di Franco Pezzini

Qui di seguito la seconda parte – la prima qui – dell’introduzione al volume Oltre il velo del reale. L’avventura dei racconti continua, Meridiano Zero, 2022, coi testi di autori selezionati e finalisti al call di narrativa breve 2022 “Oltre il velo del reale 2” organizzato dal Premio Calvino insieme alla rivista L’Indice e al Book Pride di Milano e dedicato al fantastico.

Attenzione, seguiranno spoiler. (F.P.)

 

3. Sguardi oltre il velo

Al sopraggiungere della sera due sconosciuti si incontrarono negli oscuri corridoi di una galleria di quadri. Con un leggero brivido uno di essi disse:

– Questo posto è sinistro. Lei crede ai fantasmi?

– No, – rispose l’altro. – E lei?

– Io, sì – disse il primo e scomparve.

George Loring Frost, da Memorabilia, 1923 (trad. di Luciano Allamprese)

 

Come accennato, sul totale dei racconti qui raccolti, cioè i finalisti (quasi tutti) e i selezionati (quasi tutti), riferimenti ai linguaggi classici dei generi non mancano – e anzi non sono poche le attestazioni. Ma è interessante che in larga parte il ricorso presenti un uso molto libero degli elementi canonici e spesso un’attenzione vivida alla qualità letteraria di scrittura: non mera forma al servizio di trame pop, ma espressione sostanziale del fantastico narrato. Un punto che mi sembra importante sottolineare, anche in risposta a un certo atteggiamento riscontrabile in un certo ventre del fandom fantastico: una sorta di ostilità verso la letteratura “alta” – ma potremmo dire verso la ricerca letteraria tout court – e il suo mondo, in difesa di una narrativa più “sincera”, ruspante, coltivata da “noi che ce ne siamo sempre occupati”. Al netto insomma della lentezza con cui la critica accademica si è degnata di considerare anche autori del fantastico (e questo ritardo, condito da grette diffidenze a tutt’oggi non dissolte, rappresenta un dato oggettivo), la diffidenza opposta rappresenta solo una delle tante maschere di un atteggiamento da strapaese che rischia di premiare stereotipi, povertà formale e modelli a volte anche ideologicamente discutibili (il vero uomo, la vera donna, eccetera) dimenticando che tanti maestri del fantastico sono invece compiutamente letteratura.

Un esempio tra i racconti del call che non mi parrebbe improprio richiamare a un genere (sia pure liberamente) ma con un approccio letterariamente alto è proprio il testo premiato dalla giuria, lo straordinario La disincarnata di Michela Lazzaroni, che rilegge in chiave – non spiace usare un termine forte – geniale e originalissimo il topos della casa infestata. Quasi chiunque di noi ha avuto l’esperienza del rapporto straniante con beni personali (la dentiera…), abiti, mobilio di una persona più o meno cara che declina verso la fine e poi muore: uno spazio fisico ma soprattutto affettivo, mentale, immaginale impastato di prassi quotidiane, ricordi, fantasie e a volte ossessioni. Che finiscono col contagiare chi – generalmente un congiunto più giovane, figlio o nipote – cerchi di riportare il tutto a un ordine della vita che scorre: contagio che è una sorta di infestazione, e il racconto illumina sulla progressiva, perturbante metamorfosi – almeno agli occhi e nelle percezioni della figlia – di una madre ormai demente negli oggetti di casa sua. Con la morte la madre finisce con l’occupare tutto quello spazio, diventa quello spazio, fino a determinare per la figlia un ideale e in fondo affettuoso regressus ad uterum. La scrittura di Lazzaroni è efficace, vivida, elegante e capace di esprimere non solo un modo di vedere fantastico (e si torna a quanto detto), ma un’esperienza umanissima e – in un’Italia dove l’età media è alta – una chiave che fa riflettere sulla natura fantastica delle nostre relazioni.

Ma la visione può interpellare altri sensi. Una Fata Morgana esistenziale barbaglia per esempio nel deserto di Jake di Marco Barberis: una brillantissima divagazione sul tema dell’autostoppista fantasma, aperta ad abbracciare provocazioni diverse (la perturbazione identitaria, lo sfarinarsi delle relazioni, il rapporto di loop con lo spazio e col tempo nel deserto della realtà). La visione si fa tatto, in modo perturbante, in L’immortalità di Alice Capitanio: una visionaria, folgorante e potente rilettura sul tema delle perdite accumulate in una vita (pezzi di carne che si staccano), e sulla capacità di imparare ad accudire le nostre e quelle dei nostri cari in un mondo che invece tutto nasconde come in un crepitare di nastro adesivo da pacchi. Il tema delle perdite di parti del corpo – o alla relativa visione, inevitabile pensare a Quello che perde i pezzi di Gaber – torna anche felicemente in Pezzi di Monica Zanelli, come qualcosa legato alle insicurezze di un’età, e dunque non all’invecchiamento ma alla crescita. Un percorso di rapporto con la nostra fisicità e la sua gestione che, ancora, flirta con l’ossessione nel brillantissimo racconto di Leonardo Carletti, La mascherina: forse il testo più influenzato dalle angosce pandemiche, ma soprattutto da ciò che la pandemia ha reso più greve o epifanizzato in noi, come collettività e come singoli. Difficilmente un testo saggistico può raggiungere la presa di questa narrazione tanto acuta e allarmante su ciò che siamo e ciò che possiamo arrivare a essere, pur nelle strategie di salvezza offerte dalla vita.

