di Franco Pezzini

[In ottobre riprenderanno a Torino i corsi liberi, gratuiti e libertari della Libera Università dell’Immaginario: e tra l’altro la seconda stagione di La guerra dentro. Iliade, dal poema di Omero. Per la traduzione si fa riferimento a quella storica di Rosa Calzecchi Onesti. Si propone qui uno stralcio dal libro III: in preparazione del duello tra Paride e Menelao, gli araldi delle due parti corrono a sbrigare i compiti rituali.]

Ma a muoversi non sono solo araldi umani: Iri, la messaggera divina dea dell’arcobaleno, assume l’aspetto di Laodice, figlia di Priamo (qui e in VI 252 detta la più bella, mentre in XIII 365 il titolo sarà riconosciuto a Cassandra) e moglie di Elicàone figlio di Antenore, e si presenta a Elena «braccio bianco». In realtà non è chiaro il perché del suo arrivo, di solito è esplicitamente mandata da Zeus o altra divinità: il prosieguo fa escludere che a inviarla sia stata Afrodite (che del resto non pare appoggiarsi ai suoi servizi). Ci si può domandare se a inviarla – nella versione più antica – non sia stato Zeus, immaginando uno stralcio o slittamento di testi (per esempio la scena all’Olimpo piazzata ora all’inizio del libro successivo); la difficoltà è che, come abbiamo visto, il tenore formulare dei messaggi viene ripetuto più volte – mittente, araldo, destinatario – e qui non si ha nulla del genere. D’altra parte gli dei sono (anche, non solo) voce dei viluppi profondi e misteriosi dell’anima. E per aprirci idealmente le porte verso l’inconoscibile, inarrivabile interiorità di quell’Elena che troppo spesso verrà ridotta agli sguardi altrui (desideranti, abbacinati, storditi), mentre noi alla sua prima apparizione iniziamo a conoscerla dall’interno, ecco che qui si muove nientemeno che la messaggera degli dei. Il messaggio, potremmo dire, viene portato dalle profondità della divina Elena.

Certo, Laodice può essere «bellissima tra le figlie di Priamo», ma di fronte a sua cognata non c’è storia. E appare qui per la prima volta, virtualmente nella luce dell’arcobaleno che segna la fine di un temporale in natura e forse nell’anima, una figura che per migliaia d’anni gli uomini inseguiranno, circonfusa di numinosità e d’ambiguità, bellissima e pericolosa, da tutti desiderata e magari raggiunta ma in realtà inafferrabile nel suo profondo – anche perché forse incomprensibile a un certo tipo di sguardo e di quest.

Ancora una volta dobbiamo appoggiarci all’immaginazione, il Cieco non è interessato a descrivere l’ambiente – sappiamo solo che siamo in un interno, in una sala evocata asciuttamente come da una didascalia teatrale – e sono gli occhi degli ascoltatori a fare tutto. Nulla ci viene detto sulla struttura o gli arredi, anche se possiamo immaginare una stanza ariosa con le pareti dipinte (scene di donne coi vasi, gigli e scimmie azzurre, o invece scene marine con delfini), un po’ come a Creta da cui i Troiani avrebbero tratto elementi della propria cultura. Una sala dove Elena, come una dea del destino, sta tessendo

 

[…] una tela grande,

doppia, di porpora [altri leggono scintillante], e ricamava le molte prove

che Teucri domatori di cavalli e Achei chitoni di bronzo

subivan per lei, sotto la forza d’Ares.

 

Attenzione, quest’ultima formulazione con il riflessivo mostra che si tratta di una tormentosa riflessione di Elena. Le figure sotto le sue dita sembrano rivelarsi quelle delle vite che stanno precipitando nel suo cono d’ombra, la tela di un mistero che è tale anzitutto per lei. Ma insieme quella tela è un canto, è la stessa Iliade: se a raccontare l’Odissea, si ipotizzerà, potrebbe essere una donna, questa scena ci autorizza a pensare che ciò valga già per l’Iliade. Idealmente la Dea innominata – la Musa, ma in realtà non viene detto – invocata all’inizio del poema canta per voce di Elena, figura numinosa di incerto statuto; si potrebbe quasi dire che quella Dea è la stessa Elena. E il canto vede il passaggio dalle schiere in attesa del duello a quelle tessute come in un effetto di regia: non occorre una descrizione della sala, perché il focus è l’interiorità di Elena.

