di Gioacchino Toni

Nell’incapacità di trovare risposta nelle tradizionali divinità alle inquietudini e alle paure di questo mondo, l’essere umano contemporaneo sembra sempre più propenso ad affidarsi messianicamente alla tecnologia confidando nelle sue capacità salvifiche. Per sottrarsi alle angosce del tempo, l’umano pare cercare nella capacità oracolare delle tecnologie più avanzate quella dimensione magica che gli è venuta a mancare nel momento in cui ha dismesso le antiche divinità.

In un’ottica religiosa esplicitamente cattolica, la fiducia, per certi versi anch’essa religiosa, concessa alle tecnologie, viste come espressione sovraumana dei lumi della ragione, è stata affrontata dal primo episodio del Decalogo (Dekalog, 1988-1989) di Krzysztof Kieślowski. Qua, il protagonista, Krzysztof (Henryk Baranowski), professore universitario, mosso dall’idea che tutto sia spiegabile attraverso la ragione, affidandosi ai calcoli del suo computer, si dice certo che il ghiaccio che si è formato sulla superficie del laghetto vicino a casa consenta al figlioletto Paweł (Wojciech Klata) di pattinare in sicurezza su di esso, salvo poi trovarsi tragicamente a prendere atto di come, inspiegabilmente, non sempre le cose vadano come era logico attendersi: la superficie ghiacciata – al pari del calamaio sulla sua scrivania – può improvvisamente rompersi per motivi che sfuggono all’umana prevedibilità e alla razionalità.

Nell’episodio si manifestano due differenti visioni del mondo: quella di Krzysztof, convinto che esista una spiegazione logica e razionale, misurabile e prevedibile, per ogni cosa, e quella della sorella Irena (Maja Komorowska) che, convinta invece che non tutto sia spiegabile per via strettamente razionale, si rimette all’insondabile volere di Dio. A ben guardare, però, non si tratta della contrapposizione tra chi è disposto a credere e chi non lo è, bensì di due differenti forme di fede: una nel volere imperscrutabile di Dio e l’altra nelle capacità di spiegare tutto per via razionale.

Quando il piccolo Paweł, cresciuto dal padre nella venerazione delle potenzialità logiche del computer, nel mostrare nella sua infantile ingenuità alla zia i prodigi di un programma in grado di dire, semplicemente in base all’orario, se in quel momento la madre stia o meno sognando, viene invitato dalla donna a prendere atto di come tale artificio tecnologico non sia però in grado di svelare cosa ella stia eventualmente sognano, risponde prontamente che è solo una questione di potenza del computer. Il piccolo, replicando il pensiero del padre, mostra così un’illimitata fede nei confronti delle potenzialità della macchina di rispondere a tutti i quesiti che l’essere umano può porsi.

Al di là dell’evento specifico, l’inatteso frantumarsi della superficie ghiacciata del laghetto che contraddice i calcoli elaborati al computer, più in generale l’episodio di Kieślowski mette in scena, come detto, da una prospettiva religiosa cattolica, la fiducia oracolare che l’umano è disposto a concedere a quella che all’epoca – fine anni Ottanta – si immagina possa un giorno essere una qualche forma di intelligenza artificiale. In una sequenza precedente la tragedia del laghetto, durante una lezione universitaria, parlando ai suoi studenti, il protagonista si sofferma sulla possibilità futura di disporre di una macchina traduttrice che, potendo attingere da una sterminata memoria di dati, possa raggiungere un livello di conoscenza della lingua pressoché totale «attraverso la via non convenzionale di un congegno matematico che può essere considerato qualcosa, oppure qualcuno… uno strumento che in apparenza riesce solo a distinguere 0 da 1, ma che invece possiede non soltanto un’intelligenza, ma anche una coscienza». Un congegno, continua Krzysztof, «che seleziona, e quindi opera un atto di arbitrio, forse un atto di volontà», insomma un computer che, debitamente programmato, potrebbe giungere a manifestare «gusti propri, preferenze estetiche, individualità». È qua espresso l’auspicio di poter presto disporre di un’intelligenza e di una coscienza sovrumane di tipo artificiale-tecnologico, non riconducibile alle divinità tradizionali. Il trasporto con cui il professore ne parla rasenta lo stato d’animo di chi si pone in attesa messianica del manifestarsi di una divinità, in questo caso tecnologica.

