurità era completa. In quel nero assoluto, improvvisamente a Maira parve di percepire qualcosa che si muoveva pesante ma silenzioso per la stanza. Qualcosa di grosso.
La luce si riaccese.
Rimasero tutti immobili ancora qualche istante. Poi Silvana, con una serie di imprecazioni, iniziò a raccogliere i cocci da terra. Maira andò a darle una mano, mentre Matteo sfotteva la loro ospite perché aveva paura del buio. L’atmosfera si era improvvisamente alleggerita, battute allegre iniziarono a incrociarsi sopra il tavolo. Stefano scosse la testa “Scusate”, disse alla fine, “è colpa mia, sono i primi giorni e ancora non lo so usare bene”.
Maira lo guardò stupita: “Ma cosa?”.
Silvana prevenne la risposta del suo ragazzo con uno sbuffo: “il signore si è fatto il TED”.
“Stai scherzando”. Maira si accorse che il suo tono era eccessivamente freddo e stupito. Ma Stefano non parve farci caso. “Lo so, lo so”, commentò, “ma il capo praticamente non ci ha lasciato scelta. Aumenta davvero la produttività, in certi settori in maniera impressionante. Dei miei colleghi già due se l’erano preso per i fatti loro, e io sono l’ultima ruota del carro, cosa ci potevo fare…”.
“Dove lo tieni il comando?”.
Stefano la squadrò, gli occhi duri e distanti. Evidentemente quella era una domanda molto maleducata. Maira scosse la testa come per dire di lasciar perdere, e dopo qualche secondo Stefano smise di guardarla, e ricominciò a scherzare con Matteo.
Bevvero parecchio vino. La serata, alla fine, fu molto divertente.

Notiziario di Radio36, intervista al sottosegretario all’Economia Girolamo Cotone.
“I comitati anti TED sono solo l’ulteriore manifestazione di una politica che sa dire solo no in modo miope ed egoistico, senza proporre alcuna soluzione alternativa. L’ET è una risorsa fondamentale per il nostro paese, e il governo si impegna ad incentivare in ogni modo la sua applicazione…”.

I passi di Maira echeggiavano sotto i portici. Erano quasi le due, lei e Marisa si erano salutate ridendo poco prima, davanti al bar, e ora Maira veleggiava leggera e un po’ sbronza sul selciato sconnesso. Ormai non c’era quasi più nessuno in giro. Una truppa di ragazzotti, giubbotti neri e berretti con la visiera, sbucò da un vicolo davanti a lei. Schiamazzavano allegri e bevevano birra. Maira non li degnò di una seconda occhiata, ma uno di loro, mentre li oltrepassava, allungò una mano nella sua direzione: “Scusa, ciai una sigaretta?”.
Ce l’aveva. Si faceva più veloce a offrirla che a dir di no. Il ragazzo la tirò fuori dal pacchetto e se la piazzò spavaldo in bocca. “Grazie”, aggiunse, “da accendere ce l’ho”. Voltò la mano e le mostrò il palmo, sul quale il seal, tatuato in inchiostro blu, iniziava già a scintillare. Maira alzò lo sguardo e con lo stomaco che le si serrava vide il contorno di una sagoma ingombrante formarsi alle spalle del suo interlocutore. Il ragazzo la guardava con occhi maligni. Maira si voltò e si mise a correre, temendo di sentire da un momento all’altro qualcosa che la tratteneva. Ma la inseguì solo il suono sguaiato e cattivo delle risate del gruppo.

Forum notizie nascoste, post di Lamaya77.
“Le statistiche ci sono, ma vengono oscurate. È un’epidemia, sono colpiti soprattutto i bambini e le donne giovani… Non ci dicono nulla e ci trattano da pazzi. Fate girare, organizziamoci, uniamoci, I TED SONO PERICOLOSI…”.

I raggi del sole filtravano dagli scuri. Maira si rigirò su se stessa, sospirando soddisfatta. Era sabato, era primo pomeriggio, e c’era aria di primavera. L’ansia sotterranea che da qualche tempo sembrava perseguitarla si era come magicamente dissolta. Abbracciò Matteo steso accanto a lei e appoggiò la testa sul suo petto nudo. Lui le accarezzò piano una spalla, e Maira chiuse gli occhi, godendosi la tranquillità del momento. Ma dopo un po’ l’immobilità del compagno la sorprese. Maira si tirò su per guardarlo in faccia. Aveva gli occhi chiusi. “Tutto bene?”, chiese lei, piano.
“Sì”. Qualche secondo di silenzio. “Maira…”.
“Hm?”.
“Ho ordinato un TED, vado a ritirarlo lunedì mattina”.
Maira si alzò a sedere di scatto, una lama di angoscia nello stomaco. “Cosa? Ma sei matto?! Avevamo detto…”.
“Lo so cosa avevamo detto!” Anche Matteo si era seduto, e urlava arrabbiato. “Lo so, ma non ne posso più, Maira! Non è più possibile!”.
Lei lo guardò. Si conoscevano da sette anni, stavano insieme da cinque, erano nudi in un letto come mille altre volte prima, e all’improvviso le sembrò di avere davanti un perfetto estraneo. Buttò le gambe fuori dal letto, cercò i vestiti sul pavimento. La voce di Matteo si abbassò, ridivenne calma.
“Forse dovresti considerare l’idea anche tu, potremmo…”.
“No”. Maira scosse la testa. “Non è per ideologia, ci ho pensato, è che proprio non…”. Si voltò a guardarlo, lui si era disteso di nuovo. Maira si accorse con sgomento di avere le lacrime agli occhi e la voce incrinata. “Matteo, ma perché?”.
Lo sguardo di lui era fisso, la voce cupa. “Ho paura, Maira. Mi pare che stia diventando pericoloso, non averne uno”.

