di Sandro Moiso

Daniele Pasquini, Selvaggio Ovest, Enne Enne Editore, Milano 2024, pp. 360, 18 euro

E l’America non è più l’America, non più un mondo nuovo: è tutta la terra. (Americana – Elio Vittorini)

Il romanzo di Daniele Pasquini fotografa, si fa per dire, il momento in cui l’affermazione di Elio Vittorini citata in epigrafe iniziò a diventare realtà, già sul finire del XIX secolo. In Europa e in Italia. Il tempo in cui il cosiddetto mito americano inizio a concretizzarsi al di qua dell’Oceano Atlantico proprio grazie alle iniziali trionfanti esibizioni del Wild West Show ovvero il circo messo in piedi da William Fredrick Cody, in arte Buffalo Bill.

Una gigantesca macchina dello spettacolo che metteva in scena la “conquista” dell’Ovest selvaggio americano e le imprese “eroiche” dello scout dai lunghi capelli attraverso l’impiego di più di mille tra uomini e animali e con un incasso annuale di circa un milione di dollari, di cui un 10% costituiva, secondo l’”eroe del West”, l’utile garantito. Un gigantesco affare destinato a modificare l’immaginario europeo, dopo aver esaltato quello degli americani che non avevano mai vissuto quelle esperienze.

E che, a ben guardare, non aveva vissuto in “forma eroica” nemmeno il protagonista che, però, poteva vantare di aver abbattuto 4286 bisonti nel corso di diciassette mesi trascorsi, in qualità di scout dell’esercito e cacciatore per i costruttori delle ferrovie destinate ad unire il continente americano da un oceano all’altro, e di ave “preso” lo scalpo di Mano Gialla, un capo guerriero Sioux da lui ucciso in battaglia.

Imprese che avevano contribuito grandemente alla sconfitta delle ultime tribù di nativi ribelli, più ad opera della fame che del coraggio e del valore dei cavalieri in blu, i quali proprio a Little Big Horn, nelle Black Hills, avevano subito una delle più dure sconfitte militari ad opera delle tribù Lakota, Cheyenne e Arapaho riunite da Toro Seduto e guidate da Cavallo Pazzo.

In una battaglia, avvenuta il 26 giugno 19876, durante la quale, in soli venticinque minuti di combattimento, un distaccamento di diverse centinaia di soldati, comandati dal colonnello George Armstrong Custer fu completamente distrutto insieme allo stesso comandante. Un’onta che sia nello spettacolo, dove veniva riprodotta prima la battaglia e poi lo scontro avvenuto successivamente tra William Cody e Mano Gialla, che nella miserabile realtà delle stragi di nativi americani lo scalpo tolto ad un altro capo Sioux avrebbe dovuto lavare via.

Occorre partire da questa lunga digressione storica per entrare nelle maglie di un romanzo avvincente e realistico allo stesso tempo. Una storia in cui il vero West sembra appartenere più alle terre della Maremma in cui si svolge e ai suoi butteri che non alla narrazione fattane da allora in tante dime novel e, successivamente dall’industria del cinema nata sulle coste del Pacifico, dalle parti di Los Angeles.

Una Maremma in cui, realmente, si incrociarono i cowboy e gli indiani, sotto tutela, di Buffalo Bill e i butteri che lavoravano suule grandi proprietà terriere delle famiglie nobili di un regno d’Italia formatosi da pochi anni e in cui il brigantaggio costituiva già un enorme problema. Per lo Stato, ma anche per la popolazione comune e i ceti sociali più poveri che, oltre ad essere tormentati e decimati dalla presenza della malaria, dovevano fare i conti sia con le vessazioni dei rappresentanti della legge in divisa che con quelle di chi faceva finta di ergersi a loro protettore.

Non fa sconti ai banditi dell’epoca il giovane scrittore fiorentino (classe 1988) che lavora come addetto stampa nel settore editoriale, ma che ha esordito nella narrativa con Io volevo Ringo Starr nel 2009 (Intermezzi editore) e ha proseguito con altri racconti, pubblicati in antologie e riviste, oltre che con un altro romanzo pubblicato nel 2022 da SEM: Un naufragio.

Ma non fa sconti nemmeno alle nostrane “giacche blu” dell’epoca ovvero i carabinieri che avrebbero dovuto proteggere le popolazioni, ma che pensavano soprattutto, nelle parole dell’autore, a “parasi il culo” nei confronti dei superiori. A qualsiasi livello gerarchico.
Una storia, sicuramente, antieroica ma con il profumo dell’avventura, soprattutto quest’ultima legata alla crescita di uno di giovani protagonisti delle vicende, Donato, figlio di un buttero burbero, taciturno e dedito al duro lavoro della doma dei cavalli, della cura del bestiame lasciato crescere nei terreni in parte paludosi posti a sud e a nord-est dei monti dell’Uccellina.