E ora la finta Laodice la invita («cara sposa», númphē, giovane donna sposata o da sposare) ad assistere ad azioni degne d’ammirazione di Troiani e Achei: prima si combattevano ma «ora stanno seduti in silenzio – la guerra è cessata – / appoggiati agli scudi, e l’aste lunghe sono infitte vicino». Però proprio con le lance si misureranno Alessandro e Menelao, lottando per lei, «e tu del vincitore sarai la cara sposa» (che bello, grazie): quindi le suscita in cuore una nostalgia del primo marito, dei genitori (Leda e il padre solo putativo Tindaro, visto che Elena è figlia di Zeus come più avanti si specificherà), della città che ha lasciato…

Forse è per questo che entra in scena una dea, esprimendo un teatro interiore che però non si esaurisce nella mera lettura poetica di sentimenti del momento da parte di chi non avrebbe migliori categorie psicologiche. C’è un fiato misterioso in certi passaggi sulla scena della nostra vita: non sappiamo perché proprio quella certa persona ci abbia detto in quel momento una frase che poi ci incalzerà nel tempo; non sappiamo come spiegare perché quel ricordo ci resti infisso e perché proprio in quel momento – e non in altri – sorga la nostalgia con conseguenze imprevedibili. Ci sono attimi in cui una voce tradisce qualche eco numinosa: al mistero dei sentimenti si abbina la risonanza di una nostra storia, di un nostro destino.

Così Elena, «Subito, di bianchi veli coprendosi, / mosse dalla stanza, versando una tenera lacrima»: e si lancia fuori, seguita dalle ancelle Climene occhi-grandi ed Etra figlia di Pitteo (che dovrebbe essere – i mitologi ne discutono – la madre di Teseo, rapitore di Elena bambina, deputata a sua custode e poi catturata a sua volta dai Dioscuri quando avevano recuperato la sorella). Eccole fuori dal palazzo e in fretta raggiungono le Porte Scee, letteralmente quelle “di sinistra”, citate varie volte nel poema e che si aprono direttamente verso lo schieramento acheo. In realtà la Troia dell’archeologia ha più porte, ma l’Iliade cita per esempio anche le Porte Dardanie, sulla cui collocazione si può discutere per la diversa direzione di Dardania secondo i mitografi. Tradizionalmente per le Scee si pensa a porte della cittadella fortificata, anche se in realtà la scoperta piuttosto recente di un’enorme città bassa (tanto estesa da far pensare alla grande città dell’epos, laddove la Troia inizialmente scavata sarebbe solo la rocca detta Pergamo) farebbe meglio collocare le Scee nella cinta esterna.

Ovviamente non si prende qui in considerazione – qualcosa si dirà in prosieguo – il dibattito su una qualche storicità dell’Iliade e dell’epos troiano come trasmessoci dal mondo greco, che vede affrontarsi due posizioni accademiche contrapposte più una quantità di intermedie. Lasciando alla ricerca quello che è il suo ambito, possiamo limitarci a considerare che una serie di emersioni archeologiche confermano elementi-chiave dell’epos: su altri è ovvio immaginare il libero lavoro dei poeti. Ma visto che la città scavata da Heinrich Schliemann (1822-1890), la Troia/Ilio evocata dal Cieco e la Wilusa dei documenti ittiti hanno buone probabilità di identificarsi, è legittimo almeno in chiave di ipotesi provare a far reagire assieme i dati.

Cos’hanno dunque visto, attraversando la città, Elena (velata, per non farsi riconoscere) e le ancelle? Non possiamo saperlo, non ci è narrato, Troia resta in gran parte perduta, invisibile. Alla luce di quanto detto, possiamo solo cercare d’immaginare. Saranno uscite dalla rocca – scopriremo che il palazzotto dove Elena vive con Paride sorge accanto alla reggia nella città alta, mentre per esempio Virgilio immaginerà la casa di Anchise e di Enea un po’ periferica; ma forse non hanno dovuto percorrere un lungo tragitto perché le Porte Scee possono trovarsi non dal lato della massima estensione della città bassa, ma di fronte a una strozzatura tra le cinte murarie sul lato sinistro, quasi a ridosso della collina della Pergamo. Comunque le case incontrate sarebbero edifici a uno o due piani, con tetti piatti a terrazza, qui e là cortili con animali e alberi. Dopo dieci anni di guerra e per la necessità di ospitare in città gli alleati è possibile che le case abbiano conosciuto forme di rioccupazione; e d’altra parte ci saranno le baracche dei contingenti di altri regni, forse a ridosso delle mura (i principi sono evidentemente ospiti nella città alta o comunque dei maggiorenti troiani). È dunque possibile che Elena attraversi una città lunare, dove la gente cerca di portare avanti la propria vita e svolgere le attività quotidiane nel sogno di una normalità ma come con una sospensione di fiato, in un clima rarefatto d’assedio dove si cerca di non pensare troppo e non ci si riesce.

