di Francisco Soriano

Pietro Verri fu un personaggio unico nel panorama storico e politico della vita culturale milanese. Visse durante i formidabili anni Sessanta del diciottesimo secolo: un periodo proficuo in cui vennero scritti testi divenuti pietre miliari della nostra civiltà giuridica. Le varie esperienze professionali vissute anche al di fuori del contesto lombardo e gli incontri con insigni personaggi del tempo fecero dell’uomo un appassionato propugnatore di idee innovative. Verri fondò l’Accademia dei Pugni, composta da un gruppo di giovani aristocratici illuminati su cui si stagliava forte la figura di Cesare Beccaria. I componenti della vivace accademia si concentrarono, in particolar modo nelle loro acute analisi, sulle questioni che riguardavano la necessità di una ineluttabile riforma del diritto civile e penale, consapevoli che uno Stato davvero moderno avesse come obiettivo prioritario quello di attuare i dettami della nuova filosofia politica e sociale che le società del tempo esigevano. È curioso però ricordare quanto lo stesso Pietro Verri avesse nutrito insofferenza viscerale verso il diritto, soprattutto durante i suoi primi approcci con la giurisprudenza imposti dal padre, che lo sottopose senza tregua fin dalla giovane età a una pedante quanto sistematica disciplina nello studio di testi giuridici. La reazione fu quella di un giovane che, oltre a desiderare la fuga dall’ambiente familiare, vagheggiò e nutrì sempre una tendenza al superamento di logiche e visioni conservatrici del mondo a lui contemporaneo.

Insieme alle attività polemiche e satiriche dell’Accademia, il Verri progettò un periodico con una spiccata vocazione cosmopolita, dal nome emblematico: Il Caffè. Fu in questo periodo che, grazie alle attività di un manipolo di innovatori, la città di Milano sembrò sollevarsi dal mediocre e inattivo mondo della provincia asburgica. Il centro lombardo assunse la dignità di un rilevante avamposto di diffusione culturale nel quadro dell’Illuminismo europeo. Per Verri la strada era quella solcata da una nuova sensibilità giuridica: vi era una mutazione valoriale che imponeva e posizionava la persona al centro di maggiori tutele. Il fine era quello di stabilire un nuovo equilibrio sociale e umano che fosse il risultato di una sintesi fra utilitarismo ed egualitarismo. Lo strumento principale per il raggiungimento di questo obiettivo era il diritto, ma necessitava di fondamentali interventi “ristrutturanti” da chi legiferava.

C’era bisogno soprattutto della collaborazione fra studiosi illuminati che avrebbero dovuto porre al centro della loro azione riformatrice il raggiungimento di un obiettivo irrinunciabile: la garanzia di una condizione in cui il diritto venisse considerato un bene comune accessibile e a tutela di tutti. In questa ottica riformatrice la politica avrebbe dovuto dare un impulso decisivo, un cambio di marcia che superasse antiche regole ormai vuote di significato per le mutate dinamiche sociali. Verri e gli accademici si ponevano nella posizione tipica di una élite di pensatori che avrebbe dovuto educare le masse proprio attraverso la legge. Un’idea che non vantava in Verri un precursore e che poteva comunque mostrare punti di debolezza, ma l’intento era quello di mandare in pensione i propugnatori di una giurisprudenza che si basava ancora sulle fondamenta di leggi romane desuete per i tempi e per le astruse congetture su cui si reggevano. Le dinamiche rigide ed enfatiche del diritto esistevano ormai solo come una scorza formale senza contenuti.

Infatti proprio in questo ambiente così pregno di vivaci intuizioni nacque il progetto-manifesto di quell’illuminismo giuridico penale in gran parte, ancor oggi, attuale: Dei delitti e delle pene, pubblicato nel 1764 con l’uscita del primo numero de Il Caffè. Dagli studi, dalle discussioni e soprattutto negli scritti, si produsse un trittico di fondamentali lavori giuridici: l’Orazione panegirica sulla giurisprudenza milanese (1763), Sulla interpretazione delle leggi (1765), e quello più interessante di tutti, le Osservazioni sulla tortura del 1776: il testo rimarrà inedito fino all’Ottocento per volontà dello stesso Verri, perché timoroso delle inimicizie e delle reazioni che avrebbe provocato per i suoi “pensieri pericolosi a dirsi”.