Un paesaggio aspro, spesso inospitale per l’uomo, ma ancora selvaggio in cui le storie di violenza, stupri, sparatorie, compravendita del corpo delle giovani donne o dei cavalli e delle bufale si intrecciano con quelle di finti e canaglieschi “eroi” privi di pietà per chiunque sia, come nel caso del brigante Occhionero, oppure con quelle di carabinieri giovani e impauriti che si pensano eroi, ma destinati soltanto a sparire senza lasciare memoria di sé, se non per qualche irrimediabile errore o atto di codardia.

Storie che si intrecciano con quelle di un gruppo di indiani, tra i quali spicca quella di Alce Nero, aggregati al circo americano e che, per un attimo, immaginano, in quelle lande per loro troppo strette, limitate e abitate, di ritrovare un po’ della gloria irrimediabilmente perduta. E storie di donne, giovani e meno, che come sempre sono destinate a portare il peso della famiglia, del lavoro necessario intorno a quello dei butteri, delle violenze e delle perdite più irreparabili.

Storie che, per forza di cose, sono narrate e ricordate da uomini che sono « tutti bugiardi, solo che di alcuni diciamo che hanno fantasia, e vengono chiamati artisti, o poeti, altri invece son chiamati imbroglioni, e son guardati con disprezzo, come se avessero violato qualche patto solenne con la realtà. Solo che contratti non esistono, perché alla verità in fondo hanno rinunciato tutti, sin da principio »1.

Riflessione che continua ancora in un’altra pagina: « Occhionero aveva capito che la verità è meno interessante di quello che vorremmo, e che fuggire dalla realtà è l’unico modo per rendere accettabile una storia. L’immaginazione rende più tollerabile la vita, chi vuol sapere che cosa c’è sotto resta sempre deluso »2.

Verità e finzione sono anche alla base della storia del West portata in giro per il mondo dal circo di Buffalo Bill, che in altra parte d’Italia avrebbe affascinato anche un futuro scrittore di avventure come Emilio Salgari3. Verità e finzione che non per nulla si incrociano anche attraverso le parole di personaggi di contorno, ma non secondari, come Mark Twain, Ned Buntline oppure i giornalisti delle cronache italiane del circo. Tra questi un tal Sigaretta, cui Pasquini affida un ulteriore ragionamento sulle conseguenze della diffusione del mito della felicità per tutti che il mito americano portava già con sé all’epoca, intravedendone il futuro fallimento

« Il problema è che tutti crederanno di poter essere brillanti e ammirati e amati come dèi. Ma capite da voi che questo espone la gente a delusioni a cui non è pronta. Quella che chiamano felicità in realtà è il successo, il potere. Tutti vorranno più soldi, abiti, cose con cui distinguersi, o cose con cui essere uguali a quelli che gli paiono felici. La ricerca della felicità, come dicono questi americani, genera un sacco di invidie, manie, pazzie. Quell’americano Cody […] ha vissuto mille avventure, tante da non riuscire a crederci. E continua a girare il mondo, a cercare di macinare soldi. Non è una cosa da pazzi? […] Finirà in massacro questo rivendicare il diritto alla gioia, alla risata. La chiamano felicità, ma è un altro modo per dire supremazia, ricchezza, possesso. Non può funzionare, è evidente»4.

Un mito nato sulla menzogna, in cui il massacro dei popoli nativi e della fauna selvatica è stato spacciato per gloria e avanzata della civiltà e in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, qualunque sia il colore della sua pelle, per concorrenza e affermazione individuale, non può infatti portare altro con sé. Insieme alla miseria, alla morte o all’inutile vendetta che si riversano nelle e dalle ultime, tesissime pagine del libro.

Un romanzo avvincente e interessante allo stesso tempo che se avesse visto eliminare, prima di andare in stampa, qualche lungaggine narrativa, dovuta a descrizioni fin troppo dettagliate dei paesaggi e dell’ambiente e a qualche storia collaterale come quella del seguace di David Lazzaretti, oppure il sovrappiù di toscanismi, che talvolta rischiano di far ricadere l’opera nella nota di colore di carattere localistico, avrebbe potuto raggiungere, scusate se vi par poco, la secchezza e l’essenzialità di Cormac McCarthy.


  1. D. Pasquini, Selvaggio Ovest, Enne Enne Editore, Milano 2024, p. 75.  

  2. D. Pasquini, op. cit., p. 130.  

  3. cfr. E. Salgari, Arriva Buffalo Bill!, Antologia di articoli comparsi sul quotidiano “l’Arena” di Verona nei giorni 15, 16 e 17 aprie 1890, Pierluigi Perosini editore, Verona 1993.  

  4. D. Pasquini, op. cit., pp. 293-294.