di Franco Pezzini

Honoré de Balzac, Wann-Chlore. Jane la pallida, trad. di Mariolina Bertini, introd. di Alessandra Ginzburg, pp. 480, € 15, Clichy, Firenze 2020.

Che questo bel romanzo, ora leggibile in italiano nell’ottima traduzione di Mariolina Bertini, riccamente introdotta da Alessandra Ginzburg, per tanto tempo non abbia circolato nella sua forma completa, va in qualche modo imputato allo stesso autore. Infatti, dopo la primissima edizione giovanile nel 1825 (dopo una genesi un po’ misteriosa fin dal 1822, in omaggio a una delle parecchie amanti, Laure de Berny), Balzac accetterà un’edizione ridotta, “Jane la Pâle”, 1836, censurata di emozioni troppo fisiche e cenni troppo critici alla figura materna e comunque di minor latitudine, insieme ad altre opere giovanili. E ovviamente sarà quella a trovare traduzione nell’Italietta familista, mammista e censuratissima del Novecento. L’odierna edizione, meritoriamente proposta da Clichy, è dunque la prima nostrana della versione originaria, con le sue provocazioni e la sua forza critica. (Attenzione, seguiranno spoiler.)

Ispirato – tra i mille echi letterari presenti all’autore – soprattutto dalla prima versione di Stella, dramma giovanile goethiano su un uomo diviso dall’amore di due donne, Wann-Chlore presenta però passioni assai più roventi, e prende nome dalla pallidissima fanciulla inglese con cui il giovane aristocratico Horace Landon intreccia un’appassionata storia d’amore. Lei è ironica, giocherellona, passionale: una donna da perderci la testa. E infatti un amico infedele di Horace, l’italiano (e dunque machiavellico) Annibal Salvati, ne invidia la fortunata frequentazione e si invaghisce di lei, producendo prove che la dimostrerebbero infedele e incinta di un altro: col risultato che lo sconvolto Horace, dopo aver cercato goffamente invano di spararle, distrutto dalla melanconia, si ritira in provincia col suo peso chiuso in cuore.

Lì fa conoscenza con la dolcissima Eugénie, tormentata da un’orrenda madre, Madame d’Arneuse (figlia e mamma sembrano modellate su quelle della malmaritata sorella di Balzac, Laurence, morta nel 1825, e dell’ingombrante madre, anche se i dettagli più personali verranno alla fine rimossi – per inciso Laurence era pallidissima come Wann-Chlore). Il giovane, preso in mezzo dalla relazione tra il proprio domestico Nikel e la cameriera Rosalie di Eugénie e mosso dal desiderio cavalleresco di salvare la giovane (la strappa persino dalle acque del fiume, incidente potenzialmente mortale scatenato dalla stizzosa Madame d’Arneuse), si risolve a fidanzarsi con lei e infine a sposarla, non senza però averle fatto conoscere la propria tormentata vicenda. Innamoratissima di lui, Eugénie sa bene di non poter contendere con l’avversaria del passato sul piano della passione, e conta piuttosto sulla forza della propria devozione.

Ma non prevede che all’improvviso emerga la verità: cioè che la giovane inglese fosse innocente e continuasse ad amare Horace, che le prove che la inchiodavano fossero false (il vilain, non potendo conquistarla, si uccide) e insomma a quel punto Horace – che nel contesto della Restaurazione ha incassato all’improvviso un ruolo sociale elevatissimo – con una scusa corre dall’antico amore. Con qualche maneggio sui documenti, riesce persino a sposare Wann-Chlore, che nulla sa del suo matrimonio con Eugénie: il loro nido d’amore a Tours, all’ombra della cattedrale, è un vero e proprio hortus conclusus dove la realtà esterna è bandita e Horace rimuove ogni altro pensiero – a partire dall’altra moglie e dal figlio che nel frattempo le è nato. La dolcissima e tetragona Eugénie, sempre ostacolata dall’orrenda madre, riesce però a quel punto a defilarsi a sua volta col figlioletto ponendosi sulle tracce del marito, raggiunge Wann-Chlore mentre Horace si è assentato e si fa assumere da lei come dipendente, qualcosa tra cameriera e dama di compagnia: quando il Nostro torna, poco manca gli venga un infarto, ma Eugénie non rivela la propria identità. L’innocente Wann-Chlore non può del resto immaginarla, e il suo candore conquista la stessa rivale (che già di fronte al memoriale l’aveva stimata e difesa da accuse che presentiva ingiuste).