Le Osservazioni contro la tortura sono un’opera strepitosa. L’incipit del libro consisteva nel racconto di una storia ambientata nel 1630 e aveva come riferimento proprio un processo nei confronti del Commissario di Sanità, Guglielmo Piazza e del suo barbiere Gian Giacomo Mora. Ambedue furono torturati barbaramente e, quest’ultimo, finito fra raccapriccianti pene nella spirale di una condanna a morte insieme ad altri presunti complici. I malcapitati erano accusati di aver somministrato il morbo fra la popolazione e di aver provocato migliaia di morti. Verri venne in possesso dei verbali del processo grazie a un amico di famiglia e ne rimase scosso: da questo disagio nacque l’idea di scrivere un pamphlet sull’ignominia della tortura.

Il 2 gennaio del 1776 l’imperatrice Maria Teresa d’Austria abolì la tortura e ridusse massicciamente l’utilizzo della pena di morte, consigliando vivamente alle province austriache e boeme di adeguarsi a tale indirizzo. All’invito della sovrana rispose il senato milanese che diede mandato proprio a Gabriele Verri, padre di Pietro, dell’onere della risposta: nella consulta, l’ultraconservatore giurista, redasse una celebrazione della tortura come strumento utile e inesorabile contro la criminalità e, soprattutto, come irrinunciabile metodo per il mantenimento della pace sociale. Fu a questo punto che Pietro Verri strappò definitivamente con il padre e si dedicò ai suoi scritti che mettevano in discussione tutto l’impianto penale della tortura e dei suoi abietti risultati. Il lungo e antico saggio ben articolato di atti processuali e brillanti intuizioni dovrebbe essere imposto a molti esponenti della politica di oggi, assolutori e addirittura alleati di capi di stato e principi mandanti di assassinii, favorevoli alla recrudescenza della pena di morte soprattutto per reati ideologici. Scrisse il Verri nell’introduzione all’opera: Sono già più anni dacché il ribrezzo medesimo che ho per le procedure criminali mi portò a voler esaminare la materia nei suoi autori, la crudeltà e assurdità dei quali sempre più mi confermò nella opinione di riguardare come una tirannia superflua i tormenti che si danno nel carcere. Una tirannia che ancor oggi, alla luce del sole, tormenta e sottopone alla tortura schiere di giovani studenti e dissidenti, donne e intellettuali in balia di atroci sofferenze per le loro idee. Pietro Verri in qualche modo volle accordare una minore responsabilità ai giudici che, in realtà, non solo erano figli dei tempi ma erano tenuti ad applicare le leggi: Anche i giudici, che condannavano ai roghi le streghe e i maghi nel secolo passato, credevano di purgare la terra dai più fieri nemici, eppure immolavano delle vittime al fanatismo e alla pazzia. Quanto di vero si ritrova in queste parole lo si deduce dalle gogne mediatiche e dai frequenti linciaggi che si susseguono oggi in più moderne modalità. L’autore del mirabile testo sulla tortura partì dunque dalla narrazione della pestilenza che colpì Milano nel 1630 e della Colonna infame, feticcio-monumento a memoria perenne del processo all’untore per antonomasia: Gian Giacomo Mora. Le parole del Verri risuonano ancor più emblematiche, laddove definisce la pestilenza con sublime lucidità: La crudelissima pestilenza fu una delle più spietate che rammemori la storia. Alla distruzione fisica si accoppiarono tutti i più terribili disastri morali. Ogni legame sociale si stracciò; niente era più in salvo, né le sostanze, né la vita, né l’onestà delle mogli; tutto era esposto alla inumanità e alla rapina di alcuni pessimi uomini, i quali tanto ferocemente operavano nel senso della misera lor patria spirante, come appena un popolo selvaggio farebbe del paese nemico. Nel sottolineare la nostra dissociazione nei confronti dell’espressione che il Verri riportava circa l’onestà delle donne fra gli effetti negativi dell’epidemia, l’analisi della ferocia della pandemia sugli spiriti fragili degli umani non lascia dubbi di sorta. Ancor di più se si legge quanto, nei disastri pubblici, l’umana debolezza inclina sempre a sospettare cagioni stravaganti, anzi che a crederli effetti del corso naturale delle leggi fisiche. Quanto di attuale ritroviamo in queste parole ci deve far riflettere sui ricorsi storici degli accadimenti, purtroppo sempre più spesso rilevanti negli aspetti sconvolgenti e negativi.

