Exorma, Roma 2021, pagg. 168 € 15.50

di Paola Rambaldi

“Quando attraversò il cancello d’ingresso, il guardiano lo chiamò con un gesto della mano. Era la seconda volta che gli rivolgeva la parola: la prima gli aveva chiesto a cosa serviva quel paletto d’alluminio e lui, per paura di dire la verità, temendo che l’uomo avrebbe potuto vietargli di usarlo nel cimitero, perché si suppone che uno non va in un posto come quello a scompisciarsi dalle risate, gli aveva risposto che serviva a catturare insetti.
«Sta attento, ci sono scorpioni in giro» gli aveva detto l’uomo; questa volta gli chiese come si chiamava.
«Non glielo posso dire» rispose Emilio, spiegandogli che nei cimiteri non bisognava pronunciare il proprio nome, se non si era certi che ci fosse già un morto con lo stesso nome, perché i morti quando ascoltano un nome nuovo, bramosi di averlo, cercano di far morire chi lo porta.” (Pag. 28).

Tutti i pomeriggi il dodicenne Emilio, col suo “rilevatore di barzellette”, si aggira curioso tra le tombe del cimitero dietro casa, dove conosce a memoria tutti i personaggi che animano il camposanto: dal vecchio guardiano analfabeta al giovane sostituto che si diletta nel cambiare le date sulle lapidi, dall’inquietante muratore munito di machete agli sporadici visitatori.

È seduto sulla panchina di un vialetto quando una bella donna con gli occhiali scuri chiede di essere accompagnata in un posto appartato per i suoi bisogni. Stringe tra le mani un mazzo di margherite da portare al figlio morto, e teme scorpioni e serpenti. Emilio l’ha già vista altre volte e la guida tra i cespugli, incurante delle raccomandazioni della madre che non vuole che dia confidenza agli sconosciuti.
E quando si spoglia non può fare a meno di osservarla e di desiderarla.

Emilio, figlio di genitori separati, ha appena traslocato in un quartiere dove non conosce nessuno, e va al cimitero tutti i pomeriggi in cerca di barzellette. Il suo “rilevatore” è un bastone metallico che, battuto nel modo giusto, può carpire l’ultima freddura rimasta imprigionata nei luoghi più impensati.

L’ultima che Emilio racconta è sui cannibali vegetariani, e l’ha appena inserita nella sua memoria prodigiosa. Man mano che attraversa i vari settori del cimitero memorizza tutti i nomi dei morti con la scusa di cercare il proprio sulle lapidi. Finché non lo trova evita di pronunciarlo nel timore che i defunti, sentendolo, cerchino di appropriarsene uccidendolo.

Non ha amici, vive malissimo la separazione dei suoi, cimitero e rilevatore di barzellette sono le uniche ancore di salvezza per estraniarsi da una vita che non ama e che non lo ama.

La donna che ha appena conosciuto ha la stessa età di sua madre e si chiama Euridice; quell’incontro è destinato a cambiare le vite di entrambi.

Se lei è attratta dalla dolcezza e dall’educazione di Emilio, diverso in tutto per tutto dal figlio morto, Emilio ha modo di presentarle i genitori, da tempo preoccupati per le sue stranezze, e dall’ultima mania di imparare i nomi del cimitero a memoria. Anche se il medico attribuisce quella memoria prodigiosa a una questione di pubertà che svanirà crescendo, i genitori intuiscono che quel comportamento è una sorta di rivalsa nei confronti della loro separazione.

Entrambi restano affascinati da Euridice, che ha modo di dispensare massaggi rilassanti alla madre e di colpire con le sue belle caviglie il padre, che forse si risolverà a restare in famiglia. Da quel giorno Emilio rivede spesso Euridice, e ne è sempre più attratto. E se Emilio segue i mutamenti del proprio incontrollabile corpo di adolescente, avviandosi all’età adulta, Euridice, attaccandolo al seno come un neonato, rivive l’emozione figlio perduto.

Un testo pervaso di moderno surrealismo, originale, ironico e crudo su amore e morte, sulla fine dell’innocenza e sulla voglia di vivere che vince su tutto, con un finale mozzafiato, come si conviene in una storia ambientata nel Dia de los muertos.

Nessun nome per Emilio è il primo romanzo tradotto in italiano di Fabio Morabito, professore universitario, traduttore, poeta e scrittore, nato in Egitto nel 1955 da genitori italiani, stabilitosi in Messico all’età di 14 anni.

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