di Luca Baiada
Davide Mattiello, L’antifascista geniale. Il coraggio di Piero Gobetti, postfazione di Davide Luppino, Marotta&Cafiero, Melito di Napoli 2026, pp. 106, euro 15.
Siamo in una Torino vecchiotta e dimessa. Città di cortili misteriosi, di silenzi e strade solitarie, di tramestii e conversazioni prudenti. In questa Torino di nebbie, spesso notturna, sempre vera, un sarto non vorrebbe lasciare la sua illusoria tranquillità; il lavoro in bottega gli piace. Ma ha un vicino di casa speciale, Piero Gobetti, sente le grida dell’ennesimo pestaggio fascista e mette giù quello che sta facendo.
Comincia così una storia di solidarietà, di cospirazione minima ma non per questo senza pericoli. Si susseguono fischi d’intesa; porte si schiudono con circospezione; professori immersi in una biblioteca domestica, all’apparenza tranquilli, di colpo si lanciano in progetti compromettenti e caparbi, davanti a una toma e a una bottiglia di vino; perché quando si tratta di cercare la libertà, non è mai tardi e non ci si confronta mai abbastanza. E poi c’è Gobetti: una cultura come la sua fa pensare a un tipo pedante, ma secondo chi lo conobbe era un giovane gioioso. È questo il clima in cui L’antifascista geniale – lavoro, è il caso di dirlo, cucito addosso al coraggioso intellettuale – ci accompagna in presa diretta.
Il volume fa parte della collana «le zanzare», diretta da Rosario Esposito La Rossa. A stamparlo è la Banda degli Onesti ed è certificato «made in Scampia»: garanzie di un percorso che fa cultura con le persone, per le persone, anche in realtà con storie difficili. Col motto «Dove prima si vendeva la droga, oggi si spacciano libri» Marotta&Cafiero, casa editrice pizzo free che diffonde «letteratura stupefacente, narrativa civile, storie dei Sud del mondo, storie provocatorie», lancia una sfida: percorrere le strade della comunicazione culturale, fondere arte e linguaggi, curare bene la confezione dell’oggetto da lettura, per coinvolgere in un circuito comunitario chi fa libri e chi li attraversa: da Scampia con amore. Vale anche per contesti come quello, la chiosa del sarto torinese: «La forza d’animo che sosteneva tutti noi nei momenti di maggior sconforto si alimentava di questa ferma solidarietà senza fronzoli. La solidarietà di chi sente di appartenere a uno stesso destino».
Contro le imboscate fasciste, a Torino, un aiuto può venire da una bambina, perché il popolo sa tenere i contatti. Anche la forza di un condominio fa la differenza; è uno di quei casamenti dimessi, con la corte interna, il lavabo e una latrina comune. Ma l’intelligenza di Gobetti, la sua proprietà di linguaggio e la sua padronanza di fatti e ragioni, quelle sono cose con la caratura del genio, rigoroso sul presente e slanciato sull’avvenire:
Gobetti: «Il problema non è Mussolini, lui è un burocrate, un ministeriale scaltro. Quello che sta facendo lui, lo poteva fare un altro. Il problema è il fascismo, che è un movimento molto profondo, radicato, diffuso nel popolo italiano, il fascismo viene prima di Mussolini e, temo, arriverà molto più lontano di lui».
«Cosa intendi? Senza Duce non ci sarebbe il fascismo».
Gobetti: «Dico che il fascismo ha certamente bisogno di un Duce e che oggi questo Duce si chiama Mussolini, ma il nome del Duce è relativo, tra cent’anni potrà avere un nome tutto diverso, potrà persino essere il nome di una donna…»[1].
Quanto pesano, oggi, sulla coscienza di tutti noi, parole che da un secolo svelano i nostri limiti! Gobetti, appena picchiato dai fascisti: «Noi infatti assistiamo, protagonisti gli intellettuali e l’opinione pubblica media, al formarsi di una vera e propria voluttà del servire. Voluttà è più che volontà, è provare una intima gioia nel fare quel che si fa». È la voglia di padrone che oggi dilaga, ancora una volta; questo giovane – muore a ventiquattro anni dopo aver fondato riviste, fatto l’editore, pubblicato più di cento libri – lo capisce e lo spiega, dopo una bastonatura, meglio di noi che comodamente scriviamo e leggiamo in uno schermo.
Il segnale convenuto per mettere Gobetti al sicuro da un agguato imminente è inconfondibile:
Matteotti, sempre! Era la parola d’ordine che avevamo convenuto per casi come quello di questa notte. L’Italia oltre che un Paese di fascisti e di indifferenti – cioè di fascisti di comodo – era diventato un Paese di cospiratori. E i cospiratori hanno bisogno di clandestinità e linguaggi segreti[2].
