IN MEZZO SCORRE IL FIUME

di Danilo Arona
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Casette collocate su palafitte di cemento armato, prati all’inglese sul davanti, barbecue e pile di sedie di plastica, chitarre con corde arrugginite e amache sfondate. E’ lo scenario delle “baracche”, cresciute quasi come funghi in ordine sparso lungo le rive del Tanaro, il grande nastro limaccioso che taglia in due Bassavilla. Ne resistono ancora alcune oggi al quartiere Orti, ma negli anni Sessanta se ne contavano almeno tre volte tanto. La falcidia è arrivata un po’ per le alluvioni e un po’ per il maggior controllo sugli abusi edilizi, ma verso la fine dei Sixties, quando alle spalle non annusavi ancora il profumo del cemento, alle baracche si stava da dio: quando le zanzare non erano tante e moleste come di questi tempi, quando i ragazzi amavano i Beatles e i Rolling Stones, quando nella piana di Marengo andava per la maggiore una discoteca che si chiamava Napoleon a ricordo della battaglia locale che contrappose il Bonaparte agli austriaci il 14 giugno del 1800.

Quando, soprattutto, la baracca di una grande di Bassavilla che si chiama Armanda e oggi costruisce case a New York era la meta, una volta all’anno, del Giorno del Sacro Magno.
Lo Zingarelli, spilorcio lui, non riporta il termine “magno” o, perlomeno, non lo cita nell’accezione che qui ci interessa: però “magno” è termine ben presente nell’immaginario giovanile di queste parti ed è parola graditissima perché allude al marinare la scuola, un gergalismo fra i tantissimi della regione e della nazione. Fare chiodo, fare forca, fare sega, fare lippe, fare puccia, fare buca, fare filotto, fare schiuppo, bucare, tagliare, far fughino e far fogone, fare brucia e fare berna: è sempre saltare “proditoriamente” un giorno di scuola, un piccolo reato “d’iniziazione” che da quando esiste il mondo, se le cose non sono così tanto cambiate negli ultimi anni, è interpretato come una prova di carattere, di crescita, quasi una sorta di militaresco addestramento alle future difficoltà della vita.
Negli anni Sessanta il “magno” era anche qualcos’altro e qualcosa di più. Al Liceo Plana esisteva un giorno particolare che veniva chiamato “magno sociale” perché s’intendeva democraticamente coinvolgere più gente possibile, ma soprattutto si trattava di una ricorrenza celebrata a memoria di qualcuno. Chi? Un ragazzo che tanto tempo prima, qualcuno diceva all’inizio degli anni Cinquanta mentre altri facevano ipotesi ancora più lontane, era annegato fra le spire torbide dei fiume: si chiamava Vittorio Prigione ed era scomparso sotto l’acqua, non ancora sozzissima, del Tanaro nell’ultima settimana di marzo. Dato il periodo, non si era certo buttato nell’acqua alla ricerca di un refrigerio. Più prosaicamente si era ucciso. Così, nel giorno di Vittorio Prigione, tutti quelli che ci stavano affollavano le poche Cinquecento a disposizione o inforcavano una bicicletta di famiglia per raggiungere la baracca di Armanda. Orario scolastico, sin dalle otto del mattino con prolungamento alle prime ombre della sera: pane, salame e chitarre, canzoni di De André e Guccini con qualche sconfinamento con Ivan Della Mea e Pino Masi, piccoli drammi d’incomprensione amorosa tra gli sventurati che, pur coetanei di classe, tentavano un impossibile fidanzamento. E il mistero di Vittorio Prigione che stagnava implacabilmente sulla pigra corrente del Tanaro.
In terza liceo, nel 1969, ci fu l’ultimo Giorno del Sacro Magno. L’ultimo perché gli appartenenti a quella generazione, nativa del 1950, si sarebbero sparpagliati a fine anno tra le università del Nord Italia. Giornata bellissima, tersa e primaverile: chitarre, almeno tre. La baracca si presentava come una mini-Woodstock con transfughi da altre scuole (lo scientifico e l’istituto ragionieri), qualcuno addirittura da Milano a sancire che il Sacro Magno, giunto al suo epilogo, era divenuto assolutamente trendy. Sui tavolacci di legno non solo salame, ma frutta, verdura e bottiglioni di barbera.
Finalmente a qualcuno venne in mente di sbottare: “Ma chi cacchio era ‘sto Vittorio Prigione? Mio padre insegnava italiano negli anni Cinquanta e dice che qui non è mai annegato nessuno!”
Il Giorno del Sacro Magno, sin troppo svaccato, si animò. E nel primo pomeriggio neppure i ventri all’inverosimile satolli riuscirono a impedire che un’idea maliziosa e balzana percuotesse con violenza la psiche collettiva dei giovani bigianti. Una robusta barricadera che negli anni Ottanta si sarebbe guadagnata una cattedra di sociologia a Genova agitò l’indice e sbraitò: “Ma che Vittorio! Era una ragazza e si chiamava Melissa. Me l’ha raccontato mia nonna che se ne ricorda bene. Si buttò nel Tanaro e non ne trovarono mai più il corpo. Più o meno a metà degli anni Venti!”
A questo punto il capo del movimento studentesco del Plana, folti capelli spettinati e barba alla Fidel, alzò il braccio e declamò con solennità: “Smettetela, idioti. Non esiste alcun Vittorio né tanto meno Melissa. Sono palle di quei fascisti delle passate generazioni. Qualcuno se li è inventati per creare il pretesto al giorno fisso del magno. Ci va bene, sicuro, a patto che siate tutti consapevoli che si tratta di orpelli reazionari. I fantasmi non esistono.”
“Hai ragione”, si unì Armanda che allora pesava ottanta chili e non aveva un briciolo del fascino che ha oggi. “Siamo arrivati al Liceo a quattordici anni e tutti sapevano della ricorrenza di Vittorio Prigione.”
“Sì, ma vuoi vedere che ‘sto cazzo di contestazione globale ci toglie anche il piacere di un sano e trasgressivo magno?”
Lo enunciò che sarebbe divenuto psichiatra e si sarebbe perduto fra le onde dello tsumami di Basaglia. Qualcuno lo zittì con: “Sei il solito picio revisionista!”, poi nessuno parlò più di Vittorio Prigione o di Melissa. Si cantò, si bevve molto, chi limonò senza troppa convinzione con la tipa che aveva accanto. E vi fu anche chi vomitò in Tanaro. Il pomeriggio volse al termine in un baleno.
Alla baracca di Armanda molti tornarono vent’anni dopo, nel 1989, per una sorta di “grande freddo” in un diluviale giorno di Pasquetta, trovando persino un gruppo che suonava con chitarre elettriche e batteria. Qualcuno, ormai professionista affermato e genitore dilettante, si mise a raccontare che suo figlio, naturalmente liceale al Plana, partecipava tutti gli anni, più o meno a fine marzo, a un magno sociale che si teneva attorno a una baracca dall’altra parte del fiume. Per ricordare, dicevano, una tal Melissa Prigione, annegata lì nel 1925.
Storie del Grande Fiume che si trasformano e s’intorbidiscono come le acque che scorrono eterne. Fin quando ci sarà acqua, certo…