di Marco Rizzo

Forme di resistenza e di militanza politica e culturale contro le nuove destre

Il carattere violento e subdolo della propaganda di destra consiste essenzialmente nel ribaltamento dei rapporti tra oppressori e oppressi, nel millantare maggioranze vessate da minoranze prive di reale potere, nel sistematico inquinamento della realtà storica come pure la comprensione del presente. Oppure fa riferimento alla “tecnica del salame” che prevede la messa in discussione di un fatto storico attraverso una delegittimazione dei dati delle fonti ufficiali. Una “fetta” alla volta, una cifra alla volta si arriverà a dubitare che quanto avvenuto sia davvero esistito, o che quanto non è accaduto si sia in realtà verificato. )). Che fare dunque di questa massa di soggettività della crisi, come disintossicarle dalla propaganda di destra? Al riguardo, Adorno fornisce una prima indicazione molto chiara e risoluta:

“Non bisogna operare in primis con appelli etici, con appelli all’umanità, poiché il termine «umanità» e tutto ciò che vi è connesso porta gli esseri umani dei quali ci stiamo occupando a infiammarsi, agisce come una paura e una debolezza, come in altre situazioni che ho ben presente, nelle quali parlare di Auschwitz ha suscitato esclamazioni come <> e il semplice nominare gli ebrei faceva ridere.
[…] Se si vogliono affrontare sul serio queste cose, bisogna richiamare in modo perentorio gli interessi di coloro ai quali la propaganda si rivolge. Ciò vale soprattutto per i giovani.”1

Sbam, che schiaffo al moralismo di sinistra! Addirittura il filosofo che deve un pezzo della sua notorietà all’interdizione di fare poesia dopo la catastrofe dei campi di sterminio, arriva a dire che l’ingiunzione ad essere buoni, anche laddove non risuoni ipocrita e opportunistica per via di alcuni soggetti da cui spesso la sentiamo levarsi, è comunque di per sé impotente o addirittura controproducente a contrastare l’avanzata delle destre. Le declamazioni sull’umanità perduta o degradata, se non si accompagnano infatti a faticosi tentativi di lavoro su e soprattutto con dei pezzi almeno di quell’umanità che si giudica perduta o degradata, servono solo a titillare il senso di superiorità morale e a isolare nella loro splendida (e presunta) purezza coloro che vi si crogiolano. E della veridicità di questo assunto credo che la storia recente ci abbia fornito innumerevoli e pesantissime prove.
Al contrario, per quanto Adorno stesso lo riconosca solo come un punto di partenza di un percorso più ampio e difficile, è lavorando sulle contraddizioni materiali che si possono aprire delle contraddizioni psichiche e ideologiche promettenti:

“Ho già detto che non bisogna farne una questione morale, ma che si deve fare appello agli interessi reali. Lo ripeto. Forse a questo proposito posso ricordare uno dei risultati della ricerca condotta in America, tratto dal nostro La personalità autoritaria, dove si vede come le personalità cariche di pregiudizi – quelle che sono cioè autoritarie, repressive e reazionarie dal punto di vista economico e politico -, laddove si tratti dei loro interessi evidenti, evidenti ai loro stessi occhi, reagiscono in modo completamente diverso. Infatti erano nemici giurati di Roosevelt, ma il loro antirooseveltismo cessava – e si comportavano in modo relativamente razionale – di fronte a quelle istituzioni che facevano loro comodo nell’immediato, come le misure per il contenimento degli affitti e la riduzione del prezzo delle medicine. Questa scissione nella coscienza degli esseri umani mi sembra uno dei punti di partenza più promettenti per una reazione.”2

Solo tornando e facendo tornare alla realtà, alla materialità delle condizioni, è possibile rideterminare le sorti dello scontro, ci suggerisce il francofortese. Nella lotta politica dei nostri giorni, si correrebbe tuttavia il rischio di cadere nel mero economicismo, se non facessimo i conti con almeno due questioni politiche aperte (e su uno spazio di incertezza e di possibilità su cui tornerò alla fine):

