Di Jack Orlando
Edoardo Corradi, Giampiero Cama, La guerra civile siriana. Dall’insurrezione alla rivoluzione (2011-2024), Carocci Editore, Roma 2025, 19€ 167 pp.
A un anno e mezzo dalla fine della guerra civile siriana, intorno a Damasco ancora non si vede una reale pace all’orizzonte. Non solo il paese è circondato da una fascia di instabilità drammatica, con la guerra in Iran, in Libano e in Palestina; ma anche al suo interno. Da quando è salito al potere il nuovo presidente, Ahmed al-Sharaa, ex leader di HTS, si sono succeduti pogrom e violenze in tutto il paese.
Prima è stato il turno degli alawiti, sulla costa di Latakia, proprio all’inizio del nuovo corso. Poi è stata la volta dei drusi, in parte fiancheggiati da Israele. Continue scaramucce con le comunità cristiane, ritornate a essere in questi giorni oggetto di persecuzioni.
Poi, alla fine del 2025, con la larga offensiva contro i territori a guida curda, che hanno messo fine all’esperienza più solida e territorialmente ampia di quella fase terminale della guerra civile.
Quella siriana non è stata però solo una guerra civile giocata dentro il perimetro di uno stato che si disgrega, ma si è profilata fin dall’inizio un motore di attrazione di traiettorie geopolitiche divergenti.
Sulla Siria si è proiettato lo scontro tra diverse interpretazioni dell’islamismo sunnita.
Si è sperimentata la proiezione dell’asse della resistenza che univa l’Iran con gli Hezbollah libanesi e gli sciiti iracheni, inglobando anche comunità cristiane e altre in cerca di protezione. Vi è stato il tentativo di proiettarsi da parte della Turchia con i suoi gruppi affiliati e il contrasto ai curdi. C’è stato il silenzioso ma costante attivismo israeliano per blindare il territorio del Golan.
Un interesse che all’indomani del cambio di regime si è dispiegato completamente con un bombardamento massiccio di tutti gli impianti militari siriani al fine di ridurre all’impotenza il nuovo stato nascente.
Vi si sono proiettate anche Russia e Stati Uniti attraverso l’impiego dell’aviazione, di addestratori e combattenti sul campo, interessate irrimediabilmente a proprie politiche di potenza.
In tredici anni di guerra civile la Siria è quindi diventata un laboratorio per le guerre contemporanee in cui gli attori si intrecciano in maniera confusa e costante, dove le geografie sono soggette a mutamenti continui.
Il volume a cura di Edoardo Corradi e Giampiero Cama è quindi un ottimo strumento per inquadrare la situazione a un anno e mezzo dal cambio di regime.
Un volume pubblicato a ottobre 2025, quindi poco prima dell’offensiva sui territori curdi e molto prima dell’attuale guerra in Iran.
Anche se è difficile stare al passo con tutti i più recenti e imprevedibili sconvolgimenti della regione, questo libro sembra proporsi come un piccolo ma valido osservatorio sulla Siria contemporanea.
L’analisi è divisa in quattro parti che affrontano rispettivamente: in primo luogo gli attori locali principali, come il regime di Assad nella sua fase terminale, la milizia Hayat Tahrir al-Sham che ha preso il potere e le SDF curde che governavano un terzo del paese fino a poco tempo fa.
La seconda parte riguarda gli attori regionali e quindi l’azione di Ankara, di Teheran, di Hezbollah, ma anche di tutti quegli attori come i movimenti di solidarietà con i curdi o dello sciismo, afgano, pakistano e iracheno che si sono attivati negli anni. Un piano ibrido da adesione spontanea e investimenti strategici.
La terza parte riguarda il “grande scacchiere geopolitico” dall’incapacità di gestire la situazione da parte delle Nazioni Unite fino all’interventismo americano e russo, ma anche della più cauta e accorta diplomazia cinese.
La parte finale è dedicata alle prospettive di peace building per un paese che necessita adesso di trovare dei nuovi equilibri, che sappiano includere e far convivere armonicamente tutti i suoi tasselli etno-religiosi.
Quello del cosiddetto power sharing è un tema necessario per evitare l’irrigidimento politico dentro un nuovo stato centralizzato, iper-repressivo e soprattutto schiacciato sulla sua componente sunnita più conservatrice.
Per quanto infatti Al-Shara sia presentato nei telegiornali come un pragmatico – cosa che non si sa più cosa voglia dire, come se il fatto di essere “pragmatici” possa oscurare del tutto una formazione e un’intenzione politica modellate da anni di militanza nello schieramento salafita trasformando automaticamente i suoi leader in dei liberali moderati – la sua linea politica interna è esplicita: marginalizzazione delle minoranze, compressione degli spazi d’espressione, sterilizzazione degli organi rappresentativi. Con buona pace dei rappresentanti dell’Occidente democratico subito pronti ad accogliere il nuovo presidente, glissando serenamente sul suo passato e, ancora di più, sul suo presente.
Quello che vediamo ad oggi, un anno e mezzo dopo, è come la popolazione siriana e i suoi vari pezzi, sopravvissuti a oltre un decennio di massacri, siano ritornati a cercare di imporsi sulla scena e di far sentire la presenza di una società civile evoluta, cosciente e pluralista che cerca di scavalcare la costruzione centralizzata e autoritaria del potere.
Allo stesso tempo vediamo come quel potere è in realtà fragile e ostaggio dei suoi stessi guardiani.
Quando esplodono le violenze sembra essere lampante come il cosiddetto nuovo “esercito arabo siriano” sia in realtà un organismo che segue la ratio delle vecchie milizie, dove i comandanti in campo decidono con larga autonomia e senza la necessità, o la volontà, di consultarsi con il comando centrale. Non solo, si tratta di comandanti che spesso arrivano dalle milizie salafite più feroci, a volte anche stranieri come nel caso dei comandanti ceceni e daghestani, che non hanno nessuna intenzione di vedere ridurre il loro margine d’azione o di rinunciare ai loro piani estremisti.
È difficile dire cosa sarà della nuova Siria. Quel che è certo è che forse è arrivato il momento di guardare alla sua società e ai meccanismi che l’hanno interessata in maniera complessiva senza focalizzarsi esclusivamente su una sola delle parti o sui meccanismi dello scacchiere geopolitico, come se le vicende non si riflettessero sulla pelle degli uomini e donne siriane.
Ed effettivamente quello che manca, anche in questo volume, è un’attenzione alle peripezie del popolo siriano in questi anni di guerra e nell’attuale transizione.
Un’attenzione indispensabile da recuperare. Ma ora che, pur nel perdurante fragore delle armi, si diradano un po’ le nebbie per la ricorstruzione storica, il libro di Cama e Corradi permette un’agile panoramica su quella che è stata una delle peggiori catastrofi dell’età contemporanea e il battesimo di fuoco del terzo millennio.




