di Jack Orlando

Antonio Bove, Francesco Festa, Gli autonomi Vol. XI l’Autonomia operaia meridionale, DeriveApprodi, Roma 2022, 18€, 260pp

Andare a stanare segnali di fermento politico nella storia del meridione italiano è, già di per sé, sempre una operazione antagonista. Poiché va ad attaccare quella narrazione che, a oltre un secolo e mezzo dalla nascita della Nazione, continua a dipingere il sud come terra di miseria (economica, ma anche sociale e finanche spirituale) e di cronica arretratezza e passività.

Si va ad attaccare il discorso coloniale che nasconde, dietro una facciata di luoghi comuni e proto-razzismi, una scientifica e costante produzione di sottosviluppo dell’area meridionale, su cui si sono costruite le premesse per la costruzione di benessere e progresso nell’area metropolitana di potere.
Andare a cercare le tracce della ribellione, dell’organizzazione autonoma dei subalterni, in quel paradiso abitato da diavoli, restituisce dignità a storie rimosse e straccia il velo delle narrazioni dominanti; d’altronde non c’è storia di subalternità che non sia allo stesso tempo storia di resistenza e fughe in avanti.

Fare poi questa operazione andando a cercare i semi del conflitto che germogliano durante gli anni ‘80 del ‘900 la strada è ancora più dura. Se per tutta l’Italia 80 vuol dire sconfitta, riflusso e restaurazione neoliberista, in Campania vuol dire anche Camorra, quella Nuova e Organizzata, con tutte le maiuscole. Non solo, vuol dire anche Terremoto, quello dell’Irpinia, devastante e tragico per le popolazioni, enorme e ghiotto per le consorterie affaristiche.

La Campania degli ‘80 come laboratorio di governo del territorio dove si intrecciano gli interessi clientelari dei partiti, manovre speculative degli squali d’alta borghesia, politiche coloniali, ristrutturazione del potere criminale e cauterizzazione degli ultimi germi di conflitto sociale sopravvissuti alla mattanza di fine decennio.

Per chi è superstite della stagione rivoluzionaria, attraversare questo passaggio significa camminare in mezzo alle forche caudine, tentando la tenuta delle ultime ridotte e la ricerca di nuovi possibili slanci.
Ecco che ricostruire il percorso dell’Autonomia in Campania, al giro di boa del terremoto significa andare a cercare e portare al presente, una moltitudine di esperienze di conflitto, autorganizzazione e sperimentazione collettiva assai profonda. Gli anni ‘80 del riflusso, sono anche gli anni ‘80 della ricerca disperata, dei tentati colpi di reni e scartamenti a lato per riprendere il centro del ring.
Ma ciò che segue alle storie maggiori, specialmente quando hanno in sorte la sconfitta, è relegato all’oblio, al romanzo d’appendice.

Eppure, all’epica dei momenti di zenit, all’intensità del viverli e del ricostruirli, non può che affiancarsi a un certo punto l’indagine sul momento di flessione. Sulle secche che restano dopo l’onda alta. D’altronde è sempre più lungo il momento delle ritirate e della stasi, di quello dell’assalto ed è in queste fasi che si può trovare il grigio e quotidiano lavoro della talpa, che scava anche alla cieca, la sua uscita dal presente, anche quando si presenta come una cappa opprimente ed ermetica. Sta sempre nelle secche la preparazione del salto in avanti.

La storia delle formazioni politiche campane, in quegli anni brutti, è una storia particolare, profondamente legata al profilo del suo territorio, con le sue immani contraddizioni, ma è allo stesso tempo uno specchio, dove si riflette l’intera vicenda dell’antagonismo italiano e del suo assalto al cielo.
È una storia di collettivi che cercano di riguadagnare internità nei luoghi da cui la repressione li ha sloggiati a bastonate, di tentativi di reinterpretare le nuove soggettività emergenti. Il generoso e forse ingenuo tentativo di dare una torsione feconda all’organizzazione delle popolazioni terremotate; i coordinamenti nazionali e le lotte contro il nucleare e la NATO. I centri sociali come basi sul territorio, i nuovi linguaggi giovanili, e l’ostinata pratica femminista in un contesto tradizionalmente patriarcale. La Pantera studentesca e le lotte dei disoccupati. La provincia come territorio conteso tra autorganizzazione e gestione speculativa.

Storie minori, quelle che tendenzialmente restano tagliate fuori dal racconto storico, non esenti da un certo reducismo. Eppure sono i nervi scoperti di un micromondo che racchiude in sé l’universo di una intera fase storica, con le sue sfaccettature, contraddizioni e conflittualità interne, e con la sua ricchezza di slanci in avanti. Si potrebbe obiettare che è una forzatura parlare di Autonomia Operaia, in una fase in cui ormai questa decadeva ed in un territorio in cui non ha certamente avuto i suoi centri propulsivi ma, come rispondono alcuni degli autori, l’Autonomia, in fondo, “è stata un’aspirazione e un livello progettuale – peraltro variamente interpretato – più che una vigenza.”1

Forse qui sta uno dei meriti migliori di un lavoro del genere: andare a cogliere quella che è la molteplicità delle interpretazioni e delle realizzazioni che si sono coagulate attorno al tema e all’area dell’Autonomia Operaia, ben oltre le classiche canonizzazioni storiografiche, tanto da farci parlare piuttosto di Autonomie, al plurale, per seguire (e raccogliere) tracce e spunti disseminati in un sentiero dissestato e sottrarre, alle polemiche da eredità di famiglia e alle sterili ortodossie del poi, strumenti di lotta che siano ancora validi.

A chi crede che nei momenti di buio, o fuori dalle grandi storie cui si appiccica il copyright, in quei percorsi di silenziosa tenacia, non ci sia nulla di buono, si risponde, come quello della canzone. Ma chi ha detto che non c’è?


  1. A. Bove F. Festa, Gli autonomi vol. XI, cit. p. 147 

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