Tarka/Appenninica, Mulazzo (MS) 2019, pagg. 240 € 15.68

[Potremmo definirla “narrativa territoriale”. Racconti, romanzi, poesie, in cui i territori, o porzioni di territori, entrano nei testi non come descrizioni, ma come entità, addirittura come personaggi. E interagiscono coi “veri” personaggi. Viaggiano sulle pennellate, più che altro miniature, mai tavolozze elaborate, del narratore. Si fanno “sentire”, coi loro alberi, i loro fiumi, i loro sentieri, e spesso coi loro abitanti, umani e animali. Alcuni autori che ricoprono questo ruolo di trade-union tra i luoghi e le parole, sono Oreste Verrini, narratore dell’Appennino Tosco Emilino; Vincenzo Celano, dal sud lucano; Marino Magliani, scrittore emigrato in Olanda ma che ha portato con sé l’entroterra della Liguria (curatore, con Paolo Ciampi, della collana Appenninica); Bruno Morchio, da Genova; Giuseppe Conte, forse il più grande cantore del mare; Vincenzo Pardini, l’uomo dei lupi e delle lande selvagge dell’alta Garfagnana.

Ora si affaccia sulla scena di questa narrativa una scrittrice, nata in Sardegna che vive a Pistoia. Il suo romanzo è un giallo che procede nelle luci, nelle ombre e nei colori di una terra aspra, isolata: i fratelli Santi, anziani abitanti del minuscolo borgo di Tetti, sono morti in circostanze misteriose. Indaga Saverio Giorgianni, giornalista, alle prese a sua volta con una vicenda familiare piuttosto intricata. Tra confidenze, pettegolezzi e un mucchio di vecchie foto giungerà alla soluzione. Sullo sfondo, un Appennino sospeso tra passato e presente, coi suoi pochi bizzarri abitanti, i villeggianti estivi, e la comunità degli Elfi poco distante.

Di seguito pubblichiamo il primo capitolo. MB]

di Marisa Salabelle

Non fu la morte di Romolo Santi, ai primi di gennaio del 1999, a preoccupare i tettaioli. Gli abitanti di quel borgo dimenticato da Dio che risponde al nome di Tetti, un paesino minuscolo su un versante poco popolato dell’Appennino tosco-emiliano, erano abituati a fare ogni anno la conta dei vecchi che non superavano l’inverno, e quell’inverno non aveva fatto eccezione. A febbraio era morto Terenzio Bartoli, tanto per dire, e a marzo la vecchia Sidonia, di novantotto anni, per non parlare di Angela, la sorella scema di Svaldo, che però tanto vecchia non era, a dir la verità. Vero che Romolo non era morto né di vecchiaia né di malattia: una sera era uscito per portar fuori la spazzatura, aveva fatto uno scivolone brutto sul ghiaccio e aveva battuto la testa. Il buio, il ghiaccio, le sue gambe un po’ malferme, chi poteva sapere. L’avevano trovato il giorno dopo, freddo come il marmo.

E nemmeno l’incidente capitato ad Alvaro, il fratello di Romolo, che la mattina del 10 luglio era cascato da un’impalcatura, li aveva sorpresi più di tanto. Che questi vecchi di Tetti ce l’avevano di vizio, di mettersi in situazioni non adatte alla loro età, si sentivano ancora dei giovanotti, salivano sugli alberi, montavano sui tetti e poi… L’unica che ci era rimasta veramente male era stata la sua vicina, Nora, che se l’era visto piovere dal cielo proprio davanti all’uscio di casa, si era presa uno spavento, povera donna.

Ma quando, il 29 luglio, si era sparsa la notizia che anche Ermanno, il più giovane dei tre fratelli Santi, era morto, allora sì che la gente, a Tetti e nelle frazioni vicine, aveva cominciato a mormorare.

Erano le undici del mattino di un giovedì apparentemente tranquillo. In piazza i paesani si scaldavano al sole mentre le donne iniziavano già a preparare da mangiare. Quando, all’improvviso, arrivò sparato il furgoncino di Mohamed, il marocchino, che tutta l’estate faceva il giro dei paesi della montagna col suo assortimento di jeans e magliette a poco prezzo, pantaloni finto militare, bianche­ria, tovaglie. Il furgone inchiodò stridendo e Mohamed saltò fuori spiritato. Alle donne che già si accalcavano per vedere la sua mercanzia urlò:

“Incidente, incidente, bisogna subito chiamare la Misericordia.”
“Incidente? Cosa?”
“Che è successo?”
“Trovato macchina lungo la strada… schiantata contro un albero! Signor Ermanno, dentro! Lui morto! Bisogna chiamare l’ambulanza!”
“Ermanno, dici? Ma come!”
“Via! O se ‘un ci posso credere! L’ho visto quando, un’ora fa… Andava a Pistoia in tutta fretta, era nero come un cappello: l’avevano chiamato dalla banca per il conto del su’ fratello, non so quante volte ci aveva fatto su e giù, almeno così ha detto!”
“Gliel’avevo detto, io che quella macchina non era a posto. Faceva un rumore strano…”
“E così, anche l’ultimo dei Santi se n’è andato. Mi chiedo se non ci sia qualcosa dietro queste morti!”

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