di Giorgio Bona

“Probabilmente io e lui non capivamo una cosa fondamentale: tutto quello che avveniva  era  la preistoria della nostra vita: la sua vita molto breve, la mia molto lunga. Il respiro dell’arte non aveva ancora bruciato, trasformato queste due esistenze: e questa doveva essere la via luminosa che precede l’aurora. Ma il futuro che, come era noto, getta la sua ombra ancor prima di attuarsi, batteva alla finestra, si nascondeva dietro i lampioni, intersecava sogni e spaventava, con la terribile Parigi Baudelairiana che si nascondeva in qualche posto lì, accanto. E tutto il divino scintillava in Modigliani soltanto attraverso una tenebra”.

La breve avventura di Modì (Amedeo Modigliani) e Anna (Achmatova) attrae e stordisce per l’intensità e la violenza drammatica. Come se una sapiente regia avesse concentrato in una sola vita due corpi all’unisono con l’inizio di un secolo che si presentava stanco e tormentato, apprestandosi a scaricare sulle spalle dei suoi poeti e dei suoi artisti tutti i disastri e i dolori del mondo.

Non rimane molto di questa storia. Soltanto Anna Achmatova ne parla in uno dei suoi scritti e racconta la breve parentesi di vita, una vita che fu condizione attiva dell’essere, dei sogni, dei desideri e, semplicemente, l’irraggiungibile libertà.

Per Modì unica strada: senza confini, senza sbarre, una carica esplosiva che abbatteva i muri, scardinava le porte.

La vita, poi, diventava un tuffo nel nulla, l’incomprensione con infinite gradazioni e sfaccettature, politiche, personali, sociali ed era l’origine di un male oscuro tra le pieghe dell’anima.

Non c’era spazio, neppure un margine minimo per cercare una via d’uscita, anche quella di fare una scelta, perché sappiamo che il futuro era un fatto scontato e avrebbe portato per entrambe gravi ripercussioni.

Entrambi riversi sulla pagina bianca che avrebbe dato un appiglio alla loro vita, forse l’unica via d’uscita senza se e senza ma, l’unica forma vera quando la vita medesima si riduce a una finzione.

Anna Achmatova in realtà si chiamava Gorenko. Cambiò perché suo padre, ufficiale della marina russa, quando seppe che la figlia scriveva poesie intimò di non mischiare il cognome di famiglia in faccende disonorevoli.

Anna, invece di abbandonare la scrittura, decise di cambiare cognome e prese quello di una sua antenata da parte di madre, una principessa tartara.

Giunse a Parigi dalla Russia nel 1910 in viaggio di nozze e qui l’incontro con Modì, che rivide l’anno dopo per un breve periodo.

Un amore che divorava le distanze e trascinava con sé un turbine di visioni, di piccole storie, di sentimenti vivi e naturalmente la grandezza dell’arte e della poesia.

Non si sa molto di questa intensa storia che durò circa due mesi. Non si incontrarono più. Nel 1913 Anna fu privata del passaporto, riavuto poi nel 1964 grazie alle pressioni di Giancarlo Vigorelli e per consenso diretto di Chruščëv.

Una persecuzione negli anni duri, colpita nei suoi affetti, la fucilazione del marito, il poeta Nikolaj Gumilëv, con l’accusa di attività controrivoluzionarie e l’arresto del figlio Lev nel periodo delle grandi purghe staliniane, lei medesima espulsa dall’Unione Scrittori con l’accusa di estetismo e di disimpegno politico nel 1946.

Trascorsero ben nove anni prima che fosse riabilitata.

Le prose critiche di Anna Achamatova, raccolte in volume (Amedeo Modigliani e altri scritti, a cura di Eridano Bazzarelli, SE, 2015) sono di carattere memorialistico e dedicate a poeti suoi contemporanei come Blok e Mandel’štam e quindi sono concentrati e attenti sulla poesia e sulla cultura russa.

Il suo grande lavoro, Poema senza eroe, mette in discussione il mito dell’eroe e rielabora un nostalgico ricordo del passato attraverso la nuova visione della storia e una trasfigurazione dello spazio e del tempo in una concezione di puro fine.

Il mito dell’anti eroe sta anche in queste parole che Anna pronunciò a voce alta: non ho mai amato vedere i miei versi stampati, lo trovavo superfluo e sconveniente.

La poesia viaggia dentro la mente, è una risorsa dell’anima.

Così l’arte per Modì, stesso impeto, stessa visione. Non è banale la frase di molti suoi modelli che dissero: farsi ritrarre da Modì è come farsi spogliare l’anima.

Modì disegnò Anna su sedici schizzi, prevalentemente del genere nudo, quindici secondo la grande poetessa bruciati nel palazzo dello zar di Tsarskoye. Solo uno di questi, il suo preferito, lo tenne con sé per tutta la vita.

Sfortunatamente questi schizzi non diventarono dipinti o opere grafiche finite.

Sei in me come un’ossessione, scriveva Modì.

Negli archivi dei paesi occidentali non esistono documenti su Anna Achmatova associati a Amedeo Modigliani. Gli schizzi e i disegni sono gli unici documenti noti. Anche le numerose lettere che Modì scrisse a Anna andarono perdute durante un incendio in casa della poetessa.

Rimase soltanto quella fiammella che non aveva accettato di spegnersi.

Ecco.

Osserva come placida dormo

Non posso e non voglio

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