manifestokrisis.jpgmarxkrisis.jpgCon una splendida postfazione di Anselm Jappe è stato pubblicato da Derive&Approdi il Manifesto contro il lavoro, elaborato dal Gruppo Krisis, un lab tedesco che da anni sta proponendo una proposta di superamento della piattaforma antiumanista che impone il lavoro quale forma centrale dell’abitare il mondo. Il teorico di punta del Gruppo Krisis, Robert Kurz, è l’intellettuale più noto di una vasta schiera di “pensatori pratici” che, in epoca di fallimenti della deriva finanziaria e virtuale del sistema economicista, oppone con forza un recupero della critica radicale del lavoro, contro le posizioni mediane e compromissorie del riformismo che ha da tempo spostato il suo fuoco sulla redistribuzione equa: una sorta di colonizzazione che capitalismo e socialdemocrazia liberale hanno tentato in questi decenni sui territori della libertà critica. Pubblichiamo due significativi estratti del Manifesto contro il lavoro: un testo fondamentale in anni di mutamento politico e culturale di dimensioni planetarie.

L’APARTHEID DEL NUOVO STATO SOCIALE

"Un lavoro qualsiasi è meglio di nessun lavoro”
Bill Clinton, 1998, Antonio Fazio, 1999 e Emma Bonino, 2000

"Nessun lavoro è così duro come non lavorare"
Slogan di un manifesto dell’ufficio di coordinamento federale delle iniziative per i disoccupati in Germania, 1998