Nei fatti la complessa dinamica di rivalità, ostilità e amore tra le due donne contribuisce al tormento straniante di Horace. Che medita di farsi saltare le cervella, ed Eugénie glielo impedisce: ma mentre la pressione psicologica cresce sempre e i sentimenti conoscono dinamiche complesse, tormentate e un tantino morbose (la coppia vagheggia di trasferirsi in Scozia, Eugénie vuole accompagnarli, Wann-Chlore si è accorta che la ragazza ama Horace e ora ne teme la devozione) la terribile madre piomba lì come la fata cattiva delle fiabe. Rivelando l’identità di Eugénie, il matrimonio di Horace eccetera: per lo strazio, Wann-Chlore e il torturato bigamo si spengono uno dopo l’altra – una morte d’amore come quella di tante coppie tragiche della letteratura, si pensi solo a Tristano e Isotta – e la povera Eugénie resterà sola. Del suo futuro non sappiamo nulla: nel primo epilogo previsto Horace si sparava il giorno dopo la morte di Wann-Chlore, ed Eugénie “perdeva temporaneamente la ragione, per poi ritrovarla e votarsi interamente all’educazione del figlio” (sintetizza Ginzburg), ma la versione definitiva preferisce tacere sul prosieguo. Il primo titolo vagheggiato per il romanzo, Wann-Chlore ou la Prédestination mirava proprio a sottolineare una dimensione di fatalità della sofferenza di Eugénie e della stessa Wann-Chlore (una condizione infelice che l’autore, peraltro, sembra applicare anche a sé, come emerge da una lettera del 1822 a Madame de Berny).

Parecchi aspetti risultano degni di nota in questo curioso e fascinoso poliromanzo, nel senso che a comporlo se ne possono ravvisare almeno tre: la vicenda di provincia che vede Horace conoscere Eugénie, con godibilissimi siparietti che già preludono a La Comédie humaine (in effetti Wann-Chlore si può considerare simbolicamente l’ultimo dei “primi romanzi” che precedono la Commedia); il prequel gotico della tormentata vicenda tra Horace e Wann-Chlore, in forma di memoriale di Horace consegnato a Eugénie; i tristi sviluppi successivi nel segno delle fantasie angelicate alla Thomas Moore (soprattutto il poema The Loves of the Angels, 1823, citato di frequente). Forse l’autore, varando la versione censurata, accetterà i tagli di un oscuro collaboratore dell’editore Souverain anche per normalizzare questa struttura poco compatta: benché oggi, letto in tempi di trilogie pop, il poliromanzo Wann-Chlore non disturbi affatto i lettori. Come Alessandra Ginzburg sintetizza nella bellissima introduzione, prendendo le mosse da uno studio condotto in precedenza proprio da Mariolina Bertini, si tratta insomma di

 

un’opera plurale e sconcertante, un vero e proprio laboratorio di sperimentazione narrativa, in cui le due eroine appartengono a generi letterari diversi: Wann-Chlore eroina perseguitata da mélodrame, Eugénie già personaggio del “roman de moeurs”.

 

Tra le tante questioni sottese, a colpire è comunque un certo nesso con il romanzo gotico. Abbeveratosi lungamente a letture di ambientazione romantica scozzese, Balzac ama giocare col gotico (si pensi a La Dernière Fée, 1823, ispirato a Maturin, ai racconti Il capolavoro sconosciuto, 1831, e Melmoth riconciliato, 1835, sequel quest’ultimo del Melmoth l’errante dello stesso Maturin, a certe scene della Storia dei tredici 1833-1839 o di Un tenebroso affare, 1841) e qui ne immette echi. Se l’(anti)eroe si chiama Horace come lo pseudonimo Horace de Saint-Aubin con cui Balzac si firma al tempo, potrebbe richiamare anche Horace Walpole, data la presenza nel testo di una terribile madre la cui ascendenza rimonta all’orrenda Ippolita del Castello d’Otranto, pia e insopportabile manipolatrice della figlia. Ancora, troviamo un’eroina inglese, tanto pallida da essere soprannominata “Chlora” (l’amico che la addita a Horace ne avvicinerà scherzosamente il pallore a quello di un vampiro), forse dotata di “seconda vista” come le donne della Scozia dove lei ha abitato e intende tornare; al suo sembiante spettrale si accompagnano oltretutto sentimenti romantici ed estremi, tali da renderla prefigurazione della figura tragica e limpida di Madame de Mortsauf de La Comédie humaine – destinata pure a morir giovane, di dolore – ma insieme della nemesi di lei, l’inglese Lady Arabelle Dudley (per cui Balzac può ispirarsi all’amante Frances-Sarah Guidoboni-Visconti, nata Lovell). C’è poi un vilain italiano, Annibal Salvati, “amico” traditore e maneggione dai tratti congruamente machiavellici, che appare a un certo punto “come uno spettro vendicatore” e morrà orribilmente, suicida col veleno (roba da Borgia, questi italiani…); ci sono punti dove l’atmosfera si rarefà diventando onirica e fitta di incubi, come in un romanzo gotico (l’apparizione a Horace di una donna vestita di nero che in effetti è Eugénie, la passeggiata in cui lui ode sospiri soffocati, ovviamente di lei, il suo ruolo stesso di spettro del rimorso che attanaglia Horace…). La vessatissima Eugénie anticipazione di Eugénie Grandet, ma che qui si umilierà in panni da domestica, pura come Justine, potrebbe d’altronde persino derivare il nome dai romanzi di Sade… e tutto questo senza citare il nesso tra suicidio e follia del finale in origine previsto, classici topoi gotici.

