di Franco Pezzini

Jules Janin, Racconti bizzarri, trad., postfaz. e cura di Giorgio Leonardi, Paginauno/Tranchida, Vedano al Lambro MB 2019, pp. 113, euro 12.

Jules Janin, L’asino morto, trad. e cura di Giorgio Leonardi, Edizioni della Sera, Roma 2015, pp. 218, euro 14.

Jules Janin, Il Marchese de Sade, a cura di Giorgio Leonardi, Salerno, Roma 2006, pp. 116, euro 7.

Il pubblico italiano conosce piuttosto poco del fenomeno francese dei frenetici (il cosiddetto romantisme frénétique o frénétisme), discepoli negli anni Trenta dell’Ottocento dei primi gotici, di Sade e dei romantici dell’eccesso, pochissimo tradotti in italiano e magari in anni risalenti: e in particolare del loro nocciolo duro, la bohème ribelle della “Jeunes-France”. Cioè anzitutto Pétrus Borel detto “le lycanthrope”, creatura notturna che finirà ammazzata dal sole (quello algerino, un’insolazione) e che meriterebbe davvero rinnovate attenzioni editoriali; poi Aloysius Bertrand, piemontese di Ceva, autore dell’opera-culto Gaspard de la Nuit (edita postuma, 1842); Xavier Forneret, Charles Lassailly, Philothée O’Neddy… senza dimenticare che alla squadra si possono avvicinare quali frequentatori, almeno in una prima fase, anche nomi assai più noti come Gérard de Nerval, Théophile Gautier (che poi li sbeffeggerà in Les Jeunes-France, roman goguenard, 1833) e persino il giovane Hugo.

Il desiderio frustrato di assoluto, con quanto comporta in termini di ironia nera, cinismo, blasfemia assurta ad acte de foi, parossismi sentimentali e lisergici si sposa nel frénétisme più radicale a un’insoddisfazione ideale per il trionfo del perbenismo borghese (O’Neddy definisce sé e i suoi compagni “brigands de la pensée”). E se il risultato un po’ confuso e velleitario si consuma alla grossa negli anni Trenta, rappresenta comunque un interessante trait d’union tra certa dimensione trasgressiva protoromantica – che nel corso degli anni era andata perdendosi tra affari, salotti e sacrestie – e i maledettismi più tardi. I frenetici saranno in effetti antesignani di Baudelaire, Lautréamont, Rimbaud e molti altri, in particolare i surrealisti; e resteranno numi protettori dello stesso feuilleton, dalle cui origini coeve (sempre gli anni Trenta dell’Ottocento) si svilupperà un secolo di fantasie popolari.

Tanto più che il fenomeno frenetico non si esaurisce nei radicali del gruppo “Jeunes-France”, capitalizzando un’eredità del macabro e dell’estremo legata alle memorie degli eccessi rivoluzionari: memorie ovviamente mai neutre e cavalcate anche ideologicamente in una corsa al biasimo nella società francese postnapoleonica. È il solito discorso dell’immaginario, i cui rivoli interessano dimensioni diverse: la letteratura fantastica e visionaria dell’Ottocento francese deve alla rivoluzione non meno di quanto le siano debitrici le categorie del dibattito politico, e del resto anche oltremanica il termine terrore aveva adeguatamente connesso il teatro della Storia e quello della scrittura.

Bene: a fronte di questa scarsa conoscenza del movimento, non stupisce che in Italia resti altrettanto poco noto un altro autore francese che ai frenetici fa il verso, ma senza confondersi coi radicali alla Borel. Cioè Jules Janin (1804-1874), ambizioso e intraprendente giornalista e narratore lodato da Baudelaire (almeno in un primo momento) e detestato da Zola, poligrafo eclettico fino alla tuttologia e dall’amplissima produzione, “principe dei critici” in campo letterario e teatrale – anche nei limiti delle mode d’epoca, tra polemiche e blandizie – e in ultimo accademico di Francia, che del romanticismo coevo incarna anche tutte le contraddizioni. In realtà alla sua opera, che ebbe rilevanza internazionale e per esempio trovò ammirate attenzioni nella Russia di Gogol’, Puškin e Dostoevskij, in Italia sta da anni dedicando attenzioni e testi ben curati (ai quali è giusto rendere merito) il critico Giorgio Leonardi, che offre ora con un breve florilegio di Racconti bizzarri un ulteriore tassello alla panoramica sull’opera di Janin.