1) Accanto e in sovrapposizione a queste cause, al centro della propaganda delle destre vi è come sappiamo anche il titillare un senso di declassamento che è non solo economico ma poggia anche su basi razziali e di genere. Qui è necessario assumersi l’onere della scelta netta. O si finisce per scendere a compromessi con queste manifestazioni di revanscismo suprematista, lisciandole pericolosamente – e peraltro improduttivamente; la parabola politica di un certo mio omonimo assai noto, prima che imbarazzante, risulta istruttiva per il suo fallimento – il pelo, fino a non percepirli più come compromessi ma come parti integranti del proprio programma, ritrovandosi così a sconfinare nel campo politico che ci si proponeva di contrastare. Oppure, le si considera invece un elemento frenante per lo sviluppo di processi di lotta e ricomposizione sociale che rafforzino la potenza qualitativa del conflitto tra le classi. Qualcosa dunque che, pur azzerando il più possibile ogni senso di superiorità morale troppo esibito, occorre far regredire con efficacia e fermezza. Come fare ciò, continua però ad essere un interrogativo irrisolto e difficile, visto che:

2) in anni recenti a sinistra si è molto parlato, discusso e generosamente agito per riportare in auge forme di mutualismo che potessero creare argini solidali allo sfaldamento dei legami sociali, al divenire invivibili ed economicamente insostenibili di molti spazi periferici o ex periferici, all’impoverimento strutturale provocato dalla crisi permanente post-2008, poi allo choc pandemico e da ultimo alla spirale di inflazione e guerra. Si è tentato, attraverso queste pratiche, di contenere e far arretrare, socialmente e psichicamente, i portati della cultura di destra tra gli strati popolari: guerra tra poveri, risentimento impotente, individualismo cinico. Il bilancio di questo sforzo di teorizzazione ma soprattutto di azione generosa, pare ad oggi assai magro politicamente: né un movimento, né un partito, nemmeno una grande manifestazione nazionale degna di nota è sorta da tutto ciò. Non c’è da deprimersi e men che meno compiacersi per questo, semmai da domandarsi perché sia andata così; da chiedersi se le pratiche mutualistiche, pur rimanendo una strada giusta, non rappresentino di per sé una via risolutiva, né cruciale per cambiare i rapporti di forza. Riconoscersi che comunque, grazie a tutto questo lavoro, si è avanzati di un cm, o di un cm non si è arretrati, eludendo lo scarto netto tra sforzo impiegato e risultati, significherebbe solo certificare l’entità della rassegnazione sostanziale alla gestione della sconfitta, e la mediocrità delle proprie ambizioni politiche sul presente e sul futuro. Il dominio delle destre in Italia è rimasto nel mentre intatto ed anzi, una volta rioccupate le leve del potere, sta lavorando per il lungo periodo, all’edificazione di una nuova egemonia culturale, terreno su cui punta gramscianamente a una rivincita non transitoria.

Sul terreno della battaglia culturale, per quanto risulti assai urgente riagganciarlo alla materialità dei conflitti che avvengono nella sfera socio-economica, ci sono ancora margini di contendibilità enormi che tutti/e coloro che esercitano una funzione intellettuale dovrebbero occupare e agire. Evitando settarismi, ansie di purezza, velleitarismi accademici, tanto come gli acritici e sterili “ritorni al popolo”, presuntuosi o autoumilianti che siano. La cura di una formazione ideologica che sia antidoto alla seduzione della cultura di destra nelle nuove generazioni – e in ampia parte di quelle adulte e anziane, che hanno subito anche sul terreno delle idee i colpi della liquefazione delle comunità di appartenenza, come pure gli effetti deleteri della virtualizzazione delle esistenze e degli spazi di confronto con la realtà e con gli altri – credo sia tutt’altro che di secondaria importanza oggi, proprio per l’investimento che la controparte vi sta riversando; varrebbe dunque la pena interrogarsi su quale potrebbero essere i compiti, le forme collettive, gli stili di una militanza culturale antifascista che non si ponga né semplicemente nelle retrovie non lambite della asprezze della lotta politica, né che si illuda di essere lotta immediatamente politica essa stessa. Una militanza che però un qualche fastidio reale, che sia accumulo di forze, esplorativa dell’ignoto e non riconfermativa di sé.