Comunque eccola arrivare alle Porte – anzi, come si chiarirà dopo, sulla cima della torre che le sovrasta da un lato: e lì sono riuniti gli Anziani del Consiglio di Priamo. Di questi nomi la tradizione ricorderà qualcosa, ma non è facile capire quanto appartenga a elaborazioni tardive. C’è Pantoo, di cui più avanti si ricorderanno i figli, e che fonti postomeriche diranno sacerdote di Apollo, quindi una delle massime cariche della città. A detta di Servio sarebbe stato greco, sedotto in gioventù a Delfi – dove aveva un ministero sacro – e portato a Troia da un nipote di Priamo: il tipo era venuto a consultare ufficialmente la Pizia sull’opportunità di ricostruire sulle stesse fondamenta (hai visto mai che siano maledette) la città distrutta da Eracle & soci, e si era invaghito della bellezza del giovane al punto da dimenticare la missione. Per rimediare all’offesa recata all’oracolo, Priamo avrebbe nominato Pantoo sacerdote di Apollo a Troia. Un modo come un altro di far carriera.

C’è poi Timete, un personaggio complesso, legato a stretto filo alla rovina della città: ancora una volta però dobbiamo appoggiarci a fonti extra-iliadiche. Fratello o piuttosto cognato di Priamo per averne sposato la sorella Cilla, avrebbe avuto da lei un bimbo, Munippo, nello stesso giorno in cui al re e alla regina Ecuba nasceva Paride. Un sogno terribile di Ecuba, interpretato dall’indovino Esaco come relativo al bimbo che avrebbe portato la rovina di Troia, induceva a identificare e uccidere con la madre il piccolo nato in quel giorno: nel dubbio, a eliminare tutti i casi sospetti. Priamo avrebbe così fatto sopprimere moglie e figlio di Timete (poi tumulati nel santuario di Troo), ma non i propri e neppure Teano sorella di Ecuba e il suo neonato, Mimante. Ovviamente il figlio fatale era proprio quello del re, Paride… Dalle due vittime innocenti e dalle ombre che ne derivano anche su Priamo, per alcuni mitologi (non il Cieco, che tace sulla vicenda), verrebbe l’odio di Timete poi sfociato in un tradimento: e Virgilio (che per voce di Enea non prende posizione e si limita a citare il dubbio) mostrerà Timete premere perché il cavallo fatale venga portato in città.

Continuando l’elenco, troviamo Lampo, Clitio e Icetaone «rampollo d’Ares». Questi sono – verrà detto più avanti (XX, 237-238) figli di Laomedonte e fratelli di Priamo, padri di guerrieri che compariranno nel poema: a contraddire la versione secondo cui Eracle avrebbe sterminato anche tutti i figli maschi di Laomedonte meno Priamo (a meno che si intendesse quelli trovati in città al momento della sua presa). Un ulteriore fratello sarebbe quel Titono amato da Eos (l’aurora) – che avrebbe ottenuto per lui l’immortalità ma non l’eterna giovinezza – e padre del Memnone che parteciperà alla guerra di Troia e verrà ucciso da Achille.

Gli ultimi due anziani menzionati sono Ucalegonte e Antenore. Quest’ultimo merita un discorso a parte in altra sede, comunque è il diplomatico che per aver cercato di evitare la guerra verrà accusato di tradimento (e al codazzo di accusatori si aggiungerà anche Dante, tant’è); mentre l’enigmatico Ucalegonte nell’Iliade è citato solo qui, non ne risultano figli e non fa parte dei familiari diretti di Priamo. Virgilio mostra il rogo del suo palazzo la notte di Troia (di qui il passaggio nella lingua inglese come paradigma del vicino cui brucia la casa); ma una suggestione interessante sta nel nome, la cui etimologia tradizionale greca suona un po’ strana (“quello che non si preoccupa”) ed è meglio spiegata dall’onomastica anatolica. Precisamente con il protolidio Uhha- che ricorre spesso in nomi di persona dell’Anatolia nordoccidentale e tra l’altro evoca (in modo adeguato a un anziano) il significato di “nonno”, luvio hūha-, ittita huhha-. Ed evoca una storia straordinaria.