Altrove la visione fantastica si ancora anzitutto a una voce, in un gioco sinestetico dove vediamo nella misura in cui ascoltiamo una voce impossibile – quella dei morti. Come nel macabro e gustoso Era morta così bene di Andrea Secci, che gioca in modo sinistro – ma narrativamente brillante – sul tema della reincarnazione; o in un paio di storie potenzialmente ascrivibili a un linguaggio thriller, Non è giusto che una donna muoia così, di Marco Ferri, spaventoso e crudo racconto di un femminicidio dove le percezioni della morta si spingono ben oltre il decesso, o in Il libro sulla mensola di Cosimo Gentile, messa in scena di un dramma che diventa più strano e complicato a ogni paragrafo. Portando lontano dalla prima banalizzante interpretazione che il lettore frettoloso avrebbe potuto tranciare: e in entrambi i casi si rivela una sorta di medianità dello scrittore nel cogliere voci e relativo sguardo.

Talvolta la visione è semplicemente epifania di qualcosa sedimentato in noi. In riferimento per esempio a un potere pericoloso di cui ci si scopre portatori entrando in crisi, come nel bel racconto di Paola Usala, La forma, tra suggestioni Wiccan evocanti un vago sincretismo (festività celtogermaniche, il nome slavo del gatto…) o nell’asciutto, efficacissimo La bestia, di Chiara Delfino (pseudonimo di Chiara Battini). In entrambi la portatrice di conoscenza è una nonna, che aiuta l’accettazione del protagonista illuminando anche i rischi.

Per contro, il rapporto tra l’interiorità e un misterioso nemico esterno che sfida la visione torna in più racconti. Così nell’ottimamente gestito Lui, di Fabiana Castellino: la penetrazione di uno sfuggente aggressore che lasceremmo entrare – in casa, in noi – disobbedendo come sentinelle neghittose all’ammonimento della mamma, all’insegna di un archetipico senso di colpa finisce col rivelarsi figura (mitica? psicopatologica? politica? relazionale, in rapporto a un partner separato?) di tutte le paure impiantate in noi dagli altri. La solitudine/separazione che si fa ossessione – e nuovamente evocante echi del lockdown, anche se siamo ormai un passo oltre – torna poi nell’inquietante Un lavoro ben fatto di Roberta Di Palma.

Il fatto è che il mondo esterno presenta minacce in strana osmosi con la nostra interiorità. Così, in Cappuccetto Rosso di Elena Cabiati un’originale, malinconica e ben scritta fiaba nera sul set del Museo del cinema di Torino, il luogo della salvezza da ciò che ci insegue (ma chi ci insegue?) è quello della finzione e il nostro alleato un fantasma. Mentre una declinazione nel segno del divertito è nel fittizio articolo da quotidiano offerto da Simone Carbonera, Dieci cose da (non) fare se incontrate un Ococlo, delizioso, intelligente e fantasiosamente allusivo, con il suo esito davvero imprevisto. A suggerire che il fantastico sia anche affabulazione, idealmente sulla scia del sarchiapone di Walter Chiari.

Esterno e interno giocano poi in modo indecidibile, fin dal titolo (ma cosa è interno e cosa esterno?), in Riflesso di Cesare Diligenti, che sposa felicemente il tema dell’identità doppia, rifratta, altra – quale in fondo ne sia la chiave interpretativa – con il motivo della violenza sessista. Laddove invece il racconto di Edoardo Pastore, La morte del signor Anselmo Pastrangeli, richiama tramite visione/allucinazione un altro topos dell’orrido, l’ossessione che, facendo deflagrare un’esistenza fin troppo stabile e prevedibile, trascina al suicidio. Ma la visione traumatica può essere pilotata, come ne La fattoria, di Giulia Marta Petronelli, sull’iniziazione tribale di una comunità di eletti in un futuro remoto: al fine di inibire progressivamente la sessualità, perché non ammannire sul tema una visione scioccante agli adolescenti, quasi sull’onda del “trattamento Ludovico” di Arancia meccanica? (Anche se l’esito non sarà esattamente quello previsto dai castissimi iniziatori…) Ancora giustamente disturbante, I cannibali di Giulia Maria Falzea indaga il rapporto tra madri e figli piccoli perduti, tramite la visione di un relativo simulacro e un gioco di sostituzione d’occhi.