Quanto questo compito sia, oltre che urgente3 , tutt’altro che banale (intellettualmente in primo luogo) e non privo di insidie, ce lo ricorda lo stesso Adorno, che prendendo in considerazione l’abitudine delle nuove destre di cavalcare strumentalmente e in maniera distorta temi tradizionalmente appannaggio della sinistra anticapitalista o dei movimenti rivoluzionari ci tiene molto opportunamente a precisare che

“la questione non implica affatto che tutti gli elementi di questa ideologia siano falsi, ma che anche il vero può essere messo al servizio di un’ideologia falsa, e che la difficoltà del lavoro di resistenza sta essenzialmente anche nel cogliere il modo in cui la non-verità abusa della verità nell’opporvisi. La tecnica più importante grazie alla quale la verità viene messa al servizio della non verità è quella di separare osservazioni in sé vere dal loro contesto.”4

Tutto il discorso di Adorno è permeato da appelli all’attenzione, alla non sottovalutazione delle capacità degli avversari, alla qualità dello sforzo intellettuale e politico (e non etico-linguistico, come sembra credere la cultura woke) che è necessario mettere in campo5. Tra un urlo scomposto e indignato e il pacato rigore del pensiero, è sempre e solo il secondo che può seminare incertezze e dubbi in chi non è già sicuro di essere d’accordo con noi: “Bisogna smantellare gli stratagemmi di cui vi ho parlato, bisogna dare loro nomi univoci, farne una precisa disamina, descriverne le implicazioni e tentare, per certi versi, di immunizzare le masse, perché alla fin fine nessuno vuole passare per stupido o credulone.”6

Non sempre, va detto, Adorno si dimostra immune da un certo senso di superiorità intellettuale, finendo per sminuire le radici spirituali della cultura e del pensiero di destra, come pure il fascino esercitato dalle sue mitologie. Ma, da materialista, anche quando pecca in ciò, ci fornisce comunque uno sguardo capace di illuminare. Come quando registra la segreta corrispondenza, l’abbraccio mefistofelico si potrebbe dire, tra il richiamo alla tradizione dei movimenti neofascisti e il culto dell’azione e dello sviluppo afinalistico proprio della civiltà neoliberale e tecnocratica:

“Non bisogna sottovalutare questi movimenti per via del loro basso livello spirituale o per l’assenza di una teoria vera e propria. Credo che sarebbe politicamente miope considerarli destinati all’insuccesso per questo motivo. Ciò che caratterizza questi movimenti è, viceversa, una straordinaria perfezione dei mezzi, innanzitutto quelli propagandistici in senso lato, combinati con una certa cecità, addirittura un’astrusità degli scopi che vengono perseguiti. Dovendo sintetizzare all’estremo, credo che proprio questa costellazione di mezzi razionali e scopi irrazionali corrisponda, in un certo senso, a quella tendenza complessiva della civiltà che deriva da questo genere di perfezione della tecnica e del mezzo, mentre di fatto scompaiono gli scopi della società nel suo complesso. La propaganda è geniale soprattutto perché in questi partiti e in questi movimenti compensa l’indubbia differenza tra i reali interessi e gli scopi falsi e pretestuosi. Se i mezzi costituiscono sempre più i fini, sembra possibile dire che in questi movimenti radicali di destra, la propaganda costituisce la sostanza della politica.”7

Alcune considerazioni per concludere la presentazione di questo testo, che credo abbia ancora molto di stimolante da dirci per i problemi e i pericoli ma anche per le possibilità di resistenza che il nostro presente ci impone. Attraverso quale interpretazione vogliamo darci conto del ritorno ricorrente della “tentazione fascista” e di alcuni suoi attuali surrogati? Dobbiamo dare ragione ad Adorno quando interpreta il fascismo come una traccia delle promesse mancate della democrazia? Oppure dovremmo guardare ad ogni nuova ascesa di un fascismo, come suggerisce Benjamin, tentando di scorgervi le tracce di una rivoluzione mancata? Forse entrambe le prospettive risultano valide, nella misura in cui si concentrano su due diversi momenti del fascismo: quello delle origini, più imperniato sulla forma del partito-milizia, e quello più maturo del partito-stato. Quest’ultimo, una volta salito al potere, ha progressivamente emarginato, se non fisicamente liquidato, le proprie frange più movimentiste e meno capaci di istituzionalizzarsi, pur mantenendo un filo di ideale celebrazione e mai rinnegata continuità con quel passato. I battibecchi da operetta su Acca Larentia degli ultimi giorni, non certo le prime e nemmeno le ultime, ci parlano forse di una contraddizione di cui l’attuale partito di maggioranza di governo e più diretto erede di quella storia, non è ancora riuscito a venire a capo.