Le frazioni anti-neoliberiste all’interno del "campo del lavoro” – che comprende tutta la società – possono anche non fare salti di gioia per questa prospettiva, ma proprio per loro è fuori discussione che un uomo senza lavoro non è un uomo. Sono fissate nostalgicamente sul periodo del dopoguerra caratterizzato dal lavoro fordista di massa, e non hanno in mente nient’altro che far rivivere quell’età, ormai passata, della società del lavoro. Lo Stato deve intervenire quando il mercato non funziona più. Bisogna continuare a simulare la presunta normalità della società del lavoro, grazie a "programmi per l’occupazione”, a interventi a favore dei siti produttivi, all’indebitamento e ad altre misure politiche. Questo statalismo del lavoro, ripreso svogliatamente, non ha la minima possibilità di riuscire, ma resta il punto di riferimento ideologico per ampi strati della popolazione minacciati dal degrado. E proprio a causa della sua irrealizzabilità, la prassi che ne risulta è tutt’altro che emancipatrice.
La metamorfosi ideologica del lavoro come "bene raro” nel primo diritto del cittadino esclude di conseguenza tutti i non-cittadini. La logica di selezione sociale non viene dunque messa in discussione, ma soltanto diversamente definita: la battaglia per la sopravvivenza individuale deve essere resa meno spietata grazie a criteri etnico-nazionalistici. L’anima popolare, che nel perverso amore per il lavoro si ritrova, ancora una volta, in una comunità di popolo, grida dal profondo del cuore: "Lo sgobbo italiano agli italiani!”. Il populismo di destra grida ai quattro venti questa sua conclusione. La sua critica alla società della concorrenza, alla fine, significa soltanto la pulizia etnica nelle zone, sempre più ristrette, della ricchezza capitalistica.
Il nazionalismo moderato, d’impronta socialdemocratica o verde, accetta invece i lavoratori da tempo immigrati come indigeni, e vuole addirittura concedere loro la cittadinanza, se fanno la riverenza e si comportano bene, oltre naturalmente a essere inoffensivi al cento per cento. Tuttavia in tal modo può essere ancora meglio legittimata e ancora più silenziosamente messa in pratica l’accentuata esclusione dai confini dei profughi provenienti da Sud e da Est – naturalmente sempre nascosta dietro una valanga di parole come "umanità” e "civiltà”. La caccia all’uomo contro i "clandestini”, che si vogliono impadronire di soppiatto dei posti di lavoro nostrani, non deve lasciare, se possibile, odiose tracce di sangue o di incendi sul suolo nazionale. Per questo esistono la polizia di confine e gli Stati-cuscinetto di Schengenlandia, che sbrigano tutto secondo la legge e il diritto, magari tenendosi lontani dalle telecamere. La simulazione statale del lavoro è violenta e repressiva di per se, ed è l’espressione della volontà incondizionata di tenere ancora in piedi con tutti i mezzi il dominio dell’idolo "lavoro” anche dopo la sua morte. Questo fanatismo della burocrazia del lavoro non lascia in pace neppure – nelle nicchie residuali, e del resto già pietosamente minuscole, dello Stato
sociale demolito – gli esclusi, i disoccupati, i disperati e tutti coloro che il lavoro lo rifiutano a ragione. Essi vengono trascinati dagli operatori sociali, e dagli agenti di intermediazione del lavoro, sotto la luce delle lampade da interrogatorio dello Stato, e costretti a una pubblica genuflessione di fronte al trono del cadavere dominante.
Se di fronte a un tribunale di solito vale la regola "in dubio pro reo”, in questo caso l’onere della prova si è rovesciato. Se in futuro non vogliono vivere d’aria o dell’amore cristiano per il prossimo, allora gli esclusi devono accettare qualsiasi lavoro, anche il più sozzo e il più servile, e qualsiasi "misura per l’occupazione”, per quanto assurda, allo scopo di dimostrare la loro disponibilità incondizionata al lavoro. E’ del tutto indifferente se ciò che viene loro dato da fare abbia un senso, sia pur minimo, o se rientri nella categoria dell’assurdità pura e semplice. L’importante è che rimangano in continuo movimento, affinchè non dimentichino mai secondo quali principi deve consumarsi la loro esistenza.
Prima gli uomini lavoravano per guadagnare denaro. Oggi lo Stato non si tira indietro di fronte ad alcuna spesa purchè centinaia di migliaia di persone simulino il lavoro scomparso in astrusi "stages” e "periodi di formazione”, e si tengano pronti per "posti di lavoro” che però non avranno mai. "Misure” sempre nuove e sempre più stupide vengono inventate soltanto per tenere viva l’illusione che la macchina sociale del lavoro, la quale ora gira a vuoto, possa continuare a girare per l’eternità. Quanto meno ha senso l’obbligo al lavoro, tanto più brutalmente si fa entrare in testa alle persone che chi non lavora non mangia.
Da questo punto di vista, il "New Labour”, e i suoi imitatori sparsi in tutto il mondo, si rivelano perfettamente compatibili con il modello neoliberista della selezione sociale. Grazie alla simulazione dell’"occupazione”, e al miraggio di un futuro positivo per la società del lavoro, si crea la legittimazione morale a procedere in modo ancora più determinato contro i disoccupati e quelli che rifiutano di lavorare. Nello stesso tempo, le agevolazioni fiscali e le cosiddette "gabbie salariali” abbassano ancora di più il costo del lavoro. E così si favorisce con tutti i mezzi possibili il già fiorente settore del lavoro sottopagato e dei "lavoratori poveri”.
La cosiddetta politica attiva per il lavoro, secondo il modello del "New Labour”, non risparmia neppure i malati cronici e le ragazze-madri con bambini in tenera età. Chi riceve il sostegno dello Stato viene liberato dalla morsa della burocrazia soltanto all’obitorio. L’unica ragione di questa invadenza sta nello scoraggiare il maggior numero possibile di persone dal formulare qualsiasi pretesa nei confronti dello Stato, e di mostrare agli esclusi strumenti di tortura così ripugnanti, da far apparire al confronto una pacchia ogni sia pur miserevole lavoro.
Ufficialmente, lo Stato paternalista agita la frusta sempre e soltanto per amore, e con l’obiettivo di inculcare ai suoi figli "renitenti al lavoro” dei princìpi perchè si facciano strada nella vita. In realtà, le misure "pedagogiche” hanno l’unico ed esclusivo fine di far uscire a bastonate i postulanti da casa. (E quale altro senso dovrebbe avere costringere i disoccupati a raccogliere gli asparagi nei campi, come accade da qualche tempo in Germania? Questi non fanno altro che sostituire i lavoratori stagionali polacchi, i quali accettano un salario da fame soltanto perchè, grazie al cambio favorevole del marco, lo trasformano in un compenso accettabile nel loro Paese. Ma con una misura del genere non si viene in aiuto alle persone costrette a fare simili lavori, nè si apre loro la sia pur minima "prospettiva di lavoro”. E anche per i coltivatori di asparagi, i lavoratori specializzati e i laureati demotivati di cui viene fatto loro grazioso dono non sono altro che una fonte di problemi senza fine. Ma quando, dopo dodici ore di lavoro sul suolo della patria tedesca, all’improvviso l’idea, davvero grandiosa, di aprire per disperazione un chiosco per la vendita di whrstel non si presenta più al disoccupato in una luce tanto negativa, allora la "spinta alla flessibilità” di origine neobritannica ha prodotto i suoi effetti desiderati.)

