Piccolo racconto freak anni ’70

di Mauro Baldrati

Quel giorno di primavera del 1976 Jimi Hendrix di Romagna (ex Jimi a dire il vero, ma il suo personaggio, per quanto abbattuto dal servizio militare, ancora resisteva), era nella vecchia casa di Mezzaluna con l’amico Pino, detto Gomez. Stavano ragionando sulla difficoltà di trovare l’erba buona. Era sempre più rara.

“Dobbiamo coltivarcela da noi” disse Gomez. Jimi era d’accordo, lo era sempre stato, ma il problema era: dove, in una terra di pianura, senza boschi né nascondigli, affollata di contadini, cacciatori e pescatori? “Lungo l’argine del fiume” disse Gomez. Verso Fusignano di sono dei canneti, potremmo piantare lì cinque o sei piante.”

“Mmm” mugugnò Jimi. “Ce la rubano di sicuro. Molti ragazzi cercano posti dove piantare l’erba.”

“Allora giù alla foce, sul Reno” disse Gomez, dopo una riflessione. “La vegetazione è più fitta, troviamo un posto.”

Ma Jimi non era convinto. Si trattava di luoghi allo scoperto, che non sarebbero sfuggiti ai ragazzi che esploravano di continuo i dintorni dei paesi. Sarebbe stata una beffa, coltivare con amore una decine di piante e poi, al momento del raccolto, non trovarle più.

“Io un posto lo conosco” disse allora Jimi. Gomez si illuminò. “Davvero?” esclamò. “Sì. E’ giù per le Borse, verso Voltana. Si chiama Woodstock.”

Woodstoock era una piccola isola che si trovava tra due canali di irrigazione, in un luogo raggiungibile solo da un sentiero alquanto sconnesso sull’argine di uno dei canali. Era distante circa mezzo chilometro dalla strada Bentivoglio, che a quei tempi non era ancora asfaltata. L’avevano chiamata come il luogo del famoso festival Jimi e l’amico Dennis, più o meno cinque anni prima. Era un triangolo rettangolo di vegetazione selvaggia, uno dei pochi territori non coltivati a grano o barbabietole.

Subito Jimi e Gomez salirono sulla Dyane 6 e si diressero verso la Bentivoglio, dove la piccola auto supermolleggiata imboccò il sentiero, incurante delle buche e degli avallamenti.

A Woodstock si accedeva da un piccolo passaggio che attraversava il canale. Dentro, il terreno era poroso, grasso, fertile. La vegetazione era folta, ma con piccole radure che lasciavano passare la luce del sole. Ne scelsero una radente il canale, non visibile dall’argine. Una posizione perfetta. L’erba voleva il sole.

“Bellissima” commentò Gomez. “Verranno delle piante magnifiche.”

Tornarono nella vecchia casa di Jimi dove piantumarono i semi. Arrivavano dall’India, dalla regione del Kerala, portati da un amico fricchettone di Lugo. Jimi aveva un libro, “Come coltivare la cannabis”, con tutte le istruzioni. I semi andavano avvolti nel cotone idrofilo finché spuntava il minuscolo germoglio, poi seppelliti sotto alcuni centimetri di terra, in una cassetta. Dopo un paio di settimane erano spuntate le piantine. A quel punto si prendeva la cassetta e si andava nel luogo del trapianto. A Woodstock.

Le piante venivano su gagliarde e bellissime. Dopo avere rimosso i maschi, che avrebbero impollinato le femmine, abbassando la qualità delle cime, quasi ogni giorno i due amici andavano sul posto, a piedi sull’argine per non dare nell’occhio con la macchina, per innaffiarle e curarle. Non solo il terreno era grasso e nutriente, ma l’acqua dei canali era ricca di materia organica, c’erano le raganelle, i tritoni e i pesci gatto. Le piante crescevano robuste, vigorose. Promettevano una grande quantità di erba di ottima qualità. Una quantità enorme, perché in giugno erano già alte un paio di metri. Venti piante. Che sarebbero cresciute fino a tre o addirittura quattro metri. Almeno dieci chili di erba.

Jimi e Gomez le osservavano incantati, in adorazione. Che meravigliose cime verdi, sane, e generose.

Ma Jimi non riusciva a liberarsi dal pensiero del furto. Le piante erano preziose. Irresistibile la tentazione. Si riproposero di intensificare la vigilanza. Qualche giorno prima del raccolto avrebbero dormito sul posto, in una tenda.

Avevano programmato tutto: il raccolto sarebbe avvenuto di notte, un paio d’ore prima dell’alba, quando in giro non c’era nessuno. O quasi. Gente stramba ce n’era sempre in giro. Ma non da quelle parti. Le avrebbero caricate sulla Dyane, che avrebbe viaggiato sull’argine a fari spenti. Poi, a casa di Jimi, le avrebbero appese a testa in giù in una stanza al piano terra per fare seccare le foglie e le cime. Non vedevano l’ora.

Ai primi di luglio, circa quattro settimane prima del raccolto, Jimi aveva in programma un breve viaggio ad Amsterdam, dove andava abbastanza spesso, perché aveva un amico che l’ospitava. Voleva comprare dei nuovi semi tailandesi, di cui si narravano storie meravigliose, e almeno un etto di nero afgano. Erano infatti tempi in cui si fumava moltissimo, forse per difendersi dall’invasione dell’eroina, che era già iniziata, e la ricerca di roba buona e genuina, non tagliata, era incessante.

“Starò via massimo dieci giorni” disse. “Le puoi innaffiare tu?”. Gomez rispose che non c’erano problemi. Se ne sarebbe occupato volentieri.

