di Alessandra Daniele

Nazionalizzazione di infrastrutture e servizi – ferrovie, poste, telecomunicazioni, acqua, gas, energia elettrica – de-privatizzazione della sanità pubblica, università gratuite e detassate, aumento del salario minimo, case popolari, espropri azionari, tasse patrimoniali e sulle transazioni finanziarie: un partito con un programma del genere oggi in Italia alle elezioni si sarebbe fermato sotto il 2%.
In Gran Bretagna è arrivato al 32% con più di dieci milioni di voti, piazzandosi al secondo posto, meno di 4 milioni di voti sotto ai Conservatori.
Quello britannico però è un sistema elettorale maggioritario uninominale a turno unico, il meno rappresentativo in assoluto. The winner takes it all, quindi a Jeremy Corbyn del Labour è toccato sentirsi dare del perdente pure dai pidocchietti renziani del 4% virtuale, che l’hanno oltretutto accusato di correità nella Brexit.
In realtà è stata proprio l’ambiguità cerchiobottista di Corbyn sull’argomento a costargli la vittoria.
La sua cautela verso gli accordi con Bruxelles ha inevitabilmente finito per minare anche la credibilità delle sue pronesse in campo economico.
“Get Brexit done” è stato lo slogan vincente di Boris Johnson, che gli ha fruttato una fetta decisiva del voto degli operai, delle periferie, delle zone rurali, delle classi tradizionalmente laburiste.
Se Corbyn avesse avuto più coraggio, quella che è diventata la più clamorosa svolta a destra della storia britannica dai tempi della Thatcher, sarebbe potuta essere esattamente il contrario: una storica svolta a sinistra, fuori dall’Unione Europea e dal neoliberismo, perché, nonostante le cazzate raccontate dai sovranisti, è vano uscire dall’una senza uscire dall’altro.
Infatti, il risultato del voto britannico è stato festeggiato dai mercati mondiali fin dal primo Brexit poll.

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