di Edoardo Todaro

Prigionieri palestinesi, nell’inferno delle carceri israeliane, di Maria Rita Prette, Sensibili alle foglie, 2026, pp.136, € 13,00

Essere a sostegno di quanto il popolo palestinese sta facendo, non solo dopo la fatidica data del 7 ottobre ma ben prima. La cosiddetta narrazione mainstream, impone quella data, mettendo il silenziatore a quanto è accaduto prima. La determinazione e la capacità di resistenza del popolo palestinese ha smontato questa “narrazione”. Dobbiamo cercare di avere ben presente cosa la resistenza palestinese, ci trasmette, cosa dobbiamo apprendere,e perchè no, imparare da quanto ci viene da quella terra. Imparare che è possibile resistere ed opporsi allo stato di cose presenti è doveroso.

Dietro la retorica “del tutto è cominciato il 7 ottobre” si nasconde una realtà ben più articolata, riconducibile al riscrivere la storia, al fatto che , si dice, che la storia la scrivono i “vincitori”. Ma chi sono i “vincitori”, che scrivono la storia? Chi ha vinto cosa? Questo libro è inserito, in tutto e per tutto, in quanto scritto sopra, prendendo in considerazione un aspetto che dobbiamo valorizzare e necessariamente prendere in considerazione: la detenzione, portata avanti dagli occupanti, certamente sì, ma anche dall’Autorità Nazionale Palestinese e da quei paesi occidentali, Italia compresa, complici del genocidio.

Leggi che attaccano la solidarietà verso la Palestina che resiste sono, ormai , diffuse ovunque; teoremi giudiziari che portano i palestinesi a varcare le soglie delle prigioni, ad esempio in Italia, e ad essere condannati, attacchi finalizzati a colpire il movimento di solidarietà con la Palestina. È innegabile dire che non c’è famiglia palestinese che non abbia avuto a che fare con la repressione; che almeno un componente di una famiglia palestinese non sia finito nelle mani dell’esercito occupante ed imprigionato.

Allo stesso tempo è necessario dire con forza che i palestinesi imprigionati, sono dei sequestrati, e che grazie alla cosiddetta detenzione amministrativa, sono dei veri e propri ostaggi. Per capire cosa voglia dire prigionia sotto occupazione, gli effetti e le conseguenze su chi la subisce è doveroso consigliare la lettura di libri di Samah Jabr che proprio Sensibili alle foglie ha pubblicato nel recente passato, ed i documenti e le relazioni provenienti dalle tante realtà impegnate sul tema, ong israeliane comprese, indicano in 9300 i palestinesi detenuti, di cui 350 bambini¸ per non citare le torture diffuse, le politiche di carestia, e la negligenza medica, che portano alla morte i detenuti palestinesi.

Un contributo, quello portato in queste pagine da Maria Prette, che rende comprensibile ai più, cosa significa liberare i prigionieri dalle carceri sioniste. Liberazione dei prigionieri politici obiettivo perseguito da sempre dalla Resistenza Palestinese, resistenza che ha un potere trasformativo per tutti noi; perché, e dico questo tenendo in considerazione quanto i movimenti di liberazione hanno portato avanti fino ad oggi, quando vengono sottratti militanti, attivi e protagonisti, i movimenti cercano di riprenderseli,e quanto detto è patrimonio dei palestinesi, 7 ottobre compreso.

Il movimento dei prigionieri è, e non potrebbe essere diversamente, al centro della lotta del movimento di liberazione palestinese, un movimento di liberazione che non ha mai abbandonato i prigionieri, perché la lotta dei prigionieri è elemento costituente e non separabile, dalla lotta generale di liberazione. Palestinesi detenuti, anzi ostaggi come detto in precedenza, sottoposti a tortura estreme e brutali; ad aggressioni fisiche, cibo insufficiente, assenza di igiene, privazione del sonno con l’evidente scopo dell’annientamento, tortura che arriva al trattenimento di corpi dei deceduti per non permettere nemmeno il diritto alla sepoltura, che potrebbe divenire un appuntamento collettivo. Tortura che non posso che rimandare a “La tortura” di Henri Alleg e la guerra d’Algeria, con l’importante e fondamentale introduzione di Sartre. Detenuti che non dobbiamo localizzare solo tra le file della Resistenza, ci sono: operatori sanitari, medici, giornalisti… persone comuni. Prigionieri, tutti e nessuno escluso, che sono parte imprescindibile della causa.

Voglio soffermarmi su quanto accade in Palestina ed ai prigionieri palestinesi, seppur in modo sintetico, dall’accesso all’acqua negato al divieto di pregare, alla violenza inferta sulle donne (Il racconto di Suaad, prigioniera palestinese). Doveroso, ed importante per capire l’importanza della questione dei prigionieri palestinesi, politici e non solo, gli innumerevoli riferimenti al contesto italiano degli anni ‘60/ ’80, prendendo in considerazione il circuito dei carceri speciali, a partire da quello di Voghera, ed all’indispensabile 4° volume del Progetto memoria, intitolato, non a caso, “Le torture affiorate”. Un libro, questo, che pone anche interrogativi importanti su cosa vuol dire “sconfitta”, sul senso che vuol dire “carcere come scuola di vita”. Un contributo, questo, indubbiamente contro il carcere come “istituzione totale”.

Il capitolo finale ci riporta a prendere in considerazione il valore della solidarietà, e di quanto questa sia, con le leggi sulla “sicurezza” e sull’“antisemitismo” messa in discussione. Finisco con Ghassan Khanafani: “la causa palestinese non è una causa solo per i palestinesi, ma una causa comune a chi è sfruttato ed oppresso”, e con “resisti, è solo una fase, passerà” sta a noi che sia così.