I desideri del protagonista risultano in linea con quanto poteva essere immaginato in termini di intelligenza artificiale alla fine degli anni Ottanta, quando è stato girato il Decalogo. Le prime avvisaglie della possibilità di dare vita a macchine intelligenti, o perlomeno capaci di imitare nella conversazione l’essere umano al punto da rendersi indistinguibili da esso, si possono cogliere nelle ipotesi formulate in apertura degli anni Cinquanta da Alan Turing. Ipotesi che hanno spinto alla messa a punto di macchine dotate di una conoscenza del mondo sufficiente a permettere loro di comprendere e generare il linguaggio umano. Nell’impossibilità di modellare interamente il mondo, i ricercatori si sono dapprima concentrati sulla realizzazione di sistemi agenti su approssimazioni utili agli scopi prefissati, dunque si sono prodigati nello sviluppo di agenti intelligenti capaci di predire le parti mancanti di frasi incomplete anche quando sconosciute alla macchina.

Se è soltanto negli anni Dieci del nuovo millennio che, attraverso lo sviluppo di particolari algoritmi e di processori sempre più performanti, si è potuti giungere alle prime forme di intelligenza artificiale generativa, con tutte le inquietudini da essa generate, nella letteratura e nel cinema il topos della macchina che, dotandosi di intenzioni proprie, sfugge di mano agli esseri umani vanta una lunga storia, in parte derivata da quella dell’essere pre-meccanico. Le macchine dotate di volontà propria, dai robot alle forme più recenti di intelligenza artificiale, che popolano i film, le serie televisive e i videogame del nuovo millennio sono fuoriuscite dagli schermi fantascientifici ibridandosi con una realtà che, a sua volta, si è proiettata all’interno di quegli stessi schermi dando luogo a quello spazio onlife in cui i due ambiti risultano indiscernibili.

L’intelligenza artificiale si propone oggi come tecnologia predittiva che, attraverso il calcolo statistico, interpreta dati esterni senza basarsi su un modello predefinito per dedurre e proporre (se non imporre) scenari futuri. Nel momento in cui le macchine hanno fatto proprio il linguaggio degli oracoli, presentandosi come veggenti in grado di prevedere quanto dovrebbe accadere, queste indirizzano verso un futuro prefigurato e all’essere umano non resta che prendere atto e adattarsi, replicando l’atteggiamento fideistico di chi si rimette all’insondabile volere divino.

Se la tendenza a guardare ai dispositivi tecnologici come a delle tecnomagie, o a delle nuove divinità, deriva dalle loro promesse di dare risposte a carenze reali sentite nella società contemporanea, insieme alla ricerca di un rapporto con il trascendente che si è andato perdendo, l’affidarsi alle macchine palesa anche come, un poco alla volta, agli individui sia stata sottratta la capacità di rapportarsi con i loro simili inducendoli a cercarne sostituti artificiali. Da qui il diffondersi di tutti quei chatbot gestiti dall’intelligenza artificiale che offrono amicizia, amore, sesso, compagnia, sostegno psicologico e persino immortalità1.

Insomma, con buona pace del “santo subito” che appare in fotografia nel primo episodio del Decalogo e dello stesso regista, oltre al divino, l’essere umano sembra cercare nella macchina un sostituto artificiale di quel prossimo da cui è stato deliberatamente allontanato non dalle diaboliche utopie, ma dall’individualismo cinicamente pianificato e celebrato in tailleur a Downing Street.


  1. Cfr. Guido Scorza, Diario di un chatbot sentimentale. Come le macchine ci imitano e ci manipolano, Luiss University Press, Roma 2025.