Un Uhha-Ziti era stato re di Arzawa, il regno dell’Anatolia occidentale subordinato agli Ittiti ma a capo di una rete di regni minori che almeno da metà del XVII sec. a.C. aveva recato gravi problemi ad Hatti, a tratti l’aveva addirittura sostituito come interlocutore internazionale di imperi quale l’Egitto e a tratti era ne tornato tributario o vassallo, pur sempre mordendo il freno. Nella seconda metà del XIV secolo a.C. la Grande Arzawa viene drasticamente ridimensionata con scorporo di territori, forse regnante lo stesso Uhha-Ziti, ma quel che rimane – Arzawa Minor, come gli ittitologi indicano la nuova entità – resta turbolenta. Così, all’ascesa sul trono ittita del nuovo labarna Mursili II appena ventenne (1321 a.C.), ad Apasa/Efeso il vecchio Uhha-Ziti cerca di approfittarne: uomo disinvolto, ha forse acquisito il potere usurpandolo, ed eccolo trascinare gli stati anatolici – i ribelli con lui, i lealisti con Hatti – in un conflitto su cui abbiamo alcune notizie. Compresa quella bizzarra, da racconto di fantascienza, di un meteorite caduto a un certo punto su Apasa ferendo lo stesso Uhha-Ziti alle ginocchia, con ovvia lettura di presagio favorevole per gli Ittiti. La guerra termina con la vittoria di Mursili e la fuga (“nelle isole attraverso il mare”, probabilmente tra gli alleati Ahhiyawa) del riottoso Uhha-Ziti, che muore poco dopo. All’epoca della caduta di Troia VII a, la regione Arzawa dipende ormai dal regno di Mira, che ha saputo recuperare nei confronti dell’impero ittita un rapporto sempre più paritario in clima di collaborazione: ma anche quest’area viene travolta dalle devastazioni attribuite dagli Egizi ai Popoli del mare, e più avanti vi si allargherà il regno lidio. Al di là di una trasfigurazione leggendaria dell’anziano Uhha-Ziti o di personaggi più recenti con nomi simili (è interessante lo strano silenzio del Cieco su questa figura, citata senza dettagli assieme ad altre di più solida tradizione), quel che è certo è che l’anziano Ucalegonte della corte di Priamo sembra recare nel nome una genuina eco micrasiatica.

E quei vecchi radunati sulla torre «[…] per la vecchiaia hanno smesso la guerra, ma parlatori / nobili erano», e il Cieco li paragona alle cicale che dal bosco «mandano voce fiorita» (letteralmente di giglio, cioè sottile). Ora vedono Elena venire verso di loro «e a bassa voce l’un l’altro dicevano parole fugaci»: in sostanza che non c’è da vergognarsi a soffrire a lungo dolori per una simile donna, «terribilmente, a vederla, somiglia alle dee immortali! / Ma pur così, pur essendo sì bella, vada via sulla navi, / non ce la lascino qui, danno per noi e pei figli anche dopo!». Probabilmente di qui la scelta di altri autori di ascrivere esplicitamente alcuni di questi senatori (Pantoo, Clitio, soprattutto Antenore) al partito del “restituiamola subito” a inizio della guerra.

Priamo evidentemente ha sentito quei borbottii a bassa voce, ma non se ne preoccupa: e chiama Elena. Venga lì a sedergli vicino, «figlia mia, […] / a vedere il tuo primo marito, e gli alleati e gli amici: / non certo tu sei colpevole davanti a me, gli dèi son colpevoli, / essi mi han mosso contro la triste guerra dei Danai». Ed è con queste parole che il grande re di Troia si presenta. Parole affettuose, e la figura di Priamo presenta una sua grandezza: proprio a partire da quel chiamarsi accanto Elena nonostante i borbottii dei suoi consiglieri. Una grandezza però non priva di ambiguità: si pensi a quel sottilmente brutale «a vedere il tuo primo marito» (una sorta di messa alla prova di lei?) o al deprecare gli dei per un’azione che in fondo è stata volutamente portata avanti dal figlio Paride con conseguenze prevedibili. Se gli altri anziani vedono in Elena una figura straordinaria ma insieme uno straordinario pericolo, la noncuranza del re flirta con la fascinazione nazionalistica (la più bella donna del mondo è nostra, l’abbiamo noi); e anche più avanti non mancheranno venature equivoche. Del resto Priamo è figlio di suo padre Laomedonte, il re quaquaraquà che promette facilmente senza aver intenzione di mantenere e finisce malissimo; e si è almeno tentati di vedere un prototipo storico generico di Priamo in quei dinasti micrasiatici – compresi quelli di Wilusa – che intrattengono con disinvoltura relazioni pericolose sul piano internazionale.

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