Altrove la visione, da esperienza di noi e dell’altro, trascolora invece nello sguardo con cui la narrazione è offerta. Che sia una fiaba – nera, magari – come quella che Miriam De Marco (pseud. di Maria De Marco) propone sul tema dell’avidità e dell’illusione che uccide, La piovra e la luna. Che sia un racconto gotico o similgotico, come Un altro piccolo segreto, di Sara Catacci, godibile variazione italica sul tema vampirico come epifania della voracità nei rapporti di coppia, o L’uomo dei lupi di Filippo Cerri che riprende la mitologia lupesca e il tema del rito di passaggio – e anzi il subentro in un ruolo sociale – con elegante ricercatezza formale. Che si parli invece dello sguardo di un certo linguaggio tradizionale devoto, nel meraviglioso Ex voto, di Andrea Pozzetta, narrato con abilità ed eleganza espressiva rara nella lingua di un passato antico e contadino, e dove la scorpacciata di certe piante può far considerare tanto a rischio la piccola imprudente da dover scomodare per lei i santi, magari sant’Antonio col suo porcellino. Il senso di peccato stagnante e la felice resa di un’ingenuità antica verso la morte offrono al testo – incredibile prova d’abilità con termini di vera archeologia del linguaggio – un interesse particolare.

O che si parli ancora del linguaggio della fantascienza, come in Exorealismo, di Antonio Potenza, dove la differenza tra umano e sintetico sfuma, regole ferree normano i rapporti e strane patologie possono creare angoscia nei più ansiosi; o nel potentemente allusivo La stella di Diego Ria, su un futuro reso neutro a suon di istanze di controllo, dove i sapori sono simulati, i sogni dei singoli inquietano le autorità e qualcos’altro può essere eversivamente acceso nel profondo degli umani. O ancora nell’elegante e a suo modo tremendo Complementi d’arredo di Diego Rossi, che ammicca fulminante e sornione non solo a scene di sconvolgente disgusto, ma forse a raccapriccianti mutazioni fisiche.

Altri testi lavorano sulla situazione, più che su una trama o sulla relativa svolta. È realismo magico che flirta con l’horror quello che nello splendido La buzzonaglia di Michele Frisia – il racconto più votato dal pubblico – traghetta dal trattamento dei pesci per l’industria alimentare alla suggestione disturbante di una sirena mutilata? Qui la svolta del finale starebbe nella spiacevole agnizione, ma la forza del testo che sceglie di non spiegare troppo sta anche proprio nella dimensione allusiva, nell’evocazione persino più disturbante col suo non mostrare. Posto che, come i gatti, anche noi non alziamo la testa per vedere quel che ci turberebbe…

Per contro, difficile etichettare vere e proprie feste della visione/visionarietà come il magnifico L’uovo sodo di Elisabetta Carbone, vibrante di echi di Apocalisse (“Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente”), dove il fantastico evoca e vede deflagrare intere cosmogonie, come nel delirio di uno gnostico; o lo spiazzante Né bene, né male, di Chiara Ghiglione, grondante suggestioni da fine dei tempi – fenomeni naturali strani, presenze angeliche nel cielo sopra Genova – a preludere però al dilagare di una feroce follia. Riecco insomma il tema del modo visionario di narrare la realtà.

D’altra parte la narrazione non assume neppure sempre i connotati classici del racconto. Arieggia la fantascienza Lucia Moschella con Il mare, scritto però in forma di voce enciclopedica con tanto di note e riferimenti bibliografici dall’ottica di un futuro lontano: le provocazioni sono acute, l’approccio originalissimo, l’efficacia narrativa indubbia.

Un caso che resta a parte è poi quello di Simonpietro Spina, Della volta in cui nuovamente e poi di nuovo, che gioca con ironia sul tema stesso del call e del relativo bando: ma la vorticosa ricorsività accede proprio, in termini beffardi, a qualcosa come una percezione sensoriale.

È davvero necessario ringraziare, come nel comunicato sul sito, “tutte e tutti i concorrenti per il loro contributo e per l’impegno profuso nell’esprimere sentimenti, emozioni, fantasie, speranze e angosce dell’epoca”: e le prove qui raccolte svelano una qualità superba, oltre a cifrare genuini turbamenti.