di Marc Tibaldi

La Libreria Editrice, Cividale del Friuli 2025, 174 pagine + sezione fotografica di 24 pagine, 18 euro

Prima della più conosciuta Repubblica partigiana della Carnia, fu la Repubblica di Caporetto a caratterizzare la Resistenza nelle zone geografiche che oggi stanno a est e a ovest del confine italo-sloveno. A sette anni dall’uscita dell’edizione slovena, viene ora pubblicato in italiano il libro di Zdravko Likar. La Repubblica di Caporetto, istituita il 10 settembre 1943, durò fino all’offensiva tedesca dei primi di novembre del 1943. Fu una delle più significative repubbliche partigiane, per 52 giorni il territorio liberato, circa 1.400 chilometri quadrati, che comprendevano tutta la Benecia (Valli del Natisone e del Torre), Resia, l’Alto Isonzo e il Collio sloveno, popolato da circa 55mila abitanti, visse una esperienza di grande rilievo: l’organizzazione sociale con la partecipazione democratica e popolare, l’istituzione di scuole e ospedali, senza dimenticare il fondamentale appoggio dato alla nascente Resistenza friulana.

Caporetto nella memoria scolastica degli italiani viene ricordato per la “disfatta”, avvenuta durante la Prima guerra mondiale. Il termine “Caporetto” è entrato nell’uso comune della lingua italiana per indicare una pesante sconfitta. Decine migliaia di proletari furono mandati al macello dal generale “boia” Luigi Cadorna, che ne fece fucilare anche un migliaio per diserzione. In realtà Caporetto si chiama Kobarid in sloveno, ed è un paese situato in quella zona della Slovenia che fece parte del Regno d’Italia dalla fine della Prima guerra (Trattato di Rapallo, 1920) fino all’8 settembre 1943 e l’inizio della lotta partigiana. Sarebbe meglio ricordare Caporetto non per la “disfatta”, ma come la capitale della Kobariška republika, repubblica partigiana la cui rilevanza è data anche dal fatto che comprese tutto il territorio dove vivono gli sloveni nell’estremo lembo occidentale dell’area culturale slovena.

Il libro colma una lacuna nella storiografia italiana, raccontando con dovizia di particolari e documenti inediti la storia di questa esperienza di democrazia popolare, ma anche come, per la prima volta nella loro storia, gli sloveni della Benecia conobbero, nelle scuole partigiane, l’insegnamento nella propria lingua. Le vicende della Repubblica di Caporetto ci rimandano anche oggi alla necessità di scardinare quei vincoli che ci legano ancora alle nostre realtà e a guardare oltre. Come le altre repubbliche partigiane, quella di Caporetto non ebbe vita lunga, ma rimane un esempio di come una lotta può unire al di là dei confini. Forse l’unico appunto all’autore è di aver centrato il racconto della lotta di liberazione solo sulla dinamica nazionale e non anche su quella di classe (pur fortemente presente in Slovenia e in quell’area che poi sarebbe diventata la Jugoslavia), ma sappiamo anche come tutte le lotte di liberazione dal nazifascismo furono spesso appiattite sulla dimensione nazionale, perché semplificava i campi. Forse una rilettura più complessa – pur fuori dai canoni della storiografia – sarebbe necessaria per l’oggi.

Su Patria Indipendente, in una nota all’edizione slovena del libro di Likar (qui:), Luciano Marcolini Provenza, dell’Anpi di Udine, ha sottolineato come nel territorio che poi sarà della Repubblica di Caporetto, dopo il Trattato di Rapallo (1920) e successivamente con il fascismo: “L’opera ‘civilizzatrice’ italiana non si fece attendere imponendo da subito l’abolizione delle scuole in lingua non italiana, la colonizzazione di ogni apparato, civile, militare […] fino ad arrivare all’esproprio dei beni in favore di coloni italiani e al cambiamento dei toponimi e dei nomi di persona con aberranti italianizzazioni. Si può ben capire il motivo per il quale lo Stato italiano e il fascismo in particolare non fossero ben visti in queste zone. […] L’istituzione di campi di internamento per civili sloveni e croati sparsi in più punti della penisola italiana, la creazione di reparti speciali del Regio esercito formati da “alloglotti” sloveni e croati, stanziati in zone depresse del Paese […] rendevano palese, anche alla popolazione, l’opera del regime”. Infine “L’aggressione, il 6 aprile 1941, da parte dell’Italia e delle altre potenze dell’Asse alla Jugoslavia, il suo smembramento e l’annessione al Regno d’Italia dell’intera provincia di Lubiana (tutti atti contrari al Diritto internazionale) inglobarono altri circa 350.000 sloveni nel territorio nazionale. La reazione jugoslava non si fece attendere e le prime formazioni partigiane armate fecero la loro comparsa. A queste, l’esercito italiano opponeva una strenua caccia e una politica di terra bruciata, con deportazione di civili, spoliazione di beni, incendi di villaggi”.

Una curiosità. La storiografia italiana indica come prima Repubblica partigiana in Italia quella di Maschito, in provincia di Potenza, istituita il 15 settembre 1943 e durata 20 giorni ma, stante la definizione dei confini nazionali in essere fino al 1947, la Kobariška republika, oltre ad essere molto più estesa e duratura in termini temporali, la precedette di qualche giorno e il suo territorio era in quel momento interamente parte integrante dell’allora Regno d’Italia, mentre oggi, per le strane geografie della politica internazionale, sono ancora “italiane” le Valli del Natisone, del Torre e di Resia. Ci vorrebbero meno geografie e confini e più solidarietà e transcultura, ancor più oggi quando le tenebre dei nazionalismi vecchi e nuovi, di sovranismi funzionali alla ristrutturazione capitalista stanno avanzando con funerei rumori di guerra.

Note:

1. Per una bibliografia di riferimento e una panoramica sulla cultura degli sloveni della provincia di Udine si rimanda all’interessante e bellissimo catalogo 50. 1974-2024 dedicato ai cinquant’anni di attività del Nediža Centro studi/Študijski center, a cura di Alvaro Petricig

2. Per approfondire le dinamiche sociopolitiche e linguistiche di quelle zone si rimanda al libro Per un pugno di terra slava di Paolo Petricig, recensito qui

3. Chi avesse difficoltà a trovare i testi de La Libreria Editrice può rivolgersi alla mail lalibreriaboerpietro@gmail.com . Per il volume 50. 1974-2024 del Centro studi Nediža scrivere a info@nediza.org