Pietro Verri citava le crudelissime circostanze in cui avvenivano le torture, narrando l’esempio di quelle subite dal Commissario Piazza. I giudici ordinarono di ricondurlo in prigione con le ossa slogate, fra spasimi indicibili e con la promessa che egli avrebbe confessato i suoi complici. Al fine di non subire ulteriori dolori e pene, l’uomo fece il nome del suo barbiere, tal Mora, che fu subito prelevato dalla sua abitazione e sottoposto a una barbarie senza senso: lo colsero in sua casa fra la moglie e i figli, in quella casa che venne distrutta per piantarvi la colonna infame. Altri umili personaggi furono sottoposti all’infamia della tortura, calunniati dal delatore Piazza che non ce la faceva più a subire dagli aguzzini pene inimmaginabili: oltre a Gian Giacomo Mora furono condotti su un carro anche gli altri dove furono tenagliati in più parti, ebbero, strada facendo, tagliata la mano, poi, rotte le ossa delle braccia e delle gambe, s’intralciarono vivi sulle ruote e ivi si lasciarono agonizzanti per ben sei ore, al termine delle quali furono per fine del carnefice scannati, indi bruciati, e le ceneri gettate nel fiume. Verri si interrogava dunque sulla pratica della tortura e sui risultati che produceva: infatti non poteva essere considerata neanche come pena data a un reo per sentenza, bensì veniva pensata con la pretesa ricerca della verità coi tormenti.

L’amara constatazione del Verri si evince, sempre più pregnante, nei suoi scritti: tale è la natura dell’uomo che, superato il ribrezzo dei mali altrui e soffocato il benefico germe della compassione, inferocisce e giubila della propria superiorità nello spettacolo della infelicità altrui; di che ne serve d’esempio anche il furore de’ Romani per i gladiatori. Lo stesso autore si chiedeva quanto fossero pericolose quelle leggi che, non solo erano rimaste in vita, ma lasciavano addirittura che la tortura venisse considerata ancora strumento adeguato alla confessione di chi fosse ritenuto semplicemente reo di un crimine da dimostrare. Mettendo in dubbio l’idea che nel corso degli anni la tortura avesse subito una certa mitigazione nella sua brutalità, l’autore passava a enumerare le ragioni che non consentivano di accettare la teoria, in base alla quale, solo attraverso questa pratica disumana fosse possibile dedurre la verità di un fatto criminoso: a) i tormenti non potevano essere un mezzo per scoprire la verità; b) la legge e la pratica stessa criminale non consideravano i tormenti come un mezzo per scoprire la verità; c) quand’anche poi un tal metodo fosse conducente alla scoperta della verità, sarebbe intrinsecamente ingiusto. Nel paragrafo finale, nelle obiezioni sull’uso della tortura, ben si puntualizzava: La nostra pratica criminale è veramente il labirinto di una strana metafisica. Si prende prigione un uomo che si sospetta reo di un delitto. Quest’uomo cessa in quel momento di avere una esistenza personale.

Verri utilizzava questa narrazione per esaltare la settecentesca idea che contrapponeva il lume della ragione alle tenebre della superstizione e dell’ignoranza. La sua introspezione è lucida e vigorosa quando pone l’accento sul fanatismo, sulle condizioni sociali che creano dinamiche di emergenzialità e di inasprimento delle pene e delle restrizioni. In questi casi il sistema giudiziario e alcune dottrine del diritto non fanno altro che legalizzare l’impiego di metodi che si pongono al di fuori di ogni dimensione umana. Inoltre con questo scritto l’autore pone l’accento sulla natura stessa del diritto penale che viene capovolta laddove cambia la prospettiva del suo operare: dalle pratiche inquisitorie a quelle che fanno invece riferimento a un senso più alto del diritto che si fonda sulla presunzione di non colpevolezza. La condanna di Pietro Verri si concentrò sull’operato dei giuristi, ma indusse anche a una dialettica sulle questioni della tortura e della pena di morte negli anni successivi. Fu così per Alessandro Manzoni che innestandosi sul filone critico e riformista, con la sua indole comunque moralista, si distanziò da una certa retorica illuministica che perorava una felicità e un ottimismo tipicamente riconducibili al secolo dei lumi. Le Osservazioni sulla tortura furono edite solo nel 1804. Manzoni nel 1840 capovolgerà l’idea del Verri attribuendo la responsabilità dei metodi criminali, nel tentativo di conoscere la verità, non nei tempi e per l’operare della legge voluta dai giuristi, bensì nello spirito umano e nei giudici colpevoli della loro condotta disumana. La Storia della Colonna infame fu infatti un testo di implacabile critica contro le responsabilità dei giudici nelle corti giudicanti, frutto e risultato della mancanza di una pedagogia morale degli uomini all’interno delle società.

Una dialettica che sopravvive nei giorni convulsi del nostro tempo, fra terrorismi di stato e pestilenze da Sars-19.

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