Così Jimi partì, in auto con un tipo di Mezzano e la sua fidanzata. Restarono una settimana in città, andarono nei luoghi giusti e tornarono con una buona dotazione di semi, di nero e anche di marocchino sputnik fresco e profumato.

Appena arrivato nella vecchia casa Jimi scaricò la roba e, benché molto stanco, si precipitò a casa di Gomez, che abitava in una casetta popolare “di là dal fiume”, cioè nel paese vecchio.

Lo trovò stranamente cupo, taciturno e depresso. Orribilmente depresso. “Ma cos’è successo?” chiese, con ansia.

“Non ci crederai” rispose Gomez, con voce cavernosa. “A cosa? A cosa non crederò?” incalzò Jimi. “Ecco…” iniziò Gomez, guardando a terra. “E’ venuto un temporale mostruoso. Giorni e giorni di pioggia. Beh, i canali sono straripati e hanno sommerso Woodstock.” Jimi lo guardò con occhi stralunati. “Che? Straripati? Sommerso? E… le piante?” Gomez non sollevò lo sguardo. “Secche. Tutte secche.” Jimi ebbe un colpo al cuore. “Secche?” ripeté. “Vuoi dire… secche?” Gomez annuì. “Tutte. Non se ne è salvata neanche una.”

Jimi cadde a sedere sul piccolo divano di plastica. Secche. Venti piante magnifiche. Una dotazione di erba per anni. “Ma proprio neanche una?” gemette. Gomez scosse la testa. Non poteva crederci. Gomez aveva una faccia come se stesse per scoppiare in lacrime.

Nonostante la stanchezza per il lungo viaggio di ritorno saltarono sulla Dyane e andarono sul posto. Doveva vedere coi suoi occhi, per crederci.

Le venti piante erano venti pali. Dritti, senza una foglia. Venti pali secchi. Restarono in contemplazione di quello spettacolo orribile, increduli. “L’acqua arrivava qui” disse Gomez, toccando la base di un palo. “Le radici erano sommerse.”

Jimi avrebbe voluto trovare qualcosa da dire, tipo: perché non ne hai raccolte alcune, anche se non erano del tutto mature? Qualcosa si sarebbe salvato. Ma Gomez non aveva la macchina, né la patente, come le avrebbe trasportate? E dove? Per portarle nella sua casetta avrebbe dovuto attraversare il paese con le piante sulle spalle. Impossibile. Non restava che rassegnarsi.

Tristi, taciturni, raccolsero le due pale che avevano portato quasi tre mesi prima per dissodare il terreno e si avviarono verso la macchina, che si trovava all’inizio del sentiero, sulla Bentivoglio.

Camminavano in silenzio, con le spalle curve, quando dal nulla spuntò un omaccio. Aveva una vecchia bicicletta che spingeva a mano, poiché il sentiero sconnesso non permetteva di pedalare.

“Dove andate con quei paletti, eh?” esclamò, guardando le pale. Aveva una faccia aggressiva, lucida di sudore, con una barba non rasata. I due amici lo fissarono stupiti, senza rispondere. Jimi pensò che li avesse sgamati. Li aveva visti curare le piante. Bah, poco male. Ormai non erano più piante, ma solo dei pali. “Allora, cosa dovete fare con quei paletti?” incalzò l’omaccio. Sembrava stravolto dalla rabbia, sul punto di saltare loro alla gola. “Ma niente” buttò là Gomez. Una risposta senza senso. Era meglio tacere. “Ah, niente eh? Cosa credete, di prendermi sui ruzzoli a me? Credete che non sappia che andate a madavescoli? Ma io vi faccio la posta! Sono un guardiapesca io, vi tengo d’occhio!”

Madavescoli. Li aveva scambiati per cercatori di lombrichi, e quindi pescatori di frodo. Era così assurdo, come se avessero oltrepassato una porta per entrare in un mondo parallelo. La tragedia delle piante morte si era di colpo trasformata in una scena grottesca. Cercatori di lombrichi. A Jimi veniva da ridere, ma si trattenne. L’omaccio avrebbe potuto arrabbiarsi di brutto e chiamare i carabinieri, se si fosse sentito preso sui ruzzoli. Quindi tacque, e restò serio.

L’omaccio sbraitò e minacciò ancora un paio di volte, poi se ne andò imprecando, mentre Jimi e Gomez restarono fermi, fissandolo, in attesa che scomparisse dalla vista.

“Ti sembra che non ci sia qualche spaccamaroni in giro?” disse Gomez, camminando a testa bassa. Già. Erano dappertutto. Come le cavallette. Però a Jimi veniva da ridere. Era come avesse visto due leopardi e li avesse scambiati per due cammelli. Chissà cosa frullava nella sua testa di rapa. Vedeva pescatori di frodo dappertutto.

Jimi scoppiò a ridere. Gomez lo guardò, ci pensò su, poi scoppiò a ridere a sua volta. Avanzarono sul sentiero, con le pale che usavano come bastoni da passeggio, poi si fermavano e ridevano. Gomez dovette addirittura sedersi, per non cadere.

Si sedettero entrambi, sul bordo del sentiero. Davanti a loro si stendevano gli sterminati campi di stoppie. “Madavescoli!” esclamò Jimi. “Fatta roba!” E giù a ridere, mentre il sole tramontava e tingeva di rosso l’orizzonte.

(Questa è un’opera di fantasia, ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale. A parte Woodstock – nella foto satellitare – che oggi è un’oasi naturale protetta del WWF.
Le foto sono state scattate dall’autore negli anni ’70 per una mostra sulle aggregazioni giovanili – a quei tempi chiamate bande)

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