Attenzione. La parola d’ordine è il nome del martire socialista, eppure Gobetti è un liberale – il senso che dà a questa categoria politica non è quello prevedibile oggi – e il sarto che lo nasconde è un comunista. Che bella lezione.
C’è da sperare che oggi non ci vogliano persecuzioni per insegnare la solidarietà antifascista; noi, adesso, non solo non abbiamo quelle persone, ma non abbiamo quel loro stile rigoroso e aperto. Consideriamo semplicemente Gobetti e Gramsci: non abbiamo quel che permise all’uno di scrivere sulla rivista dell’altro e viceversa, stimandosi su posizioni esplicite e articolate, senza cerimonie e senza acredine, in una capitale industriale ricca di giovani energie, lavoratori organizzati, intellettuali. E su «La rivoluzione liberale» di Gobetti scrissero, oltre a Gramsci, anche Giustino Fortunato e Luigi Sturzo, in una varietà di convinzioni e timbri espressivi che mosse le migliori intelligenze. Perché il faro politico ed etico che Gobetti riconosceva era il Risorgimento, soprattutto quello secondo Carlo Cattaneo.
Adesso che siamo rissosi, stizzosi, individualisti, adesso che ci distraggono cento sirene – telefoni palestre scommesse apericene campionato – , se ci fosse bisogno di quella fermezza, saremmo pronti a essere saldi e aperti a ogni antifascismo, anche quello che ci sembra troppo rigido, troppo morbido, troppo questo e troppo quello? Speriamo di non essere messi alla prova. Sarebbe triste scoprire che i nostri dispetti sono maschere piccine per tirarci indietro, magari proclamando vanterie, dettando consigli, compiacendoci di rese dei conti. Proprio Matteotti, nel 1922:
Mi vergogno che i nostri congressi dedichino tutto il loro tempo a queste diatribe; che non si pensi ad altro che a scissioni; e che la frazione dominante non abbia altro programma che cacciare fuori i compagni[3].
Non a caso, queste parole compaiono su «La lotta». Si trattava di «un giornale illeggibile per i pettegoli e per gli svagati che si dirigeva al senso pratico e alla pazienza del contadino»[4]; così lo descrive Gobetti nel suo Matteotti, un libro straordinario del 1924 in cui si sentono la vicinanza di un gemello e la lucidità di un morituro.
Certe frasi di Gobetti, in L’antifascista geniale, si ispirano alle sue, e così siamo quasi di fronte a una narrativa documentaria:
La piccola borghesia è la classe degli impieghi, una classe cortigiana, provinciale, pronta alle esaltazioni patriottiche e sportive, costretta dalla povertà a transigere sulla dignità, attaccata disperatamente a stipendi da fame. È una classe ministeriale per sistema, salvo non credere sul serio a nessun ministero. Insomma, salvo qualche rara eccezione, l’apoliticità, l’immaturità politica, l’esaltazione cortigiana, il parassitismo, sono le caratteristiche costanti di grassi ceti che hanno conosciuto la vita moderna soltanto nelle forme più goffe dell’americanismo sportivo[5].
Fulmineo accostamento, in questo libro, tra il caso del segretario della Fiom Pietro Ferrero, assassinato e trascinato per Torino coi piedi legati a un camion, e quello del capitalista Alfredo Frassati che prima, al tempo del delitto Matteotti, schiera «La Stampa» contro Mussolini, poi cede alle pressioni fasciste e passa il quotidiano agli Agnelli[6]. C’è la violenza di sangue sui corpi degli sfruttati e c’è quella mediata dalla politica e dal denaro, che flette gli apparati borghesi verso la dittatura. Proprio perché ci sono diversi metodi per fascistizzare la società, l’iniziativa gobettiana vuole sia mobilitazione sul territorio sia lavoro culturale.
Il fascismo aveva dilagato, e ad ampio raggio fu l’impegno di Gobetti. Come scrisse in un articolo su «La Rivoluzione Liberale», a proposito della violenza politica sia giolittiana sia mussoliniana: «La pratica della non resistenza al male è una malattia non meno grave del politicantismo nel nostro paese»[7].
[1] Davide Mattiello, L’antifascista geniale. Il coraggio di Piero Gobetti, Marotta&Cafiero, Melito di Napoli 2026, p. 24.
[2] Ivi, p. 34.
[3] Carlo Carini, Giacomo Matteotti. Idee giuridiche e azione politica, Olschki, Firenze 1984, p. 136, che cita Giacomo Matteotti, Lavoratori uniti!, «La lotta», 30 settembre 1922.
[4] Piero Gobetti, Matteotti, Piero Gobetti Editore, Torino 1924, p. 22.
[5] Mattiello, L’antifascista geniale, cit., p. 36.
[6] Ivi, pp. 57-58.
[7] Piero Gobetti, L’autobiografia della nazione, Aras Edizioni, Fano 2016, p. 153.



