di Sandro Moiso

Marcus Rediker, Il piantagrane: storia di Benjamin Lay, éleuthera editrice 2019, pp. 264, 18,00 euro

In questi magri tempi di pesci in barile, citofoni e personaggi che fanno bella mostra di sé in Tv senza aver nulla da dire, il libro pubblicato da éleuthera potrebbe rivelarsi come un’autentica benedizione per chiunque, come il sottoscritto, abbia soltanto voglia di riscrivere i primi versi di S’i’ fosse foco di Cecco Angiolieri (qui) attualizzandoli.

Benedizione, non soltanto per la grandezza e l’incorruttibile determinazione del personaggio narrato, ma anche perché il testo smonta la fake news più diffusa dalla storiografia e dall’ideologia dominante ovvero che siano stati il liberalismo democratico borghese e la sua variante illuminista i due principali motori della liberazione della specie a cavallo della modernità industriale e coloniale.

Marcus Rediker, che insegna Storia Atlantica presso la Pittsburgh University ed è Senior Research Fellow al Collège d’études mondiales / Fondation Maison des Sciences de l’homme di Parigi, da anni ha rivolto i suoi studi alla storia della pirateria atlantica e a quella della tratta degli schiavi attraverso lo stesso oceano. In entrambi i casi il punto di vista che egli ha assunto, sia che si tratti di ricostruire l’utopia pirata delle comunità di bucanieri e corsari che si svilupparono tra il XVII e il XVIII secolo nelle isole al largo del continente americano o di quello africano, sia che si tratti di ricostruire le forme e le tecniche di quell’autentica tratta di carne umana su cui si è fondata la nascita del moderno capitalismo, è sempre quello dei ribelli, di ogni colore e genere, che si sono rivoltati contro l’ordine aristocratico, borghese e razzista che ha tenuto a battesimo la società di cui solo adesso iniziamo a comprendere davvero tutte le conseguenze e tutti gli “splendori”1.

Il 19 settembre 1738 Benjamin Lay entrò con passo deciso nell’Assemblea annuale dei quaccheri di Philadelphia. Per arrivarci aveva intrapreso un viaggio a piedi di cinquanta chilometri, nutrendosi soltanto di pesche e ghiande. Quando prese la parola

si rivolse ai «maggiorenti quaccheri» lì presenti, molti dei quali proprietari di schiavi. In Pennsylvania e nel NewJersey i quaccheri si erano arricchiti con il commercio atlantico e molti erano compratori di merce umana. Davanti a un tale consesso Benjamin lanciò la sua agghiacciante profezia, annunciando con voce stentorea che agli occhi di Dio onnipotente ogni essere umano ha pari dignità: i ricchi e i poveri, gli uomini e le donne, i bianchi e i neri. Dichiarò poi che non esiste peccato paragonabile a quello del possesso di schiavi, ponendo a tutti la seguente domanda: come possono persone che professano la Bibbia tenere in catene i propri simili? Infine si levò il cappotto rivelando ai correligionari attoniti la tenuta militare, la spada e il libro. Un mormorio allarmato riempì la sala. In un crescendo di emozione, il profetà proclanò a gran voce la sua sentenza: «Così Dio verserà il sangue di chi riduce in schiavitù suo fratello». Sguainò la spada, sollevò il libro in aria e lo trapassò con la lama. I presenti sussultarono vedendo il fiotto di liquido scarlatto che gli scorreva lungo il braccio; molte donne svennero. Nello shock generale, Benjamin asperse con il «sangue» le teste e i corpi dei proprietari di schiavi, ai quali profetizzò un futuro violento e oscuro: i quaccheri che non avessero prestato ascolto all’avvertimento del profeta sarebbero andati incontro alla morte fisica, morale e spirituale […] Molti quaccheri circondarono il soldato armato di Dio, lo sollevarono2 e lo trascinarono fuori dall’edificio. Benjamin non oppose resistenza. Ciò che doveva dire l’aveva detto. E grazie al suo intervento niente poteva tornare alla «ordinaria amministrazione» fintanto che i quaccheri si fossero ostinati a tenere schiavi. I suoi fratelli e sorelle avevano stretto un patto col demonio, perciò lui aveva usato il proprio corpo per sovvertire le loro routine pie e ipocrite.
Quella spettacolare performance profetica fu solo un esempio tra i tanti del suo «teatro di guerriglia». A più riprese Benjamin mise in scena l’ingiustizia che si era insediata nel mondo3.

