Mondadori, Milano 2020, pagg. 234 € 18

di Pierluigi Sullo

A Roma si dice, per indicare qualcosa che è perfettamente adeguato al momento o al luogo, che “è la morte sua”. Certo suona macabro, nei giorni del virus, della auto-reclusione di massa e della paura del contagio. E d’altronde il romanzo di Maria Rosa Cutrufelli racconta una storia, anzi più storie, che ruotano e infine precipitano sulla maternità, questione tanto femminile che un uomo si sente a disagio, quasi un voyeur, e come tale provocato: lo sai o no che esiste un “luogo” (o una funzione), ancestrale, per te irraggiungibile, che è la radice di tutto?

Perciò la storia del romanzo è attuale, attualissima, purtroppo. Siamo ai tempi del virus, mentre leggiamo. Siamo ai tempi del crollo della natalità, nel racconto. Qualcosa si è spezzato, nella catena genetica umana, nella capacità delle donne, e degli uomini, di procreare. La causa di questa catastrofe, di questa vendetta della natura, è l’assassinio del pianeta da parte dell’umanità. Tutto il romanzo, le singole storie e le vite delle donne coinvolte, in Ucraina e in Africa, in Italia e sull’isola che diventerà la sede di un ultimo, piccolo miracolo (la nascita di Sara), si svolge in un panorama di inquinamento e avvelenamento di acque e aria, di rifiuti tossici e aggressioni di vario genere alla natura e alla stessa umanità. Come la guerra civile a est o la distruzione dell’agricoltura di villaggio nel sud africano; o la pretesa (realmente accaduta, vedi la Monsanto col Glifosato) da parte di una multinazionale che un suo pesticida venga approvato dall’Unione europea, anche se è un omicida dei geni umani.

È lì, in questo mucchio di anti-natura, che la catena della vita si spezza. Ed è per questo che Mariama, la ragazza africana, intraprende per forza il suo viaggio verso nord, durante il quale avrà un bambino naturale che poi morirà di fame. Mariama finirà sull’isola in cui si cerca per via scientifica di aiutare le madri ad avere bambini, in modo diretto o indiretto, cioè con la procreazione assistita o con le madri per procura.

Nel frattempo Kataryna, infermiera ucraina, un figlio lo ha avuto da un ragazzo che finisce ucciso nella guerra civile, e fugge verso l’isola. Mentre Livia, docente italiana, studiosa delle divinità-madri nella storia del Mediterraneo, a sua volta si deciderà a cercare di riempire il “grande vuoto”, che è anche nel suo ventre, andando a sua volta sull’isola per ottenere un figlio dall’utero di un’altra donna.

Infine, il gruppo eterogeneo femminile che mette in comune le sue possibilità genetiche, una l’ovocito, un’altra il ventre, una terza la possibilità di adottare, produrrà Sara, la figlia. E forse questa è una speranza di futuro, anche se tutte le frontiere sono chiuse, proprio come adesso, e la natura, il mare, la vegetazione, sembrano morti in modo irrimediabile.

E’ un libro duro, quello di Maria Rosa, che nella prima metà si legge con fatica. Non perché sia scritto male o perché i personaggi siano sfuggenti, al contrario; perché il lettore deve riuscire ad accettare l’immersione nella nebbia tossica del disastro, della violenza, della povertà e dell’arroganza dell’economia (rappresentata dalla multinazionale dell’agroindustria). Ma quando le donne convergono sull’isola e mettono insieme le loro vite, tutto diventa più confortante, perché c’è un’umanità (femminile) che tenta di reagire.

Finito il libro, mentre ci si chiede se andare a fare la spesa avendo compilato l’apposito permesso, viene il dubbio che quell’isola sia in realtà il mondo intero. Infatti verrebbe la tentazione di vedere L’isola delle madri come un roman philosophique, non fosse per la vivacità delle donne che vi vengono descritte, che non sono solamente la materializzazione di una tesi. Però la figura di Candide torna in mente in modo prepotente. Voltaire, volendo contestare l’equazione risolta da Leibnitz (insieme a Dio), il cui risultato era “viviamo nel migliore dei mondi possibile”, mette in scena un ingenuo, Candide, che precipita in infinite disgrazie mentre si ripete che sì, è il migliore dei mondi, questo. Finché non si trova a Lisbona quando un terremoto terrificante sbriciola la città. Sopravvive a stento, il personaggio di Voltaire, e la sua morale finale è: “Dobbiamo coltivare il nostro giardino”. Affermazione su cui si è discusso molto: è egoista? Ma supponiamo che “il giardino” sia il mondo, anzi, di più, che “il giardino” sia l’utero delle donne, la fonte della vita. Allora la morale di Voltaire forse vorrà dire: coltiviamo il nostro pianeta e la riproduzione delle specie.

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