di Nico Maccentelli

La storia inizia in un reparto geriatrico. E continua lì per tutta la pellicola, anche spaziando da una costa all’altra degli States. Sì perché la geriatria è il filo dominante dell’ultimo film di Martin Scorsese, The Irishman, di nuovo un mafia movie, un sotto genere che ha caratterizzato Scorsese come regista dell’epica italo-americana, al pari di Francis Ford Coppola  con  la saga del Padrino.

Quello che non regge è l’uso di mostri sacri come De Niro e Joe Pesci al giro di boa della quarta età che nel flashback non cambiano affatto di sembianze, rendendo poco credibili i personaggi. Si salva Al Pacino che resta nel passato con due bei colpi di pistola.

Con The Irishman non abbiamo più il ritmo incalzante di Goodfellas, Quei bravi ragazzi, o il melodramma familiare ai limiti dell’erotismo spinto di Casinò, con protagonista una Sharon Stone dissoluta e ondivaga. C’è un De Niro che fa il naufrago nella perenne vita di mezza età sin dall’inizio, e che sembra provenire da un’altra sceneggiatura: quella di C’era una volta in America di Sergio Leone, alla ricerca di un sogno che non è più personificato dalla bella Elizabeth McGovern, ma di un’impossibile armonia tra il suo desiderio di non dover più sparare in testa alla gente e tutte le sue amicizie mafio-sindacali che vanno a posto come in un tetris ben riuscito.

C’è anche un Joe Pesci che stavolta non viene sparato in una camera o preso a mazzate in un campo, meno sbruffone e spavaldo, più filosofico nel suo essere pezzo grosso di cosa nostra, ma anche lui vetusto dall’inizio alla fine in un excursus temporale che parte da qualche anno prima dell’elezione di Kennedy, a cavallo tra anni ’50 e ’60, per arrivare fino a metà dei ’70.

In definiva, scegliere delle certezze come queste star della cinematografia, ma senza l’uso di attori più giovani come sapientemente ha saputo fare Leone nel già citato gangster film, è il dilemma del flashback lungo che toglierebbe spazio agli attori protagonisti, ma ha reso meno credibile e intrigante la storia poiché l’attore ha mangiato il personaggio.

Ma veniamo alla storia, senza bisogno di spoileraggi: questa volta affronta il tema dell’influenza che la mafia italiana ha avuto negli anni ’60 e ’70 sulla politica statunitense e soprattutto sul sindacalismo. Lo fa attraverso la vita di tre personaggi: Jimmy Hoffa, il potente capo dei Teamster, il sindacato degli autotrasportatori, interpretato da Al Pacino, Russel Bufalino, classico uomo di mafia, ruolo affidato al solito Joe Pesci, ma soprattutto Frank Sheeran, ossia Robert De Niro, sicario con all’attivo una trentina di omicidi e dalle cui confessioni postume nasce questo film, attraverso il romanzo I Heard You Paint Houses, scritto da Charles Brandt, investigatore e scrittore.

La narrazione nel suo complesso è lenta soprattutto nel finale e non regge il paragone con ben altre pellicole di Martin Scorsese. Ritengo però che abbia il pregio di raccontare il ruolo avuto da cosa nostra nell’operazione della Baia dei porci, dalla parte di chi voleva far cadere la rivoluzione cubana per riprendere l’attività dei casinò e dei bordelli un tempo posseduti dalle famiglie mafiose.

Ma questa solfa, tra petrolio e litio, suona molto attuale anche oggi, non è vero?

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