La bellezza e l’importanza del testo di Rediker sta tutta nell’aver saputo narrare con passione e attenta ricostruzione storica le vicende e il coraggio di un piccolo “grande” uomo che di fatto fu in assoluto il primo abolizionista a lottare contro la schiavitù. In un paese che avrebbe ancora impiegato quasi centotrent’anni a dichiararla abolita (e soltanto per contingenze di guerra)4.
Un uomo di umilissime origini e di non grande cultura che doveva aver provato sul proprio corpo cosa significava davvero la parola esclusione. Anche in un contesto, oggi spesso citato come esempio di pacifica convivenza, come quello dei quaccheri della Pennsylvania.

Smonta parecchi miti il testo di Rediker e lo fa senza per forza affrontarli direttamente, ma piuttosto attraverso la narrazione, a tratti drammatica e a tratti degna di una commedia o del teatro di guerriglia (di cui Lay è stato sicuramente uno dei primi esponenti), della lunga battaglia condotta dal suo protagonista. Contro una schiavitù che vede nella segregazione razziale, sempre negata negli ultimi decenni a livello ufficiale ma pur sempre attiva nei fatti (e non solo negli Stati Uniti), la continuazione di quelle origini che non hanno mai smesso di minare dall’interno la leggenda aurea della democrazia occidentale. Fin dalla sua rivoluzione fondatrice, quella francese, che non ha mai smesso di portare in sé l’antico gene del razzismo e della superiorità di una razza sulle altre5. Di una classe sociale sulle altre, di un genere sugli altri e di una specie su tutte le altre e sull’ambiente.

E proprio Benjamin Lay si rivelerà essere, per tutti coloro che avranno la fortuna di leggere questo libro, un campione della battaglia contro tutte le discriminazioni, poiché nessuna di esse può eluderne un’altra, come invece vorrebbero gli attuali miserabili rappresentanti della democrazia per fasce culturali, etniche, di classe, di genere o di età. Lontanissimi da quella pratica del dire la verità, anche a costo delle più crudeli conseguenze per chi osa affermarla, che accomuna invece il “piccolo” Lay ai grandi difensori della pratica della parresia, nell’antica Grecia e nel mondo contemporaneo6.

* Dedicato a Nicoletta Dosio e a tutti coloro che per “dire la verità” ancora oggi accettano coraggiosamente di affrontare la repressione e il carcere.


  1. Tra le sue opere principali si vedano: M. Rediker – P.Linebaugh, I ribelli dell’Atlantico, Feltrinelli 2004; M. Rediker, Sulle tracce dei pirati, Piemme 1996; La ribellione dell’Amistad, Feltrinelli 2013 e, ancora, Canaglie di tutto il mondo. L’epoca d’oro della pirateria, éleuthera 2005  

  2. Cosa non difficile considerato che Benjamin era affetto da nanismo e alto non più di un metro e venti  

  3. M. Rediker, Il piantagrane: storia di Benjamin Lay, éleuthera 2019, pp. 8-9  

  4. A differenza di quanto molti ancora credono, la guerra civile americana non scoppiò affatto per liberare gli schiavi del Sud e fu soltanto nel 1863 che Lincoln emanò il decreto per l’abolizione della schiavitù, nella speranza di risollevare le condizioni militari del Nord grazie ad un’eventuale sollevazione degli schiavi neri delle piantagioni. Sollevazione che non ci fu comunque. Anzi, proprio come si narra nel libro The Free State of Jones di Victoria E. Bynum (pubblicato in Italia da Piemme nel 2016) e da cui è stato tratto nel 2016 l’omonimo film di Gary Ross, l’illusione della pacifica convivenza tra ex-schiavi e bianchi poveri durò appena lo spazio di un mattino e si risolse in esperimenti locali tutti destinati a finire con la guerra. Rifiutati sia dai rappresentanti militari e politici del Nord quanto dai rappresentanti del Partito Democratico del Sud, subito dopo la fine, e spesso durante, del conflitto.  

  5. Si veda in proposito la bellissima trilogia di Madison Stuart Bell dedicata alle vicende della rivolta degli schiavi di Haiti durante la rivoluzione francese e alla vita di Toussaint L’Ouverture, che la condusse: Quando le anime si sollevano (All Souls’Rising, 1995 – ed. italiana Instar libri 1999); Il signore dei crocevia (Master of Crossroads, 2000 – Alet 2000) e Il Napoleone nero (The Stone That the Builder Refuse, 2004 -Alet 2008). In assoluto, pur nella sua forma di romanzo, una delle migliori ricostruzioni di quella rivolta e, soprattutto, della falsità del dettato storico sulla rivoluzione borghese e le sue istanze di Liberté, Égalité, Fraternité  

  6. Sul tema della parresia si veda Michel Foucault, Discorso e verità nella Grecia antica, Donzelli Editore, Roma 2019  

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