IL SUPERAMENTO DEL LAVORO

"Il ‘lavoro’ è per sua essenza l’attività non-libera, inumana, asociale; esso è condizionato dalla proprietà privata e la crea a sua volta. L’abolizione della proprietà privata diventa dunque realtà solo quando è concepita come abolizione del ‘lavoro’ ".

Karl Marx, Sul saggio di Friedrich List "Il sistema nazionale dell’economia politica”, 1845

La rottura con la categoria del "lavoro” non troverà delle parti sociali pronte e obiettivemente determinate come ne trovava il conflitto fra gli interessi immanenti al sistema. Si tratta di una rottura con la legalità falsamente oggettiva di una "seconda natura”, dunque non di un’altra realizzazione quasi automatica, ma di una coscienza che nega – un rifiuto e una ribellione che non hanno dietro di se una qualsiasi "legge della storia”. Il punto di partenza non può essere un nuovo principio astratto generale, ma soltanto il disgusto di fronte alla propria esistenza come soggetto del lavoro e della concorrenza, e il rifiuto di continuare a funzionare così a un livello sempre più misero.
Nonostante la sua predominanza assoluta, al lavoro non è mai riuscito di cancellare completamente l’opposizione ai vincoli da esso stabiliti. Accanto a tutti i fondamentalismi repressivi e alla mania di concorrenza della selezione sociale, esiste anche un potenziale di protesta e di resistenza. Il disagio nel capitalismo è massicciamente presente, ma relegato nei bassifondi sociopsichici. Non viene chiamato alla luce. Perciò c’è bisogno di un nuovo spazio di libertà mentale, affinchè l’impensabile possa diventare pensabile. Bisogna spezzare il monopolio tenuto dal "campo del lavoro” sull’interpretazione del mondo. Alla critica teorica del lavoro spetta in quest’azione il ruolo di catalizzatrice. Essa ha il dovere di attaccare frontalmente i divieti di pensiero dominanti, e di esprimere tanto chiaramente quanto apertamente quel che nessuno ha il coraggio di sapere, e che tuttavia molti percepiscono confusamente: la società del lavoro è giunta alla sua fine. E non esiste la sia pur minima ragione di prendere il lutto per la sua dipartita.
Soltanto la critica del lavoro, espressamente formulata, e un dibattito teoretico adeguato, possono creare quella nuova contro-opinione pubblica, la quale rappresenta il presupposto irrinunciabile per la costituzione di un concreto movimento sociale contro il lavoro. Le controversie interne al "campo del lavoro” si sono esaurite e diventano sempre più assurde. Tanto più urgente è allora ridefinire i contorni del conflitto sociale, lungo i quali si può formare un’Alleanza contro il lavoro.
E’ opportuno perciò chiarire a grandi linee quali obiettivi siano possibili per un mondo al di là del lavoro. Il programma contro il lavoro non si alimenta da un canone di principi positivi, ma dalla forza della negazione. Se l’affermazione del lavoro è andata di pari passo con l’espropriazione totale dell’uomo delle sue condizioni di vita, la negazione della società del lavoro può consistere soltanto nella riappropriazione, da parte dell’uomo, a un livello storico più elevato, del suo nesso sociale con gli altri. Perciò gli avversari del lavoro punteranno alla formazione di alleanze, di portata mondiale, fra individui associati liberamente, che strapperanno i mezzi di produzione e di esistenza alla macchina del lavoro e della valorizzazione, che gira ormai a vuoto, e ne prenderanno il controllo. Soltanto nella battaglia contro la monopolizzazione di tutte le risorse sociali, e di ogni potenziale di ricchezza, da parte dei poteri alienati, cioè mercato e Stato, si potranno conquistare spazi sociali di emancipazione.