Negli anni passati Leonardi ha ottimamente curato la prima traduzione italiana di un vivido profilo biografico, Il Marchese de Sade (Salerno 2006) composto da Janin come lungo articolo per la “Revue de Paris” dicembre 1834 e poi ripubblicato in forma semiclandestina con un saggio 1837 del leggendario “bibliofilo Jacob”, cioè Paul Lecroix – pure inserito nell’edizione nostrana. Un articolo dove Janin, prendendo le distanze in chiave moraleggiante, godibilmente verbosa e iperbolica, dall’Impresentabile morto un ventennio prima, non ce la conta giusta: il suo sdegno insegue in fondo quello affettato dal suo pubblico, lettori borghesi che del censuratissimo Sade apprezzano sotto sotto i siparietti morbosi e non certo il filosofo anarchico. Fino a far ipotizzare in questo articolo una finzione (così, dubitativamente, Praz) funzionale proprio a intrigare e a farsi seguire dal lettore in una catabasi sadiana.

Quale che sia l’interpretazione, lo Janin ideale discepolo di Sade era del resto già di scena nel suo capolavoro di pochi anni prima, pubblicato per prudenza anonimo ma apprezzatissimo in Francia come all’estero, L’asino morto, 1829: un gioiello del bizzarro e del macabro – c’è davvero di tutto, ospedali per sifilitiche e bordelli, carceri piranesiane, patiboli, obitori e cimiteri – che sullo spirito frenetico gioca di caricatura ma godendone marpione tutti gli stilemi, e di cui Leonardi ha pure curato un’eccellente edizione (Edizioni della Sera, 2015).

Tutto parte da un mattatoio dove il narrante riconosce in un vecchio somaro abbandonato alle mascelle di feroci mastini – una scena a lui graziosamente concessa dal direttore in un giorno di chiusura – quell’asinello Charlot incontrato tanto tempo prima in un idilliaco contesto rurale quale cavalcatura della bella Henriette. È vero che i due (bestia & ragazza) avevano appena degnato d’uno sguardo il Nostro che cercava attenzioni, ma gli erano rimasti nel cuore: e rivedere poco tempo dopo l’animale avvilito sotto un prosaico carico di paglia putrida aveva aperto le porte alla malinconia.

Inizia qui per il Nostro una sorta di Bildungsroman caricaturale nel segno del frenetico: cioè un mix pirotecnico di umor nero, cinismo, cupezza, attrazione per l’abietto e il malsano alla cui lente fosca prende a leggere tutta la realtà intorno a sé. Paradosso nel paradosso (ciò che denuncia l’affascinante ambiguità del testo), le analisi del nostro frenetico riescono davvero a cogliere il marcio di un mondo, prima candidamente ignorato: compreso il marcio di Henriette, ritrovata a Parigi mentre sgomita per farsi strada con insensibile spregiudicatezza. Tanto da contemplare fredda la vendita dei beni di un poveraccio imprigionato per debiti, poi l’arresto di un mendicante e persino, in uno squallido obitorio, il corpo di un tipo che s’è ucciso per lei; anzi arriva a presiedere sfacciata uno spettacolino da salotto in cui su quel cadavere si pratica, a farlo scompostamente ciondolare, un po’ di galvanismo. Impagabile la scena in cui la fredda arrampicatrice piomba a casa del Nostro raccogliendo fondi di beneficenza al puro fine di superare nell’importo un’altra pia dama concorrente: e, sia pure tra situazioni burattinesche e paradossali, un rivolo di misoginia serpeggia qui e là per tutta l’opera.

