di Gioacchino Toni

Lorenzo Pezzica, La rivoluzione comincia ora, elèuthera, Milano 2022, pp. 184, € 16,00

«La scelta anarchica lo ha indubbiamente aiutato a conservare quella libertà dello sguardo che gli ha permesso non solo di riconoscere, sempre e ovunque, i meccanismi dell’oppressione, della manipolazione e dello sfruttamento, ma anche di sentirsi solidale con gli oppressi, gli sfruttati, e gli offesi in qualsiasi parte del mondo si trovassero. E questa non è poca cosa. Per ricostruire la sua vita sono stati scelti due differenti piani di scrittura, quello narrativo e quello storico, intrecciandoli tra di loro. È un libro quindi che ha cercato di unire le parole «storia» e «racconto». Così scrive Lorenzo Pezzica nella nota introduttiva al libro con cui ricostruisce la vita del romagnolo Pio Turroni (1906-1982), muratore per vivere e anarchico per sognare e realizzare un mondo migliore, amico e complice, tra gli altri, di Nestor Machno, quando è esule in Francia, e di Camillo Berneri, ucciso nel 1937 dagli stalinisti a Barcellona.

Romagnolo di umili origini, proveniente da una famiglia conosciuta dalla questura forlivese – tre dei suoi fratelli erano schedati per la loro militanza tra le fila repubblicane e socialiste –, con una formazione politico-culturale derivata dalle letture delle pubblicazioni sovversive di inizio Novecento, agli inizi degli anni Venti si troverà, come tanti altri, costretto all’esilio per sottrarsi alla miseria e al fascismo.

Abbandonata l’Italia riparò dapprima in Belgio, in cui restò un paio di anni, dunque in Francia soggiornando per un breve perdio in una malandata pensione – la stessa in cui dimorerà un paio di anni dopo George Orwell intenzionato a osservare di persona l’altra faccia della ville lumière – e frequentando la variegata comunità anarchica parigina, per poi spostarsi a Brest, Bordeaux, Marsiglia e Vichy prima di raggiungere Barcellona per partecipare alla lotta antifascista cercando di indirizzarla verso una rivoluzione sociale.

Narrando la vita dell’anarchico romagnolo, Pezzica tratteggia alcuni ambienti sovversivi novecenteschi a partire dagli anni della lotta antifascista e della guerra di Spagna per finire con le insorgenze degli anni Sessanta e Settanta del secolo. Pagina dopo pagina chi legge viene accompagnato nei quartieri, nei circoli e nelle bettole in cui uomini e donne mossi da passione sovversiva tentavano di rovesciare una realtà ingiusta e crudele che non poteva essere accettata.

Alcune pagine del libro sono dedicate ai tentativi di Turroni, insieme ad alcuni altri compagni, di fare la pelle a Mussolini tra il 1937 e il 1938. Nei piani a prendere parte all’attentato sarebbero stati lui e Domenico Ludovici e l’occasione propizia sembrava presentarsi la prima settimana di agosto del 1938, durante le vacanze estive che Mussolini avrebbe trascorso a Riccione. I due attentatori, essendo di quelle parti, avrebbero saputo bene come muoversi. Le cose non andarono però come previsto.

Erano gli spagnoli che dovevano fornire le armi e gli ordigni esplosivi necessari all’impresa; la data ultima per la consegna del materiale a Marsiglia era il 31 luglio. Ludovici si era messo alla ricerca di un passaggio sicuro attraverso la frontiera franco-svizzera o svizzero-italiana. Pio si dava da fare per cercare un’alternativa: un passaggio navale. Aveva preso accordi con un francese, «capitano d’armamento». Gli avevano detto che era un vero antifascista, amico degli anarchici. Il «Florida», un piroscafo passeggeri della linea di navigazione Paquet, faceva la tratta Marsiglia-Genova-Napoli-Buenos Aires e ritorno. Ripeteva lo stesso percorso ogni quaranta giorni circa. Pio e Domenico sarebbero dovuti partiti da Marsiglia per Genova il 1° agosto. Per tutto luglio Pio aveva atteso invano il compagno spagnolo con il «materiale». Bloccato alla frontiera, si sarebbe presentato al piccolo hotel del Vieux Port dove Pio alloggiava solo il 4 agosto. Non solo il piroscafo era già partito, ma era ormai troppo tardi per organizzare qualsiasi percorso alternativo. Sarebbero comunque arrivati troppo tardi, quando il breve soggiorno balneare si era ormai concluso. Così quel progetto finiva nel nulla. Non c’è testimonianza diretta, ma è certo che Pio quel giorno avrà inventato bestemmie mai pronunciate prima. Mentre Pio era impegnato nella preparazione dell’attentato d’agosto, veniva contattato da Leonida Leoni, un anarchico cavatore di Seravezza, anche lui esule in Francia, per coinvolgerlo in un altro tentativo d’attentato […] previsto a Roma per il maggio del 1938 in coincidenza con l’arrivo di Hitler. Gli chiedeva di raggiungerlo il prima possibile a Montpellier. Un appunto del 1939 della polizia politica riferiva che per realizzare l’attentato «i noti Schiavina Raffaele, alias Max Sartin, e Maraviglia Osvaldo» avevano inviato nel marzo del 1938 a Parigi «mille dollari come contribuzione nell’acquisto di un aeroplano che avrebbe dovuto servire per compiere un attentato in Italia durante una cerimonia all’aperto in onore di S.E. Hitler». Quello che non sapevano era che un altro anarchico del giro dell’«Adunata», Galileo Tobia, aveva preso nel frattempo il brevetto di pilota proprio in preparazione dell’attentato. Dalle carte di polizia può risultare di tutto, bisogna maneggiarle con cautela e un gran senso critico storico, altrimenti il rischio è di annegarci in quelle carte. […] E in effetti dalle carte di polizia possono uscire cose perfino comiche sui veri o presunti attentati al duce. All’epoca bastava che uno sprovveduto qualsiasi, svegliandosi al mattino, esprimesse il desiderio di far fuori il duce per attivare l’OVRA. Se la voce arrivava, e arrivava, la polizia apriva un fascicolo: attentato a S.E. Benito Mussolini mediante civetta impagliata. Una buona parte di questi fascicoli conserva una documentazione costruita su false piste, magari escogitate da qualcuno per ricavarci soldi o accreditarsi come informatore. Gli anarchici – a ragione – erano considerati il principale pericolo per l’incolumità del fondatore del fascismo. Ma sfortunatamente tutti i progetti d’attentato, anche i più seri, come quelli di Pio, erano noti alla polizia italiana. (pp. 88-90)

La storia di Turroni, oltre che dipanarsi lungo l’asse del tempo toccando momenti chiave della storia della sovversione novecentesca, si irradia a livello spaziale dalla Romagna ribelle di inizio secolo alla Francia degli esuli, dalla Spagna in preda alla guerra civile al Sudamerica fino all’agitata Milano degli anni Sessanta e Settanta. Quello raccontato da La rivoluzione comincia ora è un lungo viaggio nel tempo e nello spazio, un viaggio di un indomito anarchico romagnolo dalle mani callose che, tappa dopo tappa, si incontra con altri uomini e donne come lui incapaci di sopravvivere chinando la testa.

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