In questo contesto bisogna attaccare la proprietà privata in maniera nuova e diversa. Fino ad ora, per la sinistra la proprietà privata non è stata la forma giuridica del sistema produttore di merci, bensì una misteriosa "facoltà di disporre” soggettivamente delle risorse da parte dei capitalisti. Così si è potuta far strada l’assurda idea di voler superare la proprietà privata sul terreno della produzione di merci. Sicchè, di regola, alla proprietà privata fece da contraltare la proprietà di Stato ("nazionalizzazione”). Ma lo Stato non è altro che la comunità coatta ed esteriore, o l’astratta universalità, dei produttori di merci socialmente atomizzati, e dunque la proprietà statale è soltanto una forma derivata della proprietà privata – e non importa se vi venga aggiunto l’aggettivo "socialista”.
Nella crisi della società del lavoro, diventano obsolete tanto la proprietà privata quanto quella dello Stato, perchè ambedue queste forme di proprietà presuppongono il processo di valorizzazione. Proprio per questo, i mezzi concreti restano in misura crescente inutilizzati e inaccessibili. E i funzionari statali, aziendali e giuridici vegliano gelosamente affinchè tutto rimanga così, e i mezzi di produzione vadano in malora piuttosto che essere impiegati per un fine diverso. La conquista dei mezzi di produzione, grazie a libere associazioni, contro la gestione coercitiva dello Stato e dell’apparato giudiziario, può dunque significare soltanto che questi mezzi di produzione non vengono più mobilitati nella forma della produzione di merci per anonimi mercati.
Al posto della produzione di merci ci sarà la discussione diretta, l’intesa e la decisione comune dei membri della società sull’uso sensato delle risorse. Verrà stabilita l’identità sociale e istituzionale di produttore e consumatore, impensabile con il dominio del fine in sè capitalistico. Le istituzioni alienate, come Stato e mercato, verranno sostituite con un sistema, a diversi livelli, di Consigli, nei quali, dal quartiere fino alla scala planetaria, le libere associazioni decidono dell’allocazione delle risorse secondo una ragione sensibile, sociale ed ecologica.
Non sarà più il fine tautologico del lavoro e dell’"occupazione” a determinare la vita, ma l’organizzazione dell’uso sensato delle possibilità comuni, che non vengono dirette da una "mano invisibile” automatica, ma dall’agire sociale cosciente. Ci si approprierà direttamente della ricchezza prodotta secondo i bisogni, non secondo la "solvibilità”. Insieme con il lavoro, scompariranno l’astratta universalità del denaro e quella dello Stato. Al posto delle nazioni divise, ci sarà una società mondiale, che non avrà più bisogno di confini, nella quale tutti gli uomini si muoveranno liberamente, e potranno esigere il diritto universale di ospitalità in qualsiasi regione del globo.
La critica del lavoro è una dichiarazione di guerra all’ordine dominante, non una pacifica coesistenza, in una nicchia, con i suoi vincoli. La parola d’ordine dell’emancipazione sociale può essere soltanto: "Prendiamoci quello che ci serve!” Non strisciamo più ginocchioni sotto il giogo dei mercati del lavoro e della gestione democratica della crisi! Il presupposto per tutto ciò è che nuove forme di organizzazione sociale (libere associazioni, Consigli) controllino le condizioni di riproduzione a livello sociale complessivo. Questa esigenza fa sì che gli avversari del lavoro siano sostanzialmente diversi da tutti i politicanti e dalle mezze calzette di un socialismo piccolo piccolo.
Il dominio del lavoro scinde la persona umana. Esso divide il soggetto economico dal cittadino dello Stato, l’animale da lavoro dall’uomo del tempo libero, la sfera astrattamente pubblica da quella astrattamente privata, la virilità prodotta dalla femminilità prodotta, e contrappone i singoli isolati al loro nesso sociale come a una potenza estranea, che li domina. Gli avversari del lavoro lottano per superare questa schizofrenia nell’appropriazione concreta del nesso sociale da parte di uomini coscienti e autoriflessivi.