ReBorn economy monitor, 16 maggio 20…
“L’Italia guida il boom dei TED. Con 84 abitanti su 100 in possesso di un abbonamento a servizi di ET, l’Italia è il paese europeo che conosce la maggiore diffusione dei TED: è quanto emerge da uno studio statistico…”.

“Cretinetta, il capo ti vuole”.
Maira alzò gli occhi dal computer. Qualche settimana prima le avevano cambiato postazione, mettendola nell’angolo vicino alla porta e alla stampante, con un continuo traffico di gente davanti, e la finestra d’angolo che si rifletteva abbagliante sul suo schermo. A parlare così era stata Chiara, che le passò poi davanti con un ghigno sprezzante sul volto. Maira abbassò lo sguardo. Allo scherno quotidiano era quasi assuefatta, ma non sopportava gli occhi estranei e crudeli e il tono maligno di quella che fino a qualche mese fa era stata una cara amica.
Maira si alzò. Questa volta il capo avrebbe avuto anche qualche motivo oggettivo per cazziarla: non vedeva Matteo da quasi un mese, e questo aveva dato il colpo finale al suo già incerto rendimento lavorativo.
Percorse l’open space cercando di evitare lo sguardo dei colleghi. Ormai non salutava più: chi non la ignorava le rispondeva con una battuta la cui precisa malevolenza colpiva sempre il segno. Come se ogni suo sentimento o debolezza fossero di pubblico dominio. Aprì la porta della direzione, e se la richiuse alle spalle. Si fermò, interdetta. C’era qualcosa di strano.
Vincenzo Leoni era seduto alla sua scrivania e stava consultando assorto delle carte. Ma c’era qualcun altro seduto sulle poltroncine attorno al tavolo da riunione. Maira si voltò, affascinata come un topolino davanti a un serpente.
“Spero non le dia noia, Martelli”. La voce del capo le arrivò come un ronzio lontano. “Ho dovuto lasciare il TED attivo, è per un lavoro importante”.
Si trova sempre un modo inoffensivo per dire le cose, pensò Maira, la testa che le girava. L’inglese e gli acronimi poi erano utilissimi a questo scopo. Evocative Technology, Technologically Evocated Devil… L’essere di fronte a lei aveva un volto allungato e contorto, corna forti e ritorte, gli occhi aperti e fissi con spiritate orbite verticali. La bocca un po’ aperta mostrava zanne appuntite e una lingua che lasciava gocciolare rivoli di bava sul corpo massiccio, coperto di un fitto pelo bruno da cui spuntavano genitali oscenamente ciondolanti e piedi caprini. Guardava Maira con freddo distacco. Maira non riusciva a distogliere lo sguardo. Potevano chiamarli TED, erano demoni, evocati in massa, legati in maniera indissolubile ai loro proprietari. O schiavi. Il capo le stava parlando. Maira udiva le parole senza registrarle davvero. “Martelli, qui non ci siamo. Il suo rendimento attuale è inesistente e sono mesi che lei non rende per quello che costa. Senza contare le lamentele dei colleghi per la sua mancanza di lavoro di squadra. E la sua ridicola ostinazione nel rifiutare il TED, che attualmente è lo strumento…”.
Lascia perdere”.
Maira sussultò. Era la prima volta che sentiva la voce di una di quelle creature. Era come un vecchio registratore al massimo del volume, pieno di fruscii e crepitii. Disperata, guardò il suo capo per chiedere aiuto o implorare pietà. Ma Leoni non la guardava: osservava il demone, e nei suoi occhi c’era la paura. L’essere si mosse. Maira sentì la sua puzza acre avvicinarsi, avvolgerla. Cercò di avvicinarsi alla porta, ma non poteva muoversi. Leoni alzò una mano, poi la aprì in un gesto di rassegnazione, come a dire: funziona così, che vuoi farci. La voce ansimante e gelida risuonò ancora, stavolta vicina all’orecchio di Maira, mentre qualcosa di affilato e crudele le artigliava la spalla, e iniziava a fare male.
Lascia perdere. Dalla a me”.