Ma gotiche sembrano soprattutto alcune dinamiche. Non solo i mascheramenti – identità o verità camuffate o celate – o i flirt con le ombre, ma in generale i toni estremi delle situazioni. Comprese quelle familiari: già, perché il gotico, fin da Walpole, è in fondo linguaggio efficace delle oppressioni e usurpazioni del mondo vecchio, nella famiglia in primo luogo.

Più passano gli anni e più mi rendo conto (con sgomento, visto che sono padre) della mole d’infelicità che i genitori possono precipitare sui figli, tanto più se di forte sensibilità: persone angariate da madri o padri frustrati & ingombranti, giovani meravigliose tormentate fino alla malattia come eroine gotiche da logiche parentali brutali, infelicità costruite goccia su goccia per egoismo, cecità, feticci come il Sacrificio (maiuscolissimo) malinteso. Persone che si son vista strappata la capacità di desiderare, che trovano ormai impedimenti psicologici a coltivare quelle attività che più desidererebbero a causa di moloch interiori eretti da chi avrebbe dovuto aiutarle a essere libere… Ecco, ci dice il gotico, questi sono i fantasmi che infestano castelli i cui corridoi e sotterranei sono il dedalo delle nostre vene e dei nostri nervi. Sorpassata l’epoca aristocratica delle monacazioni forzate, la sciagurata risponde tra le pieghe delle famiglie esemplari (tanto brave, tanto unite, tanto lodate magari nel piccolo centro…) di certa piccola borghesia.

In Wann-Chlore, emblematiche sono le figure delle “due madri” di Eugénie, alla cerniera squattrinata tra nobili e borghesi: l’orrida e ridicola Madame d’Arneuse, prima rivale civettante della figlia verso Horace, poi gonfia di pretese e di recriminazioni come suocera, sempre pronta a rimproveri ingiusti verso Eugénie e stizzosamente ripiegata sul proprio ombelico, pretendendo di essere al centro dell’universo; e la nonna, la dolce e bonaria Madame Guérin, che tuttavia non osa difendere Eugénie da una figlia frustrata e inacidita per cui stravede, dopo averla spinta a suo tempo in un matrimonio aristocratico rivelatosi rovinoso per le sostanze e gli affetti di famiglia. Peccato che, alla faccia della bontà, il mantra di obbedienza raccomandato da Madame Guérin alla nipote finisca con l’essere solo un altro volto della sua oppressione: in sostanza la predestinazione evocata nel prototitolo Wann-Chlore ou la Prédestination sembra esser fatta di una stoffa assai più sociale che metafisica, impestata di buonismo, “veri” valori e attese caricate sulle spalle dei figli. Il buono pericolosamente sprovveduto che abbandona l’eroina alla mercé del male con la sua dabbenaggine – spesso nel gotico si tratta di padri stinti e in ultimo latitanti – è una figura topica, in un genere dove le peggiori vessazioni sono perpetrate da soggetti che sfruttano sensi di colpa, rendite di posizione e pietas altrui. Sostenere che il gotico non è un genere “realistico” suona banalità: il gotico vive di estremi e di enfasi, non dipinge la realtà con pretese di mimesi naturalistica, ma attraverso le sue maschere la racconta eccome, denunciandone le falde inquinate. Wann-Chlore non è certo un romanzo gotico in senso proprio, ma la messa in scena di taluni meccanismi (ricordiamo che Balzac descrive la propria madre) ne usa il linguaggio, traghettando il tutto alla Commedia umana. Nell’Italia che conosciamo, della strombazzata crisi della famiglia (a monte di infinite tavole rotonde, geremiadi e chiacchiere) e di fenomeni ben più insidiosi nascosti sotto il tappeto, una lettura non superficiale di questo romanzo, nella forma non edulcorata appena edita, permette almeno di ripensare alcune “predestinazioni” causa di tante sofferenze.

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