In effetti il doppio filo che corre nella storia vede da un lato il narrante progredire rapidamente alla scuola dell’orrore quotidiano, anche grazie a incontri da romanzo filosofico – ma volutamente implausibili, grotteschi, paradossali – che gli consegnano tasselli di sapienza frenetica; e dall’altro Henriette, spiata mentre sale di status nel sottomondo parigino delle mantenute, si afferma, poi cade, sguazza nel fango e via via precipita sempre più in basso lungo la china della degradazione, fino alla rovina. Perfettamente allineato alla logica degli odierni stalker, il protagonista presenta a se stesso come amore quella fissazione che gli fa tampinare la ragazza in un mix di attrazione, curiosità morbosa, indignazione moraleggiante (nella sua arroganza Henriette sdegna non solo gli impoveriti genitori ma – horreur! – il ricordo del vecchio Charlot) e vaga, sorda soddisfazione alla rovina di lei.

In scena è una Parigi a suo modo straordinaria, brulicante di bozzetti picareschi di volta in volta sordidi (mendicanti, prostitute, operatori della morte…) o surrealmente fiabeschi: per esempio personaggi sopravvissuti in modo implausibile a esperienze estreme come un impalamento. Ma persino più intrigante risulta l’incapacità del narrante di riconoscere i propri sentimenti ed emozioni, come nell’affettato, presunto amore per Henriette: qualcosa che appunto richiama ai nostri giorni, a un mondo che spia voyeuristicamente dalle serrature (magari quelle dei social) ma non sa più guardarsi dentro.

I Racconti bizzarri che Leonardi ora propone in italiano non presentano invece se non in minima parte i connotati estremi dei primi due titoli. Ma proprio nella loro varietà risultano di notevole interesse, e forse proprio i testi brevi (cui Janin dedica più raccolte, in particolare Contes fantastiques del 1832) risultano più emblematici della sua scrittura velocissima e vivida. Una varietà che è tutt’uno con la bizzarria degli spunti scelti: il suo fantastico debitore in qualche modo di Hoffmann va infatti inteso, specifica con opportuna presa di distanza (hai visto mai che i lettori lo scambino per quel pazzerellone), anzitutto come una capricciosa casualità tematica, una stravaganza che non lascia mai prevedere l’esito della narrazione. Estrapolando da raccolte diverse, il volume propone vicende ora buffe, ora deliranti o addirittura tragiche, scorci macabri o divertissement birichini, memorie nere o flirtanti con la fiaba.

Passiamo così dal felice, ironico I duellanti, sulle conseguenze incruente di un confronto armato al Bois de Boulogne (il quadro d’ambiente è delizioso), a L’eclissi, bozzetto esemplare di una povera pazza da dipinto di Géricault; da La storia di Gervais, piccolo apologo romantico e di nuovo misogino ispirato da Nodier, alla memoria I cannibali su alcune delle pagine oggettivamente più terribili della rivoluzione, evocate con enfasi greve (torniamo al mix tra ideologia e compiacimento macabro, a traghettare i fiati di Sade a un’accettabilità borghese). Seguono le novelle La dimora sospetta, strana avventura di un pio provinciale a Parigi, e il divertente Una storia di fantasmi, dall’esito che sarebbe peccato spoilerare: due testi che rimandano a quel gusto per lo spettrale di tanto successo nel primo ottocento francese e via via in chiave di ripensamento e provocazione nel corso del secolo. Godibilissima e fiabesca è poi la memoria esotica La scala di seta, tra scorci delle avventure napoleoniche in Egitto e teatrini da Mille e una notte; e interessante il racconto didascalico – così Leonardi definisce questo ennesimo genere della prosa janiniana – Jenny la fioraia, sia per una riflessione generale sull’arte come presentata da un interprete eccellente di quel mondo borghese, sia per la messa a fuoco di un profilo anche sociale destinato, decenni dopo, a ben altri riconoscimenti, quello delle modelle dei pittori.

Vivesse oggi, Janin frequenterebbe testate di successo e salotti televisivi: ma resterebbe un po’ perplesso sulle mutazioni di quella borghesia intraprendente di cui era stato attivo portavoce. Lasciandolo però in pace dov’è, tra le pieghe di una Francia romantica ottocentesca consegnata alla Storia, resta inevitabile constatare che, pur con tutti i suoi limiti e contraddizioni, le sue pagine possono essere lette con interesse e magari divertimento ancor oggi. Il che è molto più di quanto potrà ragionevolmente dirsi tra un secolo e mezzo di gran parte degli odierni tuttologi da media.

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