Va detto però che anche l’antifascismo, istituzionale o militante, se non vuole vivere di glorie passate sempre più minoritarie, si trova di fronte a un bivio. Che cosa contrapporre, nel presente, alle nuove destre autoritarie e dai tratti neofascisti? La difesa delle istituzioni democratiche rette da un élite di tecnici sobri e “responsabili”, capaci di gestire senza clamori, con qualche verniciata di diritti civili e di retoriche umanitarie, il pilota automatico delle compatibilità finanziarie – il che pare essere divenuta la principale se non in fondo l’unica ambizione storica di fondo della “sinistra reale” – in un mondo sempre più proiettato verso uno stato di guerra diffusa e permanente, o invece il tornare a reinterrogare, nella teoria e nella prassi, le possibilità della rivoluzione come rottura politica e come trasformazione radicale del sistema economico capitalistico e come interruzione dell’ecocidio di cui è il principale responsabile 8?

Su queste due strade alternative e tra loro incompatibili, l’intelligenza collettiva che voglia farsi carico di elaborare delle risposte deve necessariamente dividersi e assumersi l’onere di alcune scommesse intellettuali e politiche. Grande è la confusione sulla terra, e la situazione inclina al peggio. Ma è compito di ognuno rendere più di un pio auspicio i noti versi Holderlin: “Là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva.” Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca l’invito a congiungere pensiero e azione con cui Adorno conclude il suo intervento di fronte ai militanti socialisti austriaci 57 anni fa:

“Forse alcuni di voi mi chiederanno, o mi chiederebbero, cosa penso del futuro del radicalismo di destra. Credo che questa sia una domanda sbagliata perché eccessivamente contemplativa. In quel modo di pensare che fin dal principio vede queste faccende come catastrofi naturali, sulle quali è possibile fare previsioni come per le trombe d’aria o i disastri meteorologici, si cela già una forma di rassegnazione che ci mette in realtà fuori gioco come soggetti politici; vi si cela, cioè, un comportamento da cattivi spettatori di fronte alla realtà. Come queste cose proseguiranno e la responsabilità per come andranno avanti ricade, in ultima istanza, su di noi.”9


  1. T. W. Adorno, ivi, p. 31  

  2. T. W. Adorno, ivi, pp. 53-54.  

  3. Cfr. T. W. Adorno, op. cit., p. 54: “Credo che la tattica di fare tutto «zitti zitti», cioè di far passare queste cose completamente sotto silenzio, non abbia mai funzionato e oggi il modo in cui si sono evolute è già arrivato a un punto tale da rendere impossibile metterla in pratica.”  

  4. T. W. Adorno, ivi, pp. 41-42  

  5. Cfr. T. W. Adorno, op. cit.: “Bisogna prestare molta attenzione a non pensare in modo troppo schematico e a non operare in maniera avventata.” (p. 19); “Bisognerà che la scienza politica e, soprattutto, quei politici che analizzano questo genere di cose vi prestino attenzione” (p. 28); “Sarà bene essere particolarmente attenti fin dall’inizio.” (p. 46); “Credo perciò che questo genere di questioni vada preso in esame con particolare attenzione.” (p. 47); “Occorre essere particolarmente attenti” (p. 49).  

  6. T. W. Adorno, ivi, p. 55.  

  7. T. W. Adorno, ivi, pp. 26-27.  

  8. Cfr. una densa intervista del luglio 2022 all’economista Emiliano Brancaccio su Il Tascabile, dal titolo Guerra, crisi, rivoluzione (https://www.iltascabile.com/societa/emiliano-brancaccio/), in particolare le conclusioni: “È possibile che proprio le tendenze oggettive del sistema a un certo punto favoriscano l’emergere di una nuova intelligenza collettiva, che si riveli capace di tramutare le delusioni del “riformismo” in una feconda disperazione, e che riesca proprio per questo a raccogliere le istanze sovversive di singole monadi isolate per tramutarle in una inedita pratica politica “rivoluzionaria”? Da lungo tempo siamo educati a rispondere risolutamente di “no”, in modo puramente istintivo, direi pavloviano. Eppure, coloro che governano il funzionamento del sistema non escludono affatto una simile svolta. Anzi, lavorano coscienziosamente ogni giorno per scongiurarla. Penso sia giunto il tempo di riflettere su diverso tipo di reazione, tra noi e loro.”  

  9. T. W. Adorno, ivi, pp. 56-57.  

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