di Franco Pezzini

Marcel Brion, La città di sabbia (La Ville de sable, Albin Michel, 1959), prefaz. di Delphine Gachet, trad. di Elena Furlan, pp. 216, € 16,90, Hypnos, Milano 2025.

Elena Furlan, Storia di Achille, pp. 452, € 17,90, Hypnos, Milano 2025.

L’etichetta fantasy per noi in Italia veicola immediatamente una serie di suggestioni. In genere legate all’heroic fantasy, magari nell’eccezione tolkienoide che tenta di ricalcare fino all’allergia cutanea la produzione di uno scrittore in sé immenso (ma dopo di lui ha poco senso imitarne le storie di elfi e di orchi, brandite con una consapevolezza filologica e antropologica inimitabile). Meno frequentemente – ma con una certa attestazione di presenza – troviamo dark fantasy, urban fantasy o quel romance fantasy che capitalizza l’elemento romance tanto vivo attraverso certa narrativa rosa autoprodotta. Poi le tipologie sono infinite, quindi è difficile pretendere di irrigidire troppo il discorso; ma occorre ricordare che il termine fantasy, nel mondo anglosassone, è il corrispettivo del nostro fantastico – genus estremamente ampio o anche species non meglio etichettabile. Oltretutto, come sappiamo, non tutto è genere: con buona pace di alcune semplificazioni fandom, non possiamo applicare tout court l’etichetta fantasy a grandi poemi come l’Odissea o l’Orlando furioso, dove l’elemento immaginale è giocato su tavoli diversi da quello tecnico appunto del genere.
Che d’altronde esistano esigenze – o tentazioni – di marketing sulla disinvolta etichettatura come fantasy di opere non meglio inquadrabili è un dato reale. E prendo in esame due casi di grande interesse recentemente editi da Hypnos. Due testi in modo diverso eccellenti e poetici, per i quali la collocazione in uno scaffale fantasy dei grandi distributori è probabilmente automatica ma un tantino falsante, e che sollevano interessanti interrogativi sulla rispettiva natura letteraria.
Il primo è opera – la prima edita in Italia, anche se l’autore ha contribuito a diffondere in Francia scrittori nostrani come Papini e Buzzati, oltre che Rilke e Joyce – dell’eclettico e rispettatissimo Marcel Brion (1895-1984), pluripremiato in sedi di grande prestigio (Prix Jules Davaine, 1931; Prix de l’Académie française, 1936 e 1948; Prix Montyon, 1938; Grand prix de littérature de l’Académie française, 1953; Prix littéraire de la Fondation Prince-Pierre-de-Monaco, 1956; Grand Prix national des lettres, 1979). Autore di scintillanti biografie storiche, artistiche e letterarie, critico letterario, storico dell’arte e narratore di rara eleganza, Brion sfugge a tutte le possibili classificazioni e vanta un registro pienamente mainstream: ma la sua coscienza profonda del fantastico (a monte tra l’altro del meraviglioso saggio Art fantastique, Albin Michel, 1961, 1989) gli permette di produrre un romanzo che si è tentati di inserire in una biblioteca di genere, in quel fantasy dell’avventura esotica che in sé ha prodotto meraviglie – non tutte esenti da ambiguità. Scrive opportunamente Delphine Gachet nella bellissima Prefazione:

[…] il fantastico di Marcel Brion ha una tonalità del tutto particolare; si colloca al confine tra il fantastico, il meraviglioso e l’onirico. Più che una “irruzione” inquietante dell’irrazionale nel mondo quotidiano, mette in scena uno slittamento dal reale al surreale, dal vissuto al sognato. I contorni della realtà si sfumano, diventano meno concreti. Tutto si fa vago ed equivoco, fluttuante tra realtà tangibile e visione onirica. L’autore ci trascina in uno spazio etereo, uno strano universo fuori dal tempo e dallo spazio quotidiano del lettore contemporaneo, rappresentato dai protagonisti e/o dai narratori dei suoi racconti. Non è più il vento del soprannaturale che sconvolge la realtà quotidiana, è la leggera brezza dell’insolito che ne fa tremare le sagome. Marcel Brion, spesso, non “racconta” una storia fantastica, piuttosto “crea” un mondo dove presente e passato, reale e irreale, realtà e sogno si confondono. Il fantastico emerge lentamente dagli oggetti, dalle atmosfere che sono al centro dei suoi testi. Il velo poetico, la nebbia di mistero che attutisce anche la realtà più consueta ci fa entrare in un mondo avvincente, affascinante, dove gli oggetti rivestono apparenze insolite.
Il viaggio che Brion ci propone nei suoi romanzi e nei suoi racconti è un viaggio nel tempo, un pellegrinaggio nostalgico nel limbo evanescente del passato, in quelli che chiamava gli “Altrove del tempo”. Durante questo breve momento, questa parentesi aperta dal fantastico – liturgia dell’effimero, scriveva Marcel Schneider – nel flusso lineare del tempo che conosciamo, Marcel Brion risveglia un passato di cui non si può dire se è scomparso o immaginato.

“La sostanza del sogno è la coscienza di una mancanza”, scrive Brion nel romanzo Algues (1976). E la sensazione leggendo è quella di un passaggio, un vagare per dimensioni dove reale e immaginario non sono demarcati da confini precisi. Ma quella sabbia che monta (“Il vento girerà, e smetterà di piovere sabbia” – e invece) e costringe la popolazione a lasciare la città, forse la conosciamo; come la risposta, tornando: “Non ho scoperto niente? Niente che meriti di essere raccontato. Niente che si possa esprimere con le parole del linguaggio umano”. Qualcosa che ha a che fare con la nostra vita concreta e i simun che spesso ci lasciano la sensazione di affondare. E lo studioso che si addentra in una sconosciuta regione dell’Asia “alla ricerca di affreschi manichei dei quali mi era stata segnalata l’esistenza” (una suggestione già in sé di bellezza stupefacente, e che evoca in fondo la difficoltà di veder rappresentati in noi i grandi conflitti Bene/Male se non come un faticoso itinerario) attraversa scene che fanno pensare all’incredibile fortezza di Arg-e Bam in cui Zurlini girerà la sua splendida trasposizione de Il deserto dei Tartari, 1976 (Buzzati, ancora). Insomma non solo estetica, ma una Bellezza che si fa meditazione sul viaggio incerto della nostra esistenza. In queste pagine non troviamo l’orientalismo avventuroso e un po’ equivoco di fantasie coloniali ma quello rarefatto e altamente simbolico che parla di attese struggenti, di frustrazioni (la Fortezza Bastiani, in fondo!), di coscienza di ciò che ci manca – affilata negli anni, a tratti dolorosa ma ancora aperta al Bello di quanto è umano e ai suoi segni. Come alla scuola della Madre dei Segni del romanzo.
La difficoltà di collocare questo romanzo letterarissimo nel genere si lega alla tecnica narrativa: e non perché il testo di Brion sia letterario e il fantasy non possa esserlo (vecchio pregiudizio: anche il fantasy può essere letterario in presenza di stile elevato, spessore di riflessione, pluralità di livelli della narrazione eccetera) ma perché l’autore non ricorre a strategie e meccanismi propri del genere. Il suo approccio fa pensare semmai all’inclassificabilità onirica dei testi di Walter de la Mare (1873-1956), un altro maestro di eleganza letteraria la cui grandezza resta fuori dagli schemi. La parentela con il fantasy resta da lontano, e dunque non sarà da stupirsi nell’incontrare La città di sabbia in quello scaffale delle librerie. In sostanza un romanzo non fantasy che al fantasy può in qualche modo essere avvicinato, come di passaggio.
Un secondo caso similmente liminale riguarda un altro romanzo – completamente diverso – edito più o meno nello stesso periodo dalla benemerita Hypnos: questa Storia di Achille scritto dalla stessa traduttrice di Brion (e di tanti altri), la bravissima Elena Furlan per l’occasione all’esordio narrativo. In questo caso, la forma può essere considerata quella dell’urban fantasy: ma l’enfasi del testo è sull’avventura esistenziale, filosofica e di formazione (al filtro di un’ironia vivacissima che talora esonda nella comicità) più che sull’azione o sul conflitto magico in quanto tali. Vero, tanto fantasy young adult riguarda la formazione, ma qui il protagonista eponimo non è più un ragazzo, bensì un adulto con un dolore interiore che non sa spiegare e gli antipsicotici non fronteggiano, e che esaurita ogni scorta di sopportazione avrebbe deciso di farla finita. Ma a quel punto Dio – o piuttosto un dio, simile a un hippie, che gli si presenta con il nome di Luce – gli piomba in casa e gli scardina vita, trappole mentali e ogni punto fermo. Dimentichiamo per un momento Frank Capra e La vita è meravigliosa, siamo in tutt’altra parrocchia: sia perché l’impianto è almeno fantasiosamente neopagano, sia perché il tipo di ironia è diverso e meno glicemico, e la pirotecnia di trovate buffe o grottesche, fantasiosissime, non lesina neppure momenti di inquietudine. All’originalità estrema si accompagna la percezione di un grande lavoro interiore dell’autrice, che offre risultati – parrebbe – di una ricerca personale.
Grazie al proprio nuovo coinquilino, Achille si trova a confrontarsi con una realtà metafisica illuminante e molto buffa, tra strani incontri, apparizioni di creaturine imprevedibili, accessi a realtà parallele, esperienze paradossali e stranianti, ingaggi in operazioni surreali, battibecchi filosofici e acquisizioni interiori che lo ridisegnano nel profondo – perché ordine e caos sono la stessa danza. Dove al plauso all’autrice per le trovate e la qualità narrativa va almeno abbinato quello all’editore per aver “osato” con un libro tanto particolare, dove l’impianto sapienziale non è mai asfitticamente didattico e il tema di fondo serissimo si contrappunta bene a una tersa e giocosa ironia. A volerne offrire la regia, si potrebbe pensare al Tim Burton di Big Fish, anche se la storia è molto diversa.
Senza indebiti spoiler, si può dire almeno che la storia non “finisce” in senso proprio perché parla di una vita concreta, che va avanti: o piuttosto di vite, tante quanti i lettori, chiamati a ritrovarsi naturalmente con le proprie fratture interiori nel frustrato, sarcastico, umanissimo protagonista. Intorno all’alloggio di Achille, la banale geografia suburbana si popola così di luoghi magici, altri: e l’abilità dell’autrice sta anche nel non ridurre mai gli eventi al prevedibile, offrendo spunti di riflessione ironici e acuti e uno smontaggio di brontolii e frustrazioni che sovente sono i nostri. In una materia potenzialmente delicata – la fragilità interiore in un’Italia di depressioni e compulsioni diffuse – Storia di Achille ha il pregio di non risultare mai didascalico né offensivo per il lettore che condivida alcune disperazioni. Un esordio insomma molto riuscito, e che torna a ricordare come etichette e definizioni narrative siano, sì, utili e a volte preziose per la messa a fuoco di alcuni aspetti, ma in nessun modo tali da banalizzare contenuto e senso delle singole opere. Per cui sì, anche il meraviglioso del fantasy può parlarci in termini molto concreti